REGOLA 

DI SAN BENEDETTO

 

 

in concordanza con

"La Vita Cistercense odierna"

 

§               RB : Testo estratto dal CD-ROM “Montecassino” ed. FINSIEL, Rivisto e corretto in base alla versione di A. Lentini (“La Regola” Pubblicazioni Cassinesi)

§               De Vita Cisterciensi Hodierna. Declaratio Capituli Generalis Ordinis Cisterciensis. (ACG 44 (2000) 7-43).

 

 
 

 

 

 



PROLOGO

Pr 1-7

Textfeld: 21 mar 23 giu 
25 sett  
28 dic 
  A

scolta, figlio mio, gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore; accogli volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in pratica con impegno, in modo che tu possa tornare attraverso la solerzia dell'obbedienza a Colui dal quale ti sei allontanato per l'ignavia della disobbedienza. Io mi rivolgo personalmente a te, chiunque tu sia, che, avendo deciso di rinunciare alla volontà propria, impugni le fortissime e valorose armi dell'obbedienza per militare sotto il vero re, Cristo Signore. Prima di tutto chiedi a Dio con costante e intensa preghiera di portare a termine quanto di buono ti proponi di compiere, affinché, dopo averci misericordiosamente accolto tra i suoi figli, egli non debba un giorno adirarsi per la nostra indegna condotta. Bisogna dunque servirsi delle grazie che ci concede per obbedirgli a ogni istante con tanta fedeltà da evitare, non solo che egli giunga a diseredare i suoi figli come un padre sdegnato, ma anche che, come un sovrano tremendo, irritato dalle nostre colpe, ci condanni alla pena eterna quali Servi infedeli che non lo hanno voluto seguire nella gloria.

Dichiarazione Art. 1-2

Art. 1. Noi, membri del capitolo generale, riuniti per procedere all’aggiornamento del nostro Ordine, dopo matura deliberazione e scambio di opinioni, abbiamo deciso, in primo luogo, di esporre gli elementi principali della nostra vocazione e della nostra vita, per gettare in certo qual modo le basi di tutta l’opera di rinnovamento. In questa dichiarazione vogliamo dunque esporre sinceramente ed onestamente che cosa ci proponiamo per effettuare l’aggiornamento, quali fini vogliamo conseguire e per quale via intendiamo raggiungerli.

Art. 2. Con la nostra dichiarazione non vogliamo affatto precludere la via ad ulteriori considerazioni o a nuove soluzioni, perché anche le generazioni cistercensi future avranno il diritto ed il dovere di ricercare forme più idonee e migliori per la vita monastica, non meno di quanto fecero i fondatori di Cistercio nel sec. XII e le generazioni che li seguirono. Allora, infatti, saremo veri seguaci dei Padri che fondarono il “Nuovo Monastero”, se non cesseremo di ricercare le vie e i modi che ci daranno la possibilità di vivere sempre più completamente la nostra vocazione secondo la volontà di Dio.

Pr 8-20

Textfeld: 22 mar 24 giu 26 sett 29 dic   A

lziamoci, dunque, una buona volta, dietro l'incitamento della Scrittura che esclama: “E' ora di scuotersi dal sonno!” e aprendo gli occhi a quella luce divina ascoltiamo con trepidazione ciò che ci ripete ogni giorno la voce ammonitrice di Dio: “Se oggi udrete la sua voce, non indurite il vostro cuore!” e ancora: “Chi ha orecchie per intendere, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese!”. E che dice? “Venite, figli, ascoltatemi, vi insegnerò il timore di Dio. Correte, finché avete la luce della vita, perché non vi colgano le tenebre della morte”. Quando poi il Signore cerca il suo operaio tra la folla, insiste dicendo: “Chi è l'uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici?”. Se a queste parole tu risponderai: “Io!”, Dio replicherà: “Se vuoi avere la vita, quella vera ed eterna, guarda la tua lingua dal male e le tue labbra dalla menzogna. Allontanati dall'iniquità, opera il bene, cerca la pace e seguila”. Se agirete così rivolgerò i miei occhi verso di voi e le mie orecchie ascolteranno le vostre preghiere, anzi, prima ancora che mi invochiate vi dirò: “Ecco sono qui!”. Fratelli carissimi, che può esserci di più dolce per noi di questa voce del Signore che ci chiama? Guardate come nella sua misericordiosa bontà ci indica la via della vita!

