TERZA
CIRCOLARE
DEL
PRESIDENTE DELLA
COMMISSIONE LITURGICA
DELL’ORDINE
CISTERCENSE
AI MONASTERI
PER
IL TEMPO
DI QUARESIMA
E DI PASQUA DELL’ANNO
2004
PAX
Ecco brillare un tempo di
grazia:
Dio ha voluto donarcelo
per guarire il mondo malato;
stalilendo in esso
l’astinenza.
(Inno Nunc tempus acceptabile del Xmo secolo)
Care sorelle,
Cari fratelli,
Entriamo di nuovo nei giorni santi che ci conducono al centro, alla sorgente e al punto culminante di tutto l’anno liturgico e della vita cristiana: il Mistero Pasquale di Gesù Cristo. Nel documento Paschalis Sollemnitatis [=PS] sulla celebrazione della Pasqua e la sua preparazione, ciò è stato bene espresso: Come la domenica costituisce l’inizio e il culmine della settimana, con sempre una nota pasquale, allo stesso modo il Triduo pasquale della Passione e della Risurrezione del Signore risplende come il culmine di tutto l’anno liturgico; preparato dal tempo della Quaresima, esso si prolunga nella gioia durante cinquanta giorni. (PS 2).
“Pascha Mysterium” : è il titolo conosciuto di un concetto chiave della Costituzione sulla Liturgia, Sacrosanctum Concilium [=SC], di cui la Chiesa ha celebrato il giubileo dei 40 anni, il 4 dicembre 2003. Tale concetto Mysterium Paschale che ha la sua sorgente nei Padri della Chiesa e ha acquisito una nuova importanza teologica attraverso la “Teologia dei Misteri” di Dom Odo CASEL (+1948), benedettino di Maria Laach, è una sintesi della della felice passione, della risurrezione dal soggiorno dei morti e della gloriosa ascensione di nostro Signore Gesù Cristo (v. SC 5). È’ il nucleo centrale del Vangelo e con esso necessariamente il cuore della celebrazione della nostra fede cristiana.
Dinanzi alla collocazione centrale del Mistero Pasquale nell’anno liturgico, si può comprendere come la Chiesa abbia iniziato dal IV secolo a preparare la “Festa delle Feste”, Pasqua, con un periodo di preparazione di quaranta giorni (la Quaresima), traendo il numero 40 dalla Bibbia, e in particolare dai 40 giorni di digiuno di Gesù nel deserto (cf. Mc., 1,13; Mt., 4,2; Lc., 4,1). Secondo la tradizione della Chiesa, la Quaresima (Quadragesima) ha una duplice missione e il Concilio Vaticano II vi ha fatto chiaramente riferimento: Il duplice carattere del periodo di Quaresima, nel sapere che, soprattutto con la commemorazione o la preparazione del battesimo e con la penitenza, invita più insistentemente i fedeli all’ascolto della parola di Dio e a dedicarsi alla preghiera, e li dispone anche a celebrare il mistero pasquale, tale duplice carattere, tanto nella liturgia quanto nella catechesi liturgica, sarà messo più ampiamente in luce (SC 109). Penitenza, conversione, metànoia e battesimo (il suo ricordo e la sua preparazione) sono per ciò stesso due guide importanti e dei temi della liturgia e dei testi biblici di questo tempo di preparazione alla Pasqua. Essi appaiono soprattutto nel nuovo ordo delle pericopi che poggia sul valore della pratica del battesimo cristiano e della penitenza presso i primi cristiani. Dopo l’ultima riforma liturgica abbiamo ora per ogni giorno del tempo della quaresima e del tempo pasquale delle pericopi bibliche proprie, essendo le letture scelte in corrispondenza del vangelo. I testi adoperati sono presi esclusivamente dall’Antico Testamento, che trova la sua corrispondenza in tempo pasquale durante il quale si prendono unicamente letture dal Nuovo Testamento. A partire dal lunedì della quarta settimana di Quaresima si legge ogni giorno, in considerazione della festa di Pasqua che si avvicina, un passo scelto dai capitoli 4 e 11 del Vangelo secondo San Giovanni. Inoltre è raccomandata la lettura di Paschalis Sollemnitatis. La pratica pastorale consiglia nelle messe quotidiane delle ferie di Quaresima una breve omelia (cf. PS. n°13), nella quale è opportuno mettere l’accento su questa relazione tra le letture.
