REGOLA
DI SAN
BENEDETTO

in
concordanza con
"
§
RB : Testo estratto dal CD-ROM “Montecassino” ed.
FINSIEL, Rivisto e corretto in base alla versione di A. Lentini (“
§
De Vita Cisterciensi Hodierna. Declaratio
Capituli Generalis Ordinis Cisterciensis. (ACG 44 (2000) 7-43).
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scolta, figlio mio,
gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore; accogli volentieri
i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in pratica con impegno, in
modo che tu possa tornare attraverso la solerzia dell'obbedienza a Colui dal
quale ti sei allontanato per l'ignavia della disobbedienza. Io mi rivolgo personalmente
a te, chiunque tu sia, che, avendo deciso di rinunciare alla volontà propria,
impugni le fortissime e valorose armi dell'obbedienza per militare sotto il
vero re, Cristo Signore. Prima di tutto chiedi a Dio con costante e intensa
preghiera di portare a termine quanto di buono ti proponi di compiere,
affinché, dopo averci misericordiosamente accolto tra i suoi figli, egli non
debba un giorno adirarsi per la nostra indegna condotta. Bisogna dunque
servirsi delle grazie che ci concede per obbedirgli a ogni istante con tanta fedeltà
da evitare, non solo che egli giunga a diseredare i suoi figli come un padre
sdegnato, ma anche che, come un sovrano tremendo, irritato dalle nostre colpe,
ci condanni alla pena eterna quali Servi infedeli che non lo hanno voluto
seguire nella gloria.
Art. 1. Noi, membri del capitolo generale, riuniti
per procedere all’aggiornamento del nostro Ordine, dopo matura deliberazione e
scambio di opinioni, abbiamo deciso, in primo luogo, di esporre gli elementi
principali della nostra vocazione e della nostra vita, per gettare in certo
qual modo le basi di tutta l’opera di rinnovamento. In questa dichiarazione
vogliamo dunque esporre sinceramente ed onestamente che cosa ci proponiamo per
effettuare l’aggiornamento, quali fini vogliamo conseguire e per quale via intendiamo
raggiungerli.
Art. 2. Con la nostra dichiarazione non vogliamo
affatto precludere la via ad ulteriori considerazioni o a nuove soluzioni,
perché anche le generazioni cistercensi future avranno il diritto ed il dovere
di ricercare forme più idonee e migliori per la vita monastica, non meno di
quanto fecero i fondatori di Cistercio nel sec. XII e le generazioni che li
seguirono. Allora, infatti, saremo veri seguaci dei Padri che fondarono il
“Nuovo Monastero”, se non cesseremo di ricercare le vie e i modi che ci daranno
la possibilità di vivere sempre più completamente la nostra vocazione secondo
la volontà di Dio.
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lziamoci, dunque,
una buona volta, dietro l'incitamento della Scrittura che esclama: “E' ora di
scuotersi dal sonno!” e aprendo gli occhi a quella luce divina ascoltiamo con
trepidazione ciò che ci ripete ogni giorno la voce ammonitrice di Dio: “Se oggi
udrete la sua voce, non indurite il vostro cuore!” e ancora: “Chi ha orecchie
per intendere, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese!”. E che dice?
“Venite, figli, ascoltatemi, vi insegnerò il timore di Dio. Correte, finché
avete la luce della vita, perché non vi colgano le tenebre della morte”. Quando
poi il Signore cerca il suo operaio tra la folla, insiste dicendo: “Chi è
l'uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici?”. Se a
queste parole tu risponderai: “Io!”, Dio replicherà: “Se vuoi avere la vita,
quella vera ed eterna, guarda la tua lingua dal male e le tue labbra dalla
menzogna. Allontanati dall'iniquità, opera il bene, cerca la pace e seguila”.
Se agirete così rivolgerò i miei occhi verso di voi e le mie orecchie
ascolteranno le vostre preghiere, anzi, prima ancora che mi invochiate vi dirò:
“Ecco sono qui!”. Fratelli carissimi, che può esserci di più dolce per noi di
questa voce del Signore che ci chiama? Guardate come nella sua misericordiosa
bontà ci indica la via della vita!
Art.