Dichiarazione Art. 11

Art. 11. Non è nostra intenzione proporre ideali teoretici e lontani dalla realtà della vita per conservare o per ristabilire modi di vita in disuso, ma intendiamo esaminare e perfezionare la nostra vita attuale, moderna, concreta e indicare i principi utili al suo rinnovamento. Cerchiamo di rendere genuina ed efficiente la vita monastica cistercense del secolo ventesimo, che promana dalla vocazione che Dio in concreto ci ha dato. Dio infatti, ci chiama proprio in questo momento e vuole che noi siamo santi nel tempo presente e nelle attuali circostanze e desidera che seguiamo Cristo e serviamo caritatevolmente gli uomini secondo le possibilità dell’uomo contemporaneo. È necessario che le nostre attività siano poggiate sempre sulla verità e sulla realtà della vita. Perciò in questa dichiarazione vogliamo avere sempre presenti le opere, le possibilità, le esigenze, i doveri dei monaci e delle comunità, la vita della Chiesa e quella del mondo odierno. Tale senso della realtà non implica affatto l’accettazione o l’approvazione delle imperfezioni e dei vizi della presente situazione, come se, contenti della volgare e piatta realtà, ci rifiutassimo di tendere verso mete più alte. Giustamente rigettiamo tale atteggiamento, come contrario all’essenza stessa della vita religiosa e all’impegno di vivere in perfetta carità; ma d’altra parte, sappiamo bene che gli ideali ed i propositi, per quanto sublimi, non hanno alcun valore se non possono essere accettati liberamente, anzi volentieri e realizzati efficacemente dagli uomini ai quali vengono proposti.

Pr 21-38

Textfeld: 23 mar 25 giu 27 sett 30 dic  A

rmati dunque di fede e di opere buone, sotto la guida del Vangelo, incamminiamoci per le sue vie in modo da meritare la visione di lui, che ci ha chiamati nel suo regno. Se, però, vogliamo trovare dimora sotto la sua tenda, ossia nel suo regno, ricordiamoci che è impossibile arrivarci senza correre verso la meta, operando il bene. Ma interroghiamo il Signore, dicendogli con le parole del profeta: “Signore, chi abiterà nella tua tenda e chi dimorerà sul tuo monte santo?”. E dopo questa domanda, fratelli, ascoltiamo la risposta con cui il Signore ci indica la via che porta a quella tenda: “Chi cammina senza macchia e opera la giustizia; chi pronuncia la verità in cuor suo e non ha tramato inganni con la sua lingua; chi non ha recato danni al prossimo, né ha accolto l'ingiuria lanciata contro di lui”; chi ha sgominato il diavolo, che malignamente cercava di sedurlo con le sue suggestioni, respingendolo dall'intimo del proprio cuore e ha impugnato coraggiosamente le sue insinuazioni per spezzarle su Cristo al loro primo sorgere; gli uomini timorati di Dio, che non si insuperbiscono per la propria buona condotta e, pensando invece che quanto di bene c'è in essi non è opera loro, ma di Dio, lo esaltano proclamando col profeta: “Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria!”. Come fece l'apostolo Paolo, che non si attribuì alcun merito della sua predicazione, ma disse:” Per grazia di Dio sono quel che sono” e ancora: “chi vuole gloriarsi, si glori nel Signore”. Perciò il Signore stesso dichiara nel Vangelo: “Chi ascolta da me queste parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio il quale edificò la sua casa sulla roccia. E vennero le inondazioni e soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia”. Dopo aver concluso con queste parole il Signore attende che, giorno per giorno, rispondiamo con i fatti alle sue sante esortazioni. Ed è proprio per permetterci di correggere i nostri difetti che ci vengono dilazionati i giorni di questa vita secondo le parole dell'Apostolo: “Non sai che con la sua pazienza Dio vuole portarti alla conversione?” Difatti il Signore misericordioso afferma: “Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva”.

Dichiarazione Art. 12

Art. 12. È necessario che il rinnovamento della nostra vita religiosa si estenda a tutti gli aspetti dell’esistenza, e perciò dobbiamo tener conto di tutti i suoi elementi costitutivi, dando a ciascuno di essi la dovuta importanza. Sarebbe del tutto falso esaltare alcuni aspetti del nostro modo di vivere, considerandoli quasi i soli essenziali alla vita cistercense e trascurarne invece altri, perché li giudichiamo come secondari, anzi come ostacoli alla vera vita monastica. In ogni momento della vita noi siamo e dobbiamo essere cistercensi, non solo quando ci riuniamo per la preghiera o quando siamo impegnati a compiere le osservanze comunitarie, ma anche nello studio, nel lavoro, nel ministero sacerdotale, nella preghiera privata, nel metterci al servizio delle necessità degli uomini e in altre circostanze simili Quindi noi desideriamo avere una visione integrale che riunisca armonicamente tutti gli aspetti della vita nell’unico servizio del Signore. Se alcune attività della vita cistercense odierna non riguardano tutti i membri dell’Ordine –come il sacerdozio–oppure tutti i monasteri –come l’educazione della gioventù e la cura pastorale a nondimeno siano attentamente ponderate e con sincerità se ne riconoscano il valore e l’importanza. Gli elementi che appena si riscontrano o non si riscontrano affatto nella Regola e negli inizi di Cistercio, non per questo debbono essere considerati come secondari o sospetti. Infatti la vita monastica, come ogni organismo vivente, nel corso dei secoli cresce e si evolve, assimila molti elementi nuovi e ne respinge non pochi di quelli antichi.