Diverse immagini espressive suggeriscono in che modo bisogna capire i quaranta giorni della Quaresima nel loro insieme: cammino, traversata del deserto o uscita verso la pasqua. “Primavera dell’anno liturgico”, e “Esercizi di tutta la Chiesa” etc. Una volta, il liturgista Theodor Schnitzler (+1982) ha paragonato il periodo dei quaranta giorni con le antiche basiliche. Il Mercoledì delle Ceneri è la porta d’ingresso, le cinque domeniche e le settimane corrispondono alla navata della Chiesa. La Domenica delle Palme, entriamo nel coro, e durante i tre giorni di Pasqua siamo introdotti nel Sancta Sanctorum, cioè nella comunione con l’altare.
Nella mia precedente circolare (n. 2) mi sono concentrato soprattutto sulla Quaresima come tempo di preparazione e di penitenza e ho richiamato qualche regola liturgica di base di cui gradirei parlare ancora brevemente per farne emergere l’importanza:
Inoltre avevo attirato l’attenzione sulla tradizione monastica, ricca di significato, di distribuire dei libri per la Quaresima, come prevede la Regola di San Benedetto all’inizio della Quaresima (RB 48,15) e come l’ha messa in pratica fin dall’inizio la tradizione del nostro Ordine.
Anche in questa circolare gradirei dire qualcosa sulla Celebrazione della Settimana Santa e del Triduo pasquale (ma senza la Notte né il giorno di Pasqua, affinché la lettera non sia troppo lunga!). Si troverà lo stesso nel documento pubblicato dalla Congregazione del culto divino Paschalis Sollemnitatis. Sulla celebrazione della Pasqua e la sua preparazione, del 16 gennaio 1988. Questo documento contiene preziose indicazioni teologiche e pratiche. Per quanto concerne la liturgia dell’Ordine per questi giorni che sono i più importanti dell’anno liturgico, è preferibile utilizzare i testi della liturgia romana o almeno di trarne ispirazione per vedere quali elementi della nostra antica liturgia possono essere integrati, specie quando si tratta delle celebrazioni alle quali partecipano fedeli e ospiti.
Ogni monastero si trova in una situazione diversa. Ma voglio segnalare che il Rituale Cistercense (Bernardus Verlag Langwaden 1998), p. 44-84, descrive la celebrazione della Domenica delle Palme e del Triduo pasquale che si poggia sulla nostra tradizione, come tale essa è stata approvata dalla Congregazione del Culto divino nel 1973/1975 per i Cistercensi della Stretta Osservanza.
Dal momento che nel nostro Ordine si hanno sempre più comunità piccole e che invecchiano, io chiedo se codeste comunità non potrebbero interrogarsi sull’utilità di quanto è scritto nel n° 43 del Paschalis Sollemnitatis, e cioè: E’ bene che le piccole comunità religiose … partecipino alle celebrazioni del Triduo pasquale in un’altra chiesa importante.
I.
LA SETTIMANA
SANTA
E
IL TRIDUO
PASQUALE
Durante la Settimana Santa o Grande Settimana, in tedesco “Karwoche” (dall’antica parola tedesca Kara : tristezza, lutto), la Chiesa celebra i misteri della salvezza, che Cristo ha realizzato durante gli ultimi giorni della sua vita, a partire dal suo ingresso messianico a Gerusalemme (PS 27).
La Domenica della Palme la cui denominazione ufficiale è Domenica delle Palme e della Passione del Signore (“Dominica in Palmis de Passione Domini”) è la porta d’ingresso nella Settimana Santa e lega da tempo antichissimo la celebrazione anticipata del reale trionfo di Cristo (prima parte) all’annuncio della sua passione (seconda parte) (PS 28). La Domenica di Passione in senso stretto non è più la quinta domenica di Quaresima, ma la Domenica delle Palme! La sua liturgia inizia con la benedizione dei ramoscelli e la processione.
a) Celebrazione dell’ingresso di Cristo in Gerusalemme
Per commemorare l’ingresso solenne di Gesù in Gerusalemme, il Messale Romano prevede tre forme:
Prima forma: La Processione
L’antichissimo principio di una vera processione è che essa inizi in un luogo diverso da quello in cui si celebrerà poi l’Eucaristia. Infatti questa forma è la più ideale delle tre possibilità. Nel Messale si legge: Nel momento stabilito la comunità si riunisce in una chiesa del vicinato o in altro luogo conveniente fuori della chiesa che è l’inizio della processione. Questo perché, in certi monasteri, la Liturgia della Domenica delle Palme comincia per esempio nella sala del capitolo e prosegue nel chiostro fino alla chiesa (cf. Rituale Cisterciense, p. 44.51).
Seconda forma: l’Ingresso solenne
I fedeli si riuniscono con i ramoscelli in mano davanti alla porta d’ingresso della chiesa o nella chiesa stessa, o in altro luogo conveniente, fuori della chiesa. Dopo la benedizione dei ramoscelli e la proclamazione del Vangelo, il Sacerdote con i suoi assistenti e i fedeli passa solennemente attraverso la chiesa fino al presbiterio. Sotto questa forma non è una processione in senso stretto, ma un ingresso solenne.