11. Non è nostra intenzione proporre ideali teoretici e
lontani dalla realtà della vita per conservare o per ristabilire modi di vita
in disuso, ma intendiamo esaminare e perfezionare la nostra vita attuale,
moderna, concreta e indicare i principi utili al suo rinnovamento. Cerchiamo di
rendere genuina ed efficiente la vita monastica cistercense del secolo ventesimo,
che promana dalla vocazione che Dio in concreto ci ha dato. Dio infatti, ci
chiama proprio in questo momento e vuole che noi siamo santi nel tempo presente
e nelle attuali circostanze e desidera che seguiamo Cristo e serviamo
caritatevolmente gli uomini secondo le possibilità dell’uomo contemporaneo. È
necessario che le nostre attività siano poggiate sempre sulla verità e sulla
realtà della vita. Perciò in questa dichiarazione vogliamo avere sempre presenti
le opere, le possibilità, le esigenze, i doveri dei monaci e delle comunità, la
vita della Chiesa e quella del mondo odierno. Tale senso della realtà non
implica affatto l’accettazione o l’approvazione delle imperfezioni e dei vizi
della presente situazione, come se, contenti della volgare e piatta realtà, ci
rifiutassimo di tendere verso mete più alte. Giustamente rigettiamo tale
atteggiamento, come contrario all’essenza stessa della vita religiosa e
all’impegno di vivere in perfetta carità; ma d’altra parte, sappiamo bene che
gli ideali ed i propositi, per quanto sublimi, non hanno alcun valore se non
possono essere accettati liberamente, anzi volentieri e realizzati
efficacemente dagli uomini ai quali vengono proposti.
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rmati dunque di fede
e di opere buone, sotto la guida del Vangelo, incamminiamoci per le sue vie in
modo da meritare la visione di lui, che ci ha chiamati nel suo regno. Se, però,
vogliamo trovare dimora sotto la sua tenda, ossia nel suo regno, ricordiamoci
che è impossibile arrivarci senza correre verso la meta, operando il bene. Ma
interroghiamo il Signore, dicendogli con le parole del profeta: “Signore, chi
abiterà nella tua tenda e chi dimorerà sul tuo monte santo?”. E dopo questa
domanda, fratelli, ascoltiamo la risposta con cui il Signore ci indica la via
che porta a quella tenda: “Chi cammina senza macchia e opera la giustizia; chi
pronuncia la verità in cuor suo e non ha tramato inganni con la sua lingua; chi
non ha recato danni al prossimo, né ha accolto l'ingiuria lanciata contro di
lui”; chi ha sgominato il diavolo, che malignamente cercava di sedurlo con le
sue suggestioni, respingendolo dall'intimo del proprio cuore e ha impugnato
coraggiosamente le sue insinuazioni per spezzarle su Cristo al loro primo
sorgere; gli uomini timorati di Dio, che non si insuperbiscono per la propria
buona condotta e, pensando invece che quanto di bene c'è in essi non è opera
loro, ma di Dio, lo esaltano proclamando col profeta: “Non a noi, Signore, non
a noi, ma al tuo nome dà gloria!”. Come fece l'apostolo Paolo, che non si attribuì
alcun merito della sua predicazione, ma disse:” Per grazia di Dio sono quel che
sono” e ancora: “chi vuole gloriarsi, si glori nel Signore”. Perciò il Signore
stesso dichiara nel Vangelo: “Chi ascolta da me queste parole e le mette in
pratica, sarà simile a un uomo saggio il quale edificò la sua casa sulla
roccia. E vennero le inondazioni e soffiarono i venti e si abbatterono su
quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia”. Dopo aver
concluso con queste parole il Signore attende che, giorno per giorno,
rispondiamo con i fatti alle sue sante esortazioni. Ed è proprio per permetterci
di correggere i nostri difetti che ci vengono dilazionati i giorni di questa
vita secondo le parole dell'Apostolo: “Non sai che con la sua pazienza Dio vuole
portarti alla conversione?” Difatti il Signore misericordioso afferma: “Non
voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva”.
Art. 12. È necessario che il rinnovamento della
nostra vita religiosa si estenda a tutti gli aspetti dell’esistenza, e perciò
dobbiamo tener conto di tutti i suoi elementi costitutivi, dando a ciascuno di
essi la dovuta importanza. Sarebbe del tutto falso esaltare alcuni aspetti del
nostro modo di vivere, considerandoli quasi i soli essenziali alla vita
cistercense e trascurarne invece altri, perché li giudichiamo come secondari,
anzi come ostacoli alla vera vita monastica. In ogni momento della vita noi
siamo e dobbiamo essere cistercensi, non solo quando ci riuniamo per la preghiera
o quando siamo impegnati a compiere le osservanze comunitarie, ma anche nello
studio, nel lavoro, nel ministero sacerdotale, nella preghiera privata, nel
metterci al servizio delle necessità degli uomini e in altre circostanze simili
Quindi noi desideriamo avere una visione integrale che riunisca armonicamente
tutti gli aspetti della vita nell’unico servizio del Signore. Se alcune
attività della vita cistercense odierna non riguardano tutti i membri
dell’Ordine –come il sacerdozio–oppure tutti i monasteri –come l’educazione
della gioventù e la cura pastorale a nondimeno siano attentamente ponderate e
con sincerità se ne riconoscano il valore e l’importanza. Gli elementi che
appena si riscontrano o non si riscontrano affatto nella Regola e negli inizi
di Cistercio, non per questo debbono essere considerati come secondari o
sospetti. Infatti la vita monastica, come ogni organismo vivente, nel corso dei
secoli cresce e si evolve, assimila molti elementi nuovi e ne respinge non
pochi di quelli antichi.
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unque, fratelli
miei, avendo chiesto al Signore a chi toccherà la grazia di dimorare nella sua
tenda, abbiamo appreso quali sono le condizioni per rimanervi, purché sappiamo
comportarci nel modo dovuto. Perciò dobbiamo disporre i cuori e i corpi nostri
a militare sotto la santa obbedienza. Per tutto quello poi, di cui la nostra
natura si sente incapace, preghiamo il Signore di aiutarci con la sua grazia. E
se vogliamo arrivare alla vita eterna, sfuggendo alle pene dell'inferno, finche
c'è tempo e siamo in questo corpo e abbiamo la possibilità di compiere tutte
queste buone azioni, dobbiamo correre e operare adesso quanto ci sarà utile per
l'eternità. Bisogna dunque istituire una scuola del servizio del Signore nella
quale ci auguriamo di non prescrivere nulla di duro o di gravoso; ma se, per la
correzione dei difetti o per il mantenimento della carità, dovrà introdursi una
certa austerità, suggerita da motivi di giustizia, non ti far prendere dallo
scoraggiamento al punto di abbandonare la via della salvezza, che in principio
è necessariamente stretta e ripida. Mentre invece, man mano che si avanza nella
vita monastica e nella fede, si corre per la via dei precetti divini col cuore
dilatato dall'indicibile sovranità dell'amore. Così, non allontanandoci mai
dagli insegnamenti di Dio e perseverando fino alla morte nel monastero in una
fedele adesione alla sua dottrina, partecipiamo con la nostra sofferenza ai
patimenti di Cristo per meritare di essere associati al suo regno.
Art.
13. Le forme istituzionali nelle quali oggi si manifesta
concretamente la realtà della vita cistercense sono le varie comunità vive.
Risulta anche che nel corso dei secoli, le nostre comunità site in differenti
regioni, assunsero vari impegni di servizio e forme diverse di vita. Per sé
questa diversità non deve essere deplorata, considerandola quasi come una
degenerazione abnorme, ma piuttosto si deve accettare non soltanto come dato di
fatto indiscutibile, ma anche come segno di vitalità e come invito all’azione
da parte di Dio, poiché i valori e i differenti compiti delle singole congregazioni
e monasteri, se prevale la fiducia reciproca, potranno servire al bene e al
progresso di tutto l’Ordine attraverso la collaborazione delle comunità. Vale
di più infatti, la diversità concorde che l’uniformità discorde e forzata. Per
questo motivo il capitolo generale riconosce e promuove la legittima autonomia
delle singole congregazioni e dei monasteri nel precisare le loro forme di vita
e si impegnerà a offrire loro l’aiuto in questo sforzo. Pertanto nel compiere
il lavoro di rinnovamento, è sommamente importante che prima di ogni altra
cosa, ciascuna comunità conosca e riesamini i suoi fini e le proprie capacità e
si dia convenienti forme di vita. Infatti questo lavoro spetta, prima che ad
altri, alle singole comunità. Il capitolo generale intende solamente offrire
loro un aiuto quando promuove e coordina il lavoro di rinnovamento, ma non può
né sopprimere, né assumersi i doveri dei monasteri e delle congregazioni.
Art. 14. Tenuto presente quanto
abbiamo appena detto, desideriamo rinnovare la realtà della vita cistercense in
modo tale che sia la continuazione naturale e lo sviluppo organico della
secolare tradizione monastica e cistercense. Certamente ora più accuratamente
che in passato, vogliamo conoscere le tradizioni monastiche e cistercensi e da
esse attingerle quanto più è possibile per il nostro profitto e per la nostra
ispirazione. Però non vogliamo che dette tradizioni siano per noi di limite e
di ostacolo nella soluzione dei problemi contemporanei, dei quali per le
condizioni di vita ora completamente mutate, gli antichi spessissimo non
potevano avere che pochissima o nessuna conoscenza. Non ci è lecito rinunziare
alla nostra responsabilità nell’ordinare la vita religiosa, né dobbiamo avere
timore di vie o di soluzioni nuove. La storia sia per noi maestra, non padrona;
ci ammonisca e ci ispiri, ma mai ci sia di impedimento.