Terza forma: l’Ingresso semplice
Questa forma molto semplice, senza benedizione dei ramoscelli, non è altro che l’ingresso abituale del sacerdote per dare inizio alla Messa, vi si canta o si recita il canto d’ingresso adatto.
La tradizione propria dell’Ordine, secondo la quale la benedizione dei
ramoscelli e la processione iniziano nella chiesa, è giustificabile, anche se
la prima forma descritta si riveste maggiormente di significato. Secondo il
Messale Romano si benedicono i ramoscelli già distribuiti – un tempo era
diverso (I fedeli portano i ramoscelli
nelle loro mani). Gli antichi canti cistercensi per la processione sono
sempre molto appropriati, soprattutto l’inno Gloria laus et honor di Théodulphe d’Orléans (+821) e le
antifone Ave, Rex noster che sono
state introdotte nella liturgia della Domenica delle Palme nel X.mo secolo (un
canto di lode al Signore crocifisso). L’ultimo canto: Ingrediente Domino può servire nell’entrare in chiesa come
introduzione (Introitus) alla celebrazione dell’Eucaristia. Il Kyrie,
eleison non essendo un canto di penitenza – contrariamente a un’opinione
assai corrente – ma un canto di lode, il Nuovo Messale Romano del 2000-2002
raccomanda di cantarlo la Domenica delle Palme, dopo l’ingresso solenne (il
che significa, prima della preghiera di inizio del giorno).
b)
Proclamazione
della Passione
Dopo la riforma liturgica, la domenica delle Palme, si legge la Passione
secondo gli evangelisti Matteo o Marco o Luca, seguendo l’anno in corso. Dal
modo di distribuire i ruoli della lettura della Passione (Cristo,
l’evangelista e la folla), la sua recitazione è resa più viva e rimane
meglio impressa nella memoria. Le norme liturgiche serbano il ruolo del Cristo
al sacerdote (PS 33). Per questa proclamazione non si fa uso evidentemente né
di ceri, né di incenso, non vi è saluto all’assemblea né segno di croce
sull’evangeliario (PS 33). Le direttive dei libri liturgici prevedono che
si debba fare una (breve) omelia dopo la Passione(PS 34), soprattutto se
partecipano alla messa del monastero dei fedeli.
c)
La Liturgia delle Ore della Domenica delle Palme
Poiché la Domenica delle Palme è considerata come “Domenica della
Passione” dopo la riforma liturgica, si cantano gli inni classici della
Passione di Venanzio Fortunato (+dopo il 600): Pange,
lingua, gloriosi”, “Lustris sex qui iam peractis” e “Vexilla Regis prodeunt” a partire dai primi Vespri della
Domenica delle Palme. In ogni caso, è quanto è previsto nel testo ufficiale
della Liturgia delle Ore della Chiesa,
in cui vi è tuttavia una piccola rubrica che dice: I
giorni della quinta settimana di Quaresima per le vigilie, le lodi e i vespri si
possono prendere gli inni della Settimana Santa.
IL TRIDUO PASQUALE
(I TRE GIORNI
SANTI)
Il Documento Paschalis Sollemnitatis, al numero 38, offre per questi giorni una ricca introduzione teologica: La Chiesa ogni anno celebra i più grandi misteri della Redenzione degli uomini dal Giovedì Santo nella messa della sera in memoria della cena dl Signore fino ai vespri della domenica di Risurrezione. Questo tempo è chiamato giustamente “Triduo del Cristo crocifisso, sepolto e risuscitato”; ancor meglio si definisce “Triduo Pasquale” perché in esso è rappresentato e si compie il mistero della Pasqua, cioè il passaggio del Signore da questo mondo a suo Padre. Celebrando questo mistero attraverso i segni della liturgia e i sacramenti, la Chiesa si unisce al Cristo, suo Sposo, in un’intima comunione.