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' noto che ci sono
quattro categorie di monaci. La prima è quella dei cenobiti, che vivono in un
monastero, militando sotto una regola e un abate. La seconda è quella degli
anacoreti o eremiti, ossia di coloro che non sono mossi dall'entusiastico
fervore dei principianti, ma sono stati lungamente provati nel monastero, dove con
l'aiuto di molti hanno imparato a respingere le insidie del demonio; quindi,
essendosi bene addestrati tra le file dei fratelli al solitario combattimento
dell'eremo, sono ormai capaci, con l'aiuto di Dio, di affrontare senza il sostegno
altrui la lotta corpo a corpo contro le concupiscenze e le passioni. La terza
categoria di monaci, veramente detestabile è formata dai sarabaiti: molli come
piombo, perché non sono stati temprati come l'oro nel crogiolo dell'esperienza
di una regola, costoro conservano ancora le abitudini mondane, mentendo a Dio
con la loro tonsura. A due a due, a tre a tre o anche da soli, senza la guida
di un superiore, chiusi nei loro ovili e non in quello del Signore, hanno come
unica legge l'appagamento delle proprie passioni, per cui chiamano santo tutto
quello che torna loro comodo, mentre respingono come illecito quello che non
gradiscono. C'è infine una quarta categoria di monaci, che sono detti
girovaghi, perché per tutta la vita passano da un paese all'altro, restando tre
o quattro giorni come ospiti nei vari monasteri, sempre vagabondi e instabili,
schiavi delle proprie voglie e dei piaceri della gola, peggiori dei sarabaiti
sotto ogni aspetto. Ma riguardo alla vita sciagurata di tutti costoro è
preferibile tacere piuttosto che parlare. Lasciamoli quindi da parte e con
l'aiuto del Signore occupiamoci dell'ordinamento della prima categoria, ossia
quella fortissima e valorosa dei cenobiti.
Art. 79. Seguendo la nostra
vocazione, siamo entrati in un monastero cistercense liberamente scelto,
affinché potessimo ricevere gli insegnamenti della scuola del divino servizio.
In seguito con la professione, abbiamo volontariamente accettato i doveri le
gli ideali della vita del nostro monastero. Di conseguenza la vita monastica
non ci è stata imposta, ma siamo stati noi che l’abbiamo volontariamente scelta
con libera dedizione. Perciò le comunità risultano formate di volontari che
tutti insieme tendono allo stesso fine da tutti conosciuto e da tutti voluto,
così che abitiamo nel monastero in pieno accordo ed abbiamo un cuor solo ed
un’anima sola.
Art.
80. Il fondamento della comunità monastica è dunque la libera
e volontaria offerta di noi stessi, che stimiamo grandemente i valori e i
compiti della vita nel monastero e li consideriamo come propri. Questa libera offerta,
questa attiva convinzione sono la forza motrice dell’obbedienza e
dell’osservanza delle leggi, come anche sono il fondamento di tutta la struttura
giuridica. Se esse vengono meno, la comunità monastica, come ogni società
fondata sulla libera adesione degli appartenenti ad essa, non può essere in
grado di conservare una vera vitalità. Perciò è sommamente importante sia che i
monaci serbino viva ed efficace quella offerta di sé con cui hanno abbracciato
liberamente la vita monastica, sia che ogni ordinamento od organizzazione della
vita comunitaria tenga presente quella libera ed attiva volontà e si studi di
rianimarla e promuoverla.
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n abate degno di
stare a capo di un monastero deve sempre avere presenti le esigenze implicite
nel suo nome, mantenendo le proprie azioni al livello di superiorità che esso
comporta. Sappiamo infatti per fede che in monastero egli tiene il posto di
Cristo, poiché viene chiamato con il suo stesso nome, secondo quanto dice l'Apostolo:
“Avete ricevuto lo Spirito di figli adottivi, che vi fa esclamare: Abba,
Padre!” Perciò l'abate non deve insegnare, né stabilire o ordinare nulla di
contrario alle leggi del Signore, anzi il suo comando e il suo insegnamento
devono infondere nelle anime dei discepoli il fermento della santità. Si
ricordi sempre che nel tremendo giudizio di Dio dovrà rendere conto tanto del
suo insegnamento, quanto dell'obbedienza dei discepoli e sappia che il pastore
sarà considerato responsabile di tutte le manchevolezze che il padre di
famiglia avrà potuto riscontrare nel gregge. D'altra parte è anche vero che, se
il pastore avrà usato ogni diligenza nei confronti di un gregge irrequieto e
indocile, cercando in tutti i modi di correggerne la cattiva condotta, verrà
assolto nel divino giudizio e potrà ripetere con il profeta al Signore: “Non ho
tenuto la tua giustizia nascosta in fondo al cuore, ma ho proclamato la tua
verità e la tua salvezza; essi tuttavia mi hanno disprezzato, ribellandosi
contro di me”. E allora la giusta punizione delle pecore ribelli sarà la morte,
che avrà finalmente ragione della loro ostinazione.
Art.
94. L’abate è anzitutto pastore di anime, il suo ufficio
cioè, è principalmente spirituale e diretto al bene delle anime. La sua autorità
è ministeriale ed ha carattere di umile servizio, secondo l’insegnamento e
l’esempio di Cristo, del quale fa le veci. Perciò è opportuno che manifesti ed
esprima verso i confratelli la paterna carità con la quale il Padre celeste li
ama.
Art.
95. L’abate è inoltre mediatore della Parola di Dio, avendo
l’incarico di interpretare le divine Scritture nelle molteplici circostanze
della vita quotidiana. Mai però può porsi al disopra della Parola di Dio, anzi
deve sempre di più essere sottomesso ad essa.
Art.
96. Non è di minore importanza l’altro compito abbaziale che
è indicato da san Paolo come “discretio spirituum”, cioè saper conoscere le anime.
L’abate dunque si impegni a vedere distintamente se ciascuno dei suoi monaci
sia guidato dallo Spirito di Dio, oppure unicamente dalle aspirazioni terrene
della sua ambizione, o se sia ingannato dallo spirito di menzogna. Ma affinché
possa distinguere la voce dello Spirito da qualunque altra voce, è necessario
che egli stesso sia versato anche nelle cose spirituali per dottrina ed
esperienza.
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unque, quando uno
assume il titolo di Abate deve imporsi ai propri discepoli con un duplice
insegnamento, mostrando con i fatti più che con le parole tutto quello che è buono
e santo: in altri termini, insegni oralmente i comandamenti del Signore ai discepoli
più sensibili e recettivi, ma li presenti esemplificati nelle sue azioni ai più
tardi e grossolani. Confermi con la sua condotta che bisogna effettivamente
evitare quanto ha presentato ai discepoli come riprovevole, per non correre il
rischio di essere condannato dopo aver predicato agli altri e di non sentirsi
dire dal Signore per i suoi peccati: “Come ti arroghi di esporre i miei precetti
e di avere sempre la mia alleanza sulla bocca, tu che hai in odio la disciplina
e ti getti le mie parole dietro le spalle?” e ancora: “Tu che vedevi la
pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, non ti sei accorto della trave nel
tuo”. Si guardi dal fare preferenze nelle comunità: non ami l'uno piò dell'altro,
a eccezione di quello che avrà trovato migliore nella condotta e nell'obbedienza:
non anteponga un monaco proveniente da un ceto elevato a uno di umili origini,
a meno che non ci sia un motivo ragionevole per stabilire una tale precedenza.
Ma se, per ragioni di giustizia, riterrà di dover agire così lo faccia per
chiunque; altrimenti ciascuno conservi il proprio posto, perché, sia il servo
che il libero, tutti siamo una cosa sola in Cristo e, militando sotto uno
stesso Signore, prestiamo un eguale servizio. Infatti, “dinanzi a Dio non ci
sono parzialità” e una cosa sola ci distingue presso di lui: se siamo umili e
migliori degli altri nelle opere buone. Quindi l'abate ami tutti allo stesso
modo, seguendo per ciascuno una medesima regola di condotta basata sui
rispettivi meriti.
Art.
97. L’abate è il centro di unione della comunità, promuove
l’aspirazione concorde dei singoli ai fini comuni e coordina le inclinazioni e
le attività di tutti. Perciò egli deve sommamente stimare, comprendere e trattare
col dovuto rispetto la personalità di tutti i confratelli. L’abate che ha il
cuore sempre aperto e tempo disponibile per tutti, avrà cura che tutti obbediscano
non con una obbedienza qualsiasi, ma attiva e responsabile e che vi sia la
cooperazione cordiale dei singoli, affinché le doti di tutti fruttifichino nel
servizio di Dio. Cercherà di promuovere il dialogo sincero ed aperto. Renderà
consapevoli i confratelli dei problemi e dei progetti che toccano la vita del monastero
e di tutte le attività della casa: poiché si tratta di cose che appartengono
anche ad essi. Tuttavia si assumerà la responsabilità che gli proviene
dall’ufficio ricoperto, quando deve chiaramente stabilire ciò che, dopo attento
esame, gli sembra essere secondo la volontà di Dio.
Art.