Questo giorno, secondo la tradizione ha più nomi: Il Grande Giovedì o Il Giovedì
Santo e nei testi liturgici della Chiesa è chiamato: Feria
quinta nella Cena del Signore. In tedesco questo giorno si chiama Gründonnderstag,
essendo derivata la parola grün=verde
dall’antico greinen: piangere. Era il
giovedì delle lacrime, giorno in cui i pubblici penitenti piangevano per
penitenza e gioia quando erano accolti nuovamente nella comunità della Chiesa
dal Vescovo. Con questa Messa dell’ultima Cena, i quaranta giorni di penitenza
prima di Pasqua giungono al loro termine e inizia ufficialmente il Triduo
Pasquale. In concreto ciò vuol dire che La
Liturgia delle Ore fino alla messa della sera è ancora quella della
Quaresima o piuttosto della Settimana Santa. Perciò le Lamentazioni e
l’Ufficio delle Tenebre hanno il loro posto rigorosamente il Venerdì Santo e
il Sabato Santo (PS. 40), anche se, in certi nuovi Libri delle Ore, inizino già
il Giovedì Santo, come in passato [Il
senso dell’Ufficio delle Tenebre nei monasteri di lingua tedesca è chiarito
nel libro pubblicato dall’abbazia benedettina di Münsterschwarzach:
Trauermetten in der Karwoche, Freiburg-Münsterschwarzach 1980 (estratto da: Antiphonale
zum Stundenbuch) così come in Werbuch
zum Gotteslob, vol.2, 209-216 e il Munchner
Kantorale].
a)
La lavanda dei piedi
Il Gioved’ Santo, nella
tradizione, è legato alla lavanda dei piedi che ha le sue radici nella pratica
del battesimo dei primi cristiani e nella liturgia di servizio monastico. La
Regola del nostro Padre San Benedetto, per esempio, conosceva la lavanda
settimanale dei piedi , il sabato, quando i fratelli terminavano il loro
servizio del refettorio (RB., 35,9) ed anche la lavanda dei piedi che fanno
l’Abate e i fratelli quando arrivano ospiti nel monastero (RB., 53,13). Specie
per i monaci in viaggio, la lavanda dei piedi era considerata quasi un
sacramento, e San Bernardo nel XII.mo secolo lo giudicava ancora tale. Il Giovedì
Santo, la Lavanda dei piedi riveste un profondo significato teologico che la
Chiesa paragona all’esercizio d’amore del Redentore che ha lavato i piedi
dei suoi discepoli e ha dato loro come comandamento, a causa di ciò, la lavanda
dei piedi chiamata anche Mandatum (Comando):
Se dunque io, Signore e Maestro, ho lavato
i piedi a voi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. E’ un
esempio che vi ho dato affinché anche voi facciate come io ho fatto a voi. (Gv.,
13,14-15=Vangelo della Messa della sera).
Nel nostro Ordine, dalle origini fino a un’epoca recente, esisteva la
tradizione di lavare i piedi ai poveri il pomeriggio del Giovedì Santo nella
sala del Capitolo o nel chiostro (all’inizio dopo Nona, in seguito dopo la
Messa) e di lavare i piedi dei monaci, conversi e novizi, prima della lettura di
Compieta o collazione. (cf. la descrizione molto precisa in Ecclesiastica
Officia del Xii sec., capitolo 21; e nel Rituale
Cisterciense [antico] vol. III, cap. 21). Pertanto alla lavanda dei piedi
dei poveri ogni monaco doveva dare
una moneta a ciascun povero!
Dopo il rinnovamento della Settimana Santa (1955) la lavanda dei piedi ha la
sua collocazione nella Liturgia Romana dopo il Vangelo. E’ anche prevista nei
testi liturgici più recenti. La lavanda dei piedi acquista tutto il suo
significato quando si può fare in questo momento (cf. Rituale Cisterciense, Langwaden 1998, p. 55). Pertanto la lavanda
dei piedi non si fa per ripetere la scena biblica (non è obbligatorio il numero
dodici!), ma deve essere, seguendo l’esempio di Cristo, il servizio d’amore
della carità. Per quel che riguarda i canti durante la lavanda dei piedi si
possono utilizzare tranquillamente quelli della nostra tradizione, ma
rispettando la scelta e le indicazioni del Messale Romano. In ogni modo la
lavanda dei piedi è di circostanza il Giovedì Santo in ragione del suo
significato profondo, tanto se è compiuto seguendo la tradizione del nostro
Ordine fuori della messa della sera, tanto se è compiuto secondo il modello
della Liturgia Romana durante
l’Eucaristia. Nell’Ordine si conserva ancora la tradizione di leggere il
capitolo 13 del Vangelo di San Giovanni circa la lavanda dei piedi. Se si è già
letto Gv., 13, 1-15 durante la lavanda dei piedi prima della messa della sera,
si può prendere il Vangelo di San Luca 22, 24-30 durante la messa della sera
(cf. Rituale Cisterciense, Langwaden
1998, p. 55).
b)
La
Messa dell’ultima Cena
La lettera Paschalis Sollemnitatis
inroduce nella sostanza di questa celebrazione attraverso le parole seguenti: Con
la messa che si celebra la sera del giovedì della Settimana santa, la Chiesa dà
inizio al Triduo pasquale e s’impegna a ricordare l’ultima Cena, nel corso
della quale il Signore Gesù, la notte stessa in cui fu tradito, amando fino
alla fine i suoi che erano nel mondo, offrì a Dio Padre suo il suo Corpo e il
suo Sangue sotto le specie del pane e del vino, li offrì ai suoi apostoli in
nutrimento e ordinò loro, a loro e ai loro successori nel sacerdozio, di
offrirli (PS 44).