98. L’abate nella sua qualità di promotore dell’unione,
metterà da parte tutto ciò che potrebbe favorire il distacco tra lui e i
confratelli, come per esempio: l’esagerato uso delle insegne prelatizie; i
segni antiquati di rispetto, in luogo dei quali siano osservate le attuali
regole della buona educazione; i privilegi che oggi sono difficilmente
comprensibili. Condurrà vita comune coi fratelli, mostrandosi ad essi esemplare
per fedeltà e zelo. Ridurrà al minimo possibile le occasioni che esigono la sua
assenza dal monastero. Infatti, pur essendo stato creato abate, egli resta
monaco e fratello tra fratelli, in modo che, come centro di unione e di carità,
si dedichi ad essi nell’amore di Cristo.
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er quanto riguarda
poi la direzione dei monaci, bisogna che tenga presente la norma dell'apostolo:
“Correggi, esorta, rimprovera” e precisamente, alternando i rimproveri agli
incoraggiamenti, a seconda dei tempi e delle circostanze, sappia dimostrare la
severità del maestro insieme con la tenerezza del padre. In altre parole, mentre
deve correggere energicamente gli indisciplinati e gli irrequieti, deve
esortare amorevolmente quelli che obbediscono con docilità a progredire sempre
più. Ma è assolutamente necessario che rimproveri severamente e punisca i
negligenti e coloro che disprezzano la disciplina. Non deve chiudere gli occhi
sulle eventuali mancanze, ma deve stroncarle sul nascere, ricordandosi della
triste fine di Eli, sacerdote di Silo. Riprenda, ammonendoli una prima e una
seconda volta, i monaci più docili e assennati, ma castighi duramente i
riottosi, gli ostinati, i superbi e i disobbedienti, appena tentano di trasgredire,
ben sapendo che sta scritto: “Lo stolto non si corregge con le parole”e anche:
“Battendo tuo figlio con la verga, salverai l'anima sua dalla morte”.
Art.
115. L’abate preside governa la congregazione secondo le
direttive del suo capitolo ed è il segno dell’unione fraterna che congiunge i
monasteri tra loro. Egli presta la sua opera in servizio dei fratelli affinché
nelle comunità fiorisca, si consolidi e si sviluppi la vita monasteriale
conforme alle costituzioni della congregazione. Spetta a lui stesso
incrementare i rapporti tra i monasteri per il bene di tutta la congregazione.
È però necessario che nella realizzazione di questo programma gli abati ed i
monaci di ogni monastero, siano di aiuto all’abate preside, in quanto coltivano
rapporti fraterni tra loro, si incontrano volentieri, collaborano negli studi,
partecipano a convegni su argomenti di natura spirituale o amministrativa, e
cercano di conoscersi e di stimarsi sempre di più.
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'abate deve sempre
ricordarsi quel che è e come viene chiamato, nella consapevolezza che sono
maggiori le esigenze poste a colui al quale è stato affidato di più. Bisogna
che prenda chiaramente coscienza di quanto sia difficile e delicato il compito
che si è assunto di dirigere le anime e porsi al servizio dei vari
temperamenti, incoraggiando uno, rimproverando un altro e correggendo un terzo:
perciò si conformi e si adatti a tutti, secondo la rispettiva indole e
intelligenza, in modo che, invece di aver a lamentare perdite nel gregge
affidato alle sue cure, possa rallegrarsi per l'incremento del numero dei
buoni. Soprattutto si guardi dal perdere di vista o sottovalutare la salvezza
delle anime, di cui è responsabile, per preoccuparsi eccessivamente delle realtà
terrene, transitorie e caduche, ma pensi sempre che si è assunto l'impegno di dirigere
delle anime, di cui un giorno dovrà rendere conto e non cerchi una scusante
nelle eventuali difficoltà economiche, ricordandosi che sta scritto :”Cercate
anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno
date in soprappiù” e anche: “Nulla manca a coloro che lo temono”. Sappia
inoltre che chi si assume l'impegno di dirigere le anime deve prepararsi a
renderne conto e stia certo che, quanti sono i monaci di cui deve prendersi
cura, tante solo le anime di cui nel giorno del giudizio sarà ritenuto
responsabile di fronte a Dio, naturalmente oltre che della propria. Così nel
continuo timore dell'esame a cui verrà sottoposto il pastore riguardo alle
pecore che gli sono state affidate mentre si preoccupa del rendiconto altrui,
si fa più attento al proprio e corregge i suoi personali difetti, aiutando gli
altri a migliorarsi con le sue ammonizioni.
Art.
123. L’abate generale, eletto dal capitolo generale, governa
l’Ordine secondo le direttive del capitolo stesso e le norme delle costituzioni
dell’Ordine, e promuove gli ideali della nostra unione.
L’abate
generale:
a.
È animatore e centro di
fraterna unione nell’Ordine e primariamente in quanto è pronto a servire,
accettando, favorendo e rappresentando tutte le famiglie dell’Ordine in maniera
giusta e imparziale. Fa suoi i valori e gli ideali comuni dell’Ordine, sia con
la sua azione personale sia con atti ufficiali. Ha gli stessi sentimenti
dell’Ordine, che esiste concretamente nelle nostre comunità e accoglie con
animo aperto le loro preoccupazioni tendenze ed opinioni.
b.
È promotore e coordinatore dei
progetti e delle risoluzioni comuni, che superano le possibilità delle singole
congregazioni e comunità, ma sono utili a tutte o a molte di esse. Ha lui
stesso parte attiva nella concezione ed elaborazione di tali progetti, incoraggia
le iniziative degli altri e, infine, spinge alla loro esecuzione con consigli e
fatti.
c.
Usando a servizio di tutti
l’autorità riconosciutagli nelle costituzioni, è padre, anzi fratello tra
fratelli, e desidera secondo la volontà di Cristo di essere utile più che di
comandare. Nelle lettere, nelle allocuzioni e nelle comunicazioni dirette
all’Ordine, egli si esprime con stile fraterno, di condiscepolo e conservo del
Signore, chi ricerca insieme ai confratelli la verità e la volontà di Dio.
Convinto egli stesso dei valori della vocazione religiosa, si industria di
manifestare ai confratelli e alle comunità. prospettive e possibilità nuove,
infondendo anche in essi speranza nel futuro.
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gni volta che in
monastero bisogna trattare qualche questione importante, l'abate convochi tutta
la comunità ed esponga personalmente l'affare in oggetto. Poi, dopo aver
ascoltato il parere dei monaci, ci rifletta per proprio conto e faccia quel che
gli sembra più opportuno. Ma abbiamo detto di consultare tutta la comunità,
perché spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore.
I monaci poi esprimano il loro parere con tutta umiltà e sottomissione, senza
pretendere di imporre a ogni costo le loro vedute; comunque la decisione spetta
all'abate e, una volta che questi avrà stabilito ciò che è più conveniente, tutti
dovranno obbedirgli. D'altra parte, come è doveroso che i discepoli obbediscano
al maestro, così è bene che anche lui predisponga tutto con prudenza ed equità.
Dunque in ogni cosa tutti seguano come maestra
Art.
102. I1 capitolo conventuale partecipa al governo della casa
ogni volta che si trattano nel monastero gli affari più importanti e specialmente
nei casi contemplati dalle costituzioni delle congregazioni e dal diritto comune.
Nel capitolo si procede con vero atto collegiale alla elezione dell’abate e in
modo collegiale, si prendono decisioni circa le attività del monastero, circa
l’ammissione e la formazione di nuovi fratelli e circa l’amministrazione dei
beni.
Art.
103. Ma il ruolo del capitolo non si deve limitare ai casi
nei quali, in forza del diritto comune o particolare, i capitolari devono dare
il loro voto deliberativo o consultivo. I confratelli devono essere riuniti
spesso a colloquio, in dialogo veramente fraterno, affinché si realizzi
efficacemente la partecipazione e l’interessamento di essi al bene del
monastero. Perciò il capitolo conventuale deve essere anche la sede in cui si
informano i fratelli delle cose del monastero, della congregazione e
dell’Ordine e dove gli ufficiali e gli esperti riferiscono rispettivamente
circa il loro operato o circa questioni di attualità.
Art.
104. Gli argomenti da trattarsi in capitolo siano scelti con
la collaborazione del consiglio più ristretto dell’abate, tenuto conto dei
desideri e dei problemi proposti dai confratelli, e siano notificati
convenientemente e in tempo utile ai capitolari, affinché ci sia il tempo per
riflettere sulle questioni e studiarle. In alcune materie sarà più opportuno
dare le risposte per iscritto. L’obbligo del segreto sia limitato agli
argomenti che esigono discrezione assoluta, ma i confratelli usino la massima
segretezza fuori del monastero per quanto concerne gli affari della famiglia
monastica.
Art.
105. Inoltre, nelle singole comunità, siano adottati mezzi
adatti per informare in modo abituale, tempestivo ed accurato, tutti, compresi
quelli che risiedono fuori della casa, intorno agli affari del monastero, della
congregazione e dell’Ordine.
Art.
106. Il consiglio dell’abate, composto di un numero più
ristretto di membri le chiamato spesso “consiglio degli anziani”, sia opportunamente
convocato per qualsiasi necessità o utilità della famiglia monastica ed anche
per trattare cose riservate. La comunità suole eleggere la metà circa dei
membri di questo consiglio, il resto è nominato dall’abate.