La Messa evidentemente è celebrata la sera, nell’orario più conveniente
(PS 46). Le tradizioni più antiche della Chiesa vietano ogni messa senza fedeli
il Giovedì Santo (PS 47). Il tabernacolo deve essere del tutto vuoto prima
della celebrazione. Le ostie per la comunione della comunità monastica e dei
fedeli devono essere consacrate durante questa messa della sera, le ostie
consacrate devono essere previste in numero sufficiente in previsione anche
della comunione del Venerdì Santo (PS 48). Come è tradizione nell’Ordine, le
campane suonano durante il Gloria
della messa della sera fino al Signore
Dio, Re celeste e poi tacciono fino al Gloria
della notte di Pasqua (PS 50).
Dopo la fine della preghiera della celebrazione Eucaristica, si fa la
processione per portare il Santissimo attraverso la Chiesa nel luogo della
reposizione. Per quanto concerne questo luogo della reposizione
dell’Eucaristia, sono in vigore alcune norme, e le stesse si prefiggono di
rendere comprensibile il suo significato teologico e pratico: Per
conservare il Santissimo, si prepara una cappella, convenientemente decorata per
invitare alla preghiera e alla meditazione; si raccomanda vivamente
un’austerità in accordo con la liturgia di questi giorni, evitando o
eliminando gli abusi su questo punto. Quando il tabernacolo è situato
ordinariamente in una cappella distinta dalla navata della chiesa, è bene farne
il luogo della reposizione e dell’adorazione (PS 49)
Il Santissimo Sacramento è
posto in un tabernacolo o in uno scrigno che si tiene chiuso. Non è mai
permesso farne l’esposizione in un ostensorio. Il tabernacolo o lo scrigno non
devono avere la forma di una tomba, e si eviterà la stessa espressione di
“tomba”: la cappella della reposizione non è preparata “in vista della
sepoltura del Signore” ma per custodire il pane eucaristico in previsione
della comunione del Venerdì Santo. (PS 55). Pertanto è necessario notare che questa “santa tomba” ha in
alcune regioni una lunga tradizione ben consolidata. Secondo le circostanze il
luogo della reposizione potrebbe essere per es. la sala capitolare, specie
quando vi è un altare. La tradizione liturgica prevede una veglia notturna
dinanzi al Santissimo Sacramento (“l’ora del monte degli olivi”) che si può,
per es., unire alla Compieta. Dopo la
Messa della Cena del Signore, i fedeli saranno invitati a proseguire
l’adorazione nella Chiesa davanti al Santissimo, che in quel giorno vi è
conservato solennemente. Secondo la convenienza, mentre si svolge l’adorazione
eucaristica, si può leggere un passo del Vangelo di San Giovanni (c. 13-17).
Dopo mezzanotte, l’adorazione si fa senza solennità né apparato, dal momento
che inizia il giorno della Passione del Signore (PS 56).
Dopo la celebrazione della
Messa della sera si spoglia l’altare, cerimonia che nel Medioevo rivestiva una
forma drammatica. All’origine si spogliavano sempre gli altari dopo la
celebrazione liturgica, ma si dava un significato particolare a tale azione il
Giovedì Santo: lo si considerava come un segno di lutto perché si era
spogliato il Signore delle sue vesti. Le norme liturgiche dicono ciò che segue:
Dopo la messa, si spoglia l’altare. E’
bene che le croci nella chiesa siano coperte con un velo rosso o viola, se non
sono già state coperte dopo il sabato prima della 5 domenica di Quaresima. Non
si accenderanno lampade davanti alle immagini dei santi (PS 57).
Il Venerdì Santo ufficialmente si chiama Feria Sexta in Passione Domini, ma in molte lingue semplicemente Venerdì
Santo. La parola tedesca “Karfreitag”
significa: Venerdì di lutto. Paschalis
Sollemnitatis spiega chiaramente il significato teologico di questi santo
giorno: In questo giorno in cui “il
Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato”, la Chiesa medita sulla Passione del
suo Signore e Sposo, e venera la Croce e, ricordandosi che essa è nata dal
costato del Cristo morto sulla Croce, essa intercede per la salvezza del mondo
intero. (PS 58). Anche qui voglio sottolineare alcuni aspetti importanti per
uno svolgimento degno della celebrazione della liturgia del Venerdì Santo,
poiché essa è ben descritta nella sua totalità nel Messale Romano e anche nel
Rituale Cisterciense (Langwaden 1998,
p. 58-68).