Art.
107. Mediante l’attuazione dei principi e dei consigli dati
fin qui, le comunità saranno in grado di acquistare nuovo vigore, saranno
famiglie che abitano nella casa di Dio, animate dalla carità, e schiere fraterne
ben ordinate, che godono di una salda unità, in seno alla quale ciascuno, adempiendo
i suoi doveri, rende servigio a tutti e da tutti riceve conforto.
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rima di tutto amare
il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze; poi
il prossimo come se stesso. Quindi non uccidere, non commettere adulterio, non
rubare, non avere desideri illeciti, non mentire; onorare tutti gli uomini, e
non fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi. Rinnegare
completamente se stesso. per seguire Cristo; mortificare il proprio corpo, non
cercare le comodità, amare il digiuno. Soccorrere i poveri, vestire gli ignudi,
visitare gli infermi, seppellire i morti ; alleviare tutte le sofferenze, consolare
quelli che sono nell'afflizione. Rendersi estraneo alla mentalità del mondo;
non anteporre nulla all'amore di Cristo. Non dare sfogo all'ira, non serbare
rancore, non covare inganni nel cuore, non dare un falso saluto di pace, non
abbandonare la carità. Non giurare per evitare spergiuri, dire la verità con il
cuore e con la bocca, non rendere male per male, non fare torti a nessuno, ma
sopportare pazientemente quelli che vengono fatti a noi; amare i nemici, non ricambiare
le ingiurie e le calunnie, ma piuttosto rispondere con la benevolenza verso i
nostri offensori, sopportare persecuzioni per la giustizia. Non essere superbo,
non dedito al vino, né vorace, non dormiglione, né pigro; non mormoratore, né
maldicente. Riporre in Dio la propria speranza, attribuire a Lui e non a sé
quanto di buono scopriamo in noi, ma essere consapevoli che il male viene da
noi e accettarne la responsabilità. Temere il giorno del giudizio, tremare al
pensiero dell'inferno, anelare con tutta l'anima alla vita eterna, prospettarsi
sempre la possibilità della morte. Vigilare continuamente sulle proprie azioni,
essere convinti che Dio ci guarda dovunque. Spezzare subito in Cristo tutti i
cattivi pensieri che ci sorgono in cuore e manifestarli al padre spirituale.
Guardarsi dai discorsi cattivi o sconvenienti, non amare di parlar molto, non
dire parole leggere o ridicole, non ridere spesso e smodatamente. Ascoltare
volentieri la lettura della parola di Dio, dedicarsi con frequenza alla
preghiera; in questa confessare ogni giorno a Dio con profondo dolore le colpe
passate e cercare di emendarsene per l'avvenire. Non appagare i desideri della
natura corrotta, odiare la volontà propria, obbedire in tutto agli ordini dell'abate,
anche se –Dio non voglia!– questi agisse diversamente da come parla, ricordando
quel precetto del Signore:” Fate quello che dicono, ma non fate quello che
fanno”. Non voler esser detto santo prima di esserlo, ma diventare veramente
tale, in modo che poi si possa dirlo con più fondamento. Adempiere
quotidianamente i comandamenti di Dio. Amare la castità, non odiare nessuno,
non essere geloso, non coltivare l'invidia, non amare le contese, fuggire
l'alterigia e rispettare gli anziani, amare i giovani, pregare per i nemici
nell'amore di Cristo, nell'eventualità di un contrasto con un fratello,
stabilire la pace prima del tramonto del sole. E non disperare mai della
misericordia di Dio. Ecco, questi sono gli strumenti dell'arte spirituale! Se
li adopereremo incessantemente di giorno e di notte e li riconsegneremo nel
giorno del giudizio, otterremo dal Signore la ricompensa promessa da lui
stesso: “Né occhio ha mai visto, né orecchio ha udito, né mente d'uomo ha
potuto concepire ciò che Dio ha preparato a coloro che lo amano”. L'officina
poi in cui bisogna usare con la massima diligenza questi strumenti è formata
dai chiostri del monastero e dalla stabilità nella propria famiglia monastica.
Art.
46. Dio ci chiama non soltanto a conseguire il fine esposto
sopra, ma anche ad adoperare i mezzi che Egli ci offre, tra i quali in primo
luogo i consigli evangelici, la vita nella comunità cistercense, la vita di
preghiera, l’amore della croce e il servizio che con il nostro lavoro dobbiamo
prestare alla comunità umana.
Art.
47. Nel seguire in modo speciale Cristo Maestro come suoi
discepoli, abbracciamo i consigli detti evangelici per essere sempre di più
uniti a Lui, per seguirLo più da vicino e sempre con maggior confidenza nella
via della conversione monastica.