Nelle tradizioni più antiche, la Chiesa non celebra l’Eucaristia il
Venerdì Santo; al contrario si distribuisce la comunione ai fedeli durante la
celebrazione della Passione e della morte del Cristo, quella che era stata
consacrata durante la Messa della sera del Giovedì Santo (PS 59). Per il fatto
che alcuni liturgisti e teologi si sono pronunciati contro la distribuzione
della comunione il Venerdì Santo (invocando una vecchia tradizione), alcune
parrocchie e comunità hanno cominciato ad abbandonare semplicemente questa
pratica, che contraddice chiaramente le norme liturgiche in vigore dal 1955 fino
ad oggi. La distribuzione della comunione è prevista nei nuovi testi liturgici
ed è parte integrante della liturgia del Venerdì Santo. Essa comprende tre
parti: a) ufficio della Parola, b) adorazione della croce e c) comunione.
La celebrazione della
Passione e della Morte del Cristo ha luogo nel pomeriggio intorno alle 15.00. Per ragioni pastorali si può
fissarla in altra ora, ma dopo le 21.00 (PS 63).
La lettura della Passione
secondo San Giovanni è
cantata, o letta allo stesso modo della Domenica delle Palme. Secondo
l’istruzione Paschalis Sollemnitatis
segue un’omelia: Le letture saranno
presentate integralmente. Il salmo responsoriale e il canto al Vangelo saranno
cantati nel solito modo. Per la proclamazione della Passione secondo San
Giovanni, si seguiranno le stesse direttive della domenica precedente. Dopo la
recita della Passione, si terrà l’omelia, al termine della quale si potranno
invitare i fedeli a sostare qualche istante in meditazione (PS 66).
La preghiera universale
o le dieci grandi orazioni ci vengono dall’antichità. Il sacerdote può
scegliere, se vuole, quelle più adatte alle circostanze locali ma deve
rispettare la serie abituale delle intenzioni della preghiera universale (PS
67).
Per l’adorazione della
Croce le indicazioni
liturgiche mi sembrano importanti: Per la
presentazione della croce, questa deve essere sufficientemente grande e bella.
Si sceglierà l’una o l’altra forma di presentazione che suggerisce il
Messale. Questo rito deve essere compiuto con uno splendore degno del mistero
della nostra salvezza: tanto l’invito rivolto nell’alzare la croce (“Ecco
il legno della croce…”) che la risposta del popolo saranno cantati, e non si
ometterà pure una pausa di silenzio pieno di rispetto dopo ogni prosternazione,
stando il sacerdote in piedi e tenendo alzata la croce. (PS 68).
La prima forma ricordata qui è quella tradizionale: una croce coperta viene
scoperta in tre tempi e mostrata ai fedeli; nella seconda forma, si mostra una
croce scoperta che poi viene presentata ad ogni fedele per l’adorazione
(soltanto una!) perché la venerazione personale (eccezion fatta se è riunito
un gran numero di fedeli per la cerimonia) è un elemento fondamentale di questa
celebrazione (PS 69). Secondo l’edizione più recente del Messale Romano
(2000-2002), il sacerdote deve venerare lui la croce, possibilmente senza
pianeta e scalzo. Ciò richiama un’antica tradizione liturgica conosciuta
anche dal nostro Ordine dal suo inizio fino a questi ultimi anni (nei nostri
monasteri, tutta la comunità si toglieva le scarpe durante la liturgia del
Venerdì Santo!). Allo stesso modo il Messale Romano prevede che si possa
scegliere la sequenza “Stabat Mater dolorosa”, attribuita a Jacopone da Todi
(+1306), per accompagnare l’adorazione della croce.
E’ necessario inoltre sottolineare che il n° 71 del “Paschalis Sollemnitatis” prevede: Dopo la celebrazione, si spoglia l’altare, lasciandovi tuttavia la
croce circondata da quattro candelieri.
Il documento per il Venerdì Santo raccomanda esercizi di pietà (cammino
della Croce, processione della Passione o memoria dei sette dolori di Maria
etc.), ma essi devono essere programmati in modo tale che si svolgano non a
detrimento del punto centrale della Liturgia che è di livello superiore, per sua natura, a tutti questi “pii esercizi” (PS
72).
Nella lingua liturgica questo giorno è chiamato Sabbatum Sanctum, Sabato Santo.
Un altro nome è: Sabato del Silenzio.
La parola tedesca Karsamstag allude al
Sabato della Settimana Santa e significa (come il Venerdì Santo): sabato delle
tenebre. Spesso si parla del Sabato Santo come di un giorno non-liturgico,
termine evidentemente non esatto in quanto esiste una liturgia per il Sabato
Santo, vale a dire la Liturgia delle Ore, ma non la Liturgia Eucaristica (perché
l’altare resta vuoto). Paschalis
Sollemnitatis spiega il significato così: Il Sabato Santo, la Chiesa rimane presso il sepolcro del suo Signore,
meditando la Passione e la morte del Cristo, così come la sua discesa agli
inferi, e attende la sua risurrezione nella preghiera e nel digiuno. (PS 73). Da
ciò deriva il suggerimento di proporre
alla venerazione dei fedeli l’immagine del Cristo sulla croce, o che riposa
nel sepolcro, o che scende agli inferi, che mettono in luce il mistero del
Sabato Santo, ed anche l’immagine della Madonna Addolorata. (PS 74). Il
Sabato Santo ha perso il suo peculiare carattere con la nuova organizzazione
della celebrazione della Notte Pasquale nel 1951, in quanto da allora si dà
inizio alla celebrazione di Pasqua il Sabato Santo a metà del giorno. Infatti
il documento della Santa Sede indica: Si
insegnerà ai fedeli il vero carattere del Sabato Santo. Le usanze e le
tradizioni festive legate a questo giorno, in virtù della celebrazione pasquale
un tempo anticipata al Sabato Santo, saranno riservate alla notte e al giorno di
Pasqua (PS 76).
La Chiesa inizia la celebrazione del Triduo Pasquale dalla Messa della sera
del Giovedì, così che la Liturgia delle Ore del Venerdì Santo e del Sabato
Santo sia sotto il segno del Mistero Pasquale. L’introduzione generale alla Liturgia delle Ore dà le regole e i
suggerimenti seguenti per questi tre (due) giorni:
a)
Coloro
che assistono alla messa della sera del giovedì santo, o alla celebrazione
della passione il venerdì santo, in ciascuno di questi giorni non recitano
l’ufficio della sera (PGLH
209[2001]).
b)
Il
venerdì e il sabato santi si avrà, prima dell’ufficio del mattino, per quel
che è possibile, una celebrazione pubblica e popolare dell’ufficio della
lectio (PGLH 210[2001];
PS 40 e 62). Indica ciò che si chiama Uffici
delle Tenebre (PS 40; cf. sopra al Giovedì Santo).
c)
Le
compiete del sabato santo non sono recitate da coloro che non partecipano alla
veglia pasquale (PGLH, n°211
[202]).
Come avevo già scritto nella mia ultima circolare dell’anno scorso (n.
2), i nuovi testi liturgici non conoscono la tradizione di semplificare
l’ufficio durante questi giorni eliminando gli inni e la dossologia Gloria al Padre nei Salmi. Nel nostro Ordine, si era abbandonata
questa tradizione già nel 1960 con l’edizione dell’Officium Tridui Sacri Majoris Hebdomadae juxta Ritum Cisterciensem
Antiquum (Westmalle 1960).
Tuttavia la Liturgia delle Ore romana prevede ugualmente che si canti sempre
alle Lodi e ai Vespri del Venerdì Santo e del Sabato Santo, il responsorio Christus
factus est, cioè al posto del responsorio dopo la lettura breve, prima
dell’antifona del Benedictus e del Magnificat. Ma non si canta il testo intero
se non il Sabato Santo (come una volta).
Nelle Liturgia romana delle Ore, si trovano inni propri per le ore minori
del Venerdì Santo e per tutte le ore del sabato Santo, adatte al carattere
proprio di questi giorni. Si trovano inni latini nel Heiligenkreuzer Brevier oppure nel Heiligenkreuzer Hymnar (con le melodie).
II. INFORMAZIONI
NUOVE FESTIVITA’ DEI
SANTI (NEL
“DIRECTORIUM”)
Vi si è fatto osservare che vi sono nuove festività dei Santi nell’Ordinis
Cisterciensis Directorium Divini Officii 2003-2004 ed è opportuno
utilizzare per queste feste e per altre più antiche i testi latini propri
pubblicati in allegato (p. 118-156) (la competenza per la traduzione di questi
testi appropriati spetta alle Conferenze Episcopali regionali). Tutte queste
nuove memorie sono citate nella recente edizione del Missale
Romanum (Editio typica tertia, 2002), di conseguenza nel calendario della
Chiesa universale, e dunque nel nostro calendario. Queste nuove memorie,
facoltative salvo una, sono:
1.
Il
Santissimo Nome di Gesù,
il 3 gennaio. L’antica festa della 2 Domenica dopo l’Epifania è stata
reintrodotta, ma ridotta a una Memoria ad libitum.
2.
Santa
Giuseppina Bakhita, Religiosa (+1947), l’8
febbraio
3.
San
Luigi Maria Grignion de Monfort, Sacerdote (+1716), il
28 aprile
4.
Memoria
di Nostra Signora di Fatima, il
13 maggio
5.
San
Cristoforo Magallenes, Sacerdote (+1927) e i suoi compagni, Martiri, il
21 maggio
6.
Santa
Rita da Cascia, Religiosa (+1447), il
22 maggio
7.
Sant’Agostino
Zhao Rong, Sacerdote (+1815) e i suoi compagni, Martiri, il
9 luglio
8.
Sant’Apollinare,
Vescovo, Martire (+3 secolo), il
20 luglio
9.
San
Scharbel Makhlouf, Religioso e Sacerdote (+1898), il
24 luglio
10.
San
Pio da Pietrelcina (Padre Pio), Religioso e Sacerdote (+1968), Memoria
obbligatoria il 23 settembre.
[cf.
I nuovi Santi, in: Gottesdienst 38
(2004), quad. 2, p. 14}
Approfitto di questa occasione per ringraziare cordialmente il nostro
“Direttorista”, Fr. Xavier Guanter di Poblet per la fatica che affronta
nella redazione curata del Direttorio dell’Ordine. D’altra parte, è a lui
che bisogna rivolgersi per comunicare tutti i cambiamenti e le proposte
concernenti il Direttorio.
Per quanto riguarda il “Missale
Romanum” più recente del 2000/2002 che più volte è stato menzionato, le
edizioni nelle altre lingue non si prevedono che per gli anni prossimi. Per così
dire non si è ancora iniziata la traduzione nei paesi di lingua tedesca e
francese … Sembra che ciò sia legato all’istruzione “Liturgiam authenticam” della Congregazione a proposito delle
traduzioni (= 5a istruzione del 7 maggio 2001 per il corretto utilizzo della
Costituzione sulla Santa Liturgia Sacrosanctum
Concilium del Concilio Vaticano II) che risulta molto ampio ed esigente.
Essa dà delle regole e dei criteri molto stretti per la traduzione dei testi
liturgici.
I 40 ANNI DELLA COSTITUZIONE LITURGICA "SACROSANCTUM CONCILIUM"
Il
4 dicembre 2003 era il 40mo anniversario della promulgazione della Costituzione
liturgica Sacrosanctum Concilium,
primo testo adottato dal Concilio Vaticano II. Il Papa Giovanni Paolo II ha
onorato questo giubileo con la sua bellissima lettera apostolica del 4 dicembre
2003 Spiritua et Sponsa [testo
francese nella Documentazione Cattolica 2306 (2004) 52-56 – testo
tedesco nel numero 3 del settimanale tedesco “L’Osservatore
Romano” del 16 gennaio 2003, p. 7-8. V. l’articolo del Maestro delle
Celebrazioni Liturgiche Pontificie, Arcivescovo Piero Marini, ibidem p. 9-10].
A questo proposito molte Conferenze Episcopali e alcuni Vescovi hanno diffuso
lettere pastorali [per
esempio la lettera pastorale della Conferenza Episcopale Tedesca del 24
settembre 2003 o la lettera pastorale del Vescovo di Bale per la 1 domenica di
Avvento, Die Gegenwart Jesu Christi feiern].
Molte università e istituti liturgici, per es. a Roma, Parigi, Treviri, Erfurt,
Friburgo hanno organizzato dei congressi sulla Costituzione liturgica. Per i
monasteri di lingua tedesca, vi è una lettera pastorale molto importante dei
vescovi tedeschi del 24 giugno 2003 sulla celebrazione piena di vita della
liturgia: Pastorales Schreiben. Mitte
und Höhepunkt des ganzen Lebens der christlichen Gemeinde. Impulse für eine
lebendige Feier der Liturgie (Publication Die deutsche Bischöfe, 74, edizione del Sekretariat der Deutschen Bischofskonferenz, Bonner Talweg 177,
D-53129 Bonn) [il testo inoltre di altri documenti si trova su: www.liturgie.de].
*
* *
La
prossima circolare sarà diffusa probabilmente per l’Avvento 2004. A causa di
una lunga malattia disgraziatamente non avete ricevuto la circolare per
l’Avvento 2003.
Vi saluto cordialmente e fraternamente con tutti i miei auguri per una fruttuosa Quaresima e un Santo Tempo Pasquale.
Vostro
Fr. Alberico M. Altermatt o. cist.
Monastero
di Eschenbach (Svizzera), 22 febbraio 2004.