Pr 39-50

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unque, fratelli miei, avendo chiesto al Signore a chi toccherà la grazia di dimorare nella sua tenda, abbiamo appreso quali sono le condizioni per rimanervi, purché sappiamo comportarci nel modo dovuto. Perciò dobbiamo disporre i cuori e i corpi nostri a militare sotto la santa obbedienza. Per tutto quello poi, di cui la nostra natura si sente incapace, preghiamo il Signore di aiutarci con la sua grazia. E se vogliamo arrivare alla vita eterna, sfuggendo alle pene dell'inferno, finche c'è tempo e siamo in questo corpo e abbiamo la possibilità di compiere tutte queste buone azioni, dobbiamo correre e operare adesso quanto ci sarà utile per l'eternità. Bisogna dunque istituire una scuola del servizio del Signore nella quale ci auguriamo di non prescrivere nulla di duro o di gravoso; ma se, per la correzione dei difetti o per il mantenimento della carità, dovrà introdursi una certa austerità, suggerita da motivi di giustizia, non ti far prendere dallo scoraggiamento al punto di abbandonare la via della salvezza, che in principio è necessariamente stretta e ripida. Mentre invece, man mano che si avanza nella vita monastica e nella fede, si corre per la via dei precetti divini col cuore dilatato dall'indicibile sovranità dell'amore. Così, non allontanandoci mai dagli insegnamenti di Dio e perseverando fino alla morte nel monastero in una fedele adesione alla sua dottrina, partecipiamo con la nostra sofferenza ai patimenti di Cristo per meritare di essere associati al suo regno.

Dichiarazione Art. 13

Art. 13. Le forme istituzionali nelle quali oggi si manifesta concretamente la realtà della vita cistercense sono le varie comunità vive. Risulta anche che nel corso dei secoli, le nostre comunità site in differenti regioni, assunsero vari impegni di servizio e forme diverse di vita. Per sé questa diversità non deve essere deplorata, considerandola quasi come una degenerazione abnorme, ma piuttosto si deve accettare non soltanto come dato di fatto indiscutibile, ma anche come segno di vitalità e come invito all’azione da parte di Dio, poiché i valori e i differenti compiti delle singole congregazioni e monasteri, se prevale la fiducia reciproca, potranno servire al bene e al progresso di tutto l’Ordine attraverso la collaborazione delle comunità. Vale di più infatti, la diversità concorde che l’uniformità discorde e forzata. Per questo motivo il capitolo generale riconosce e promuove la legittima autonomia delle singole congregazioni e dei monasteri nel precisare le loro forme di vita e si impegnerà a offrire loro l’aiuto in questo sforzo. Pertanto nel compiere il lavoro di rinnovamento, è sommamente importante che prima di ogni altra cosa, ciascuna comunità conosca e riesamini i suoi fini e le proprie capacità e si dia convenienti forme di vita. Infatti questo lavoro spetta, prima che ad altri, alle singole comunità. Il capitolo generale intende solamente offrire loro un aiuto quando promuove e coordina il lavoro di rinnovamento, ma non può né sopprimere, né assumersi i doveri dei monasteri e delle congregazioni.

Art. 14. Tenuto presente quanto abbiamo appena detto, desideriamo rinnovare la realtà della vita cistercense in modo tale che sia la continuazione naturale e lo sviluppo organico della secolare tradizione monastica e cistercense. Certamente ora più accuratamente che in passato, vogliamo conoscere le tradizioni monastiche e cistercensi e da esse attingerle quanto più è possibile per il nostro profitto e per la nostra ispirazione. Però non vogliamo che dette tradizioni siano per noi di limite e di ostacolo nella soluzione dei problemi contemporanei, dei quali per le condizioni di vita ora completamente mutate, gli antichi spessissimo non potevano avere che pochissima o nessuna conoscenza. Non ci è lecito rinunziare alla nostra responsabilità nell’ordinare la vita religiosa, né dobbiamo avere timore di vie o di soluzioni nuove. La storia sia per noi maestra, non padrona; ci ammonisca e ci ispiri, ma mai ci sia di impedimento.

CAPITOLO 1 : Diversi tipi di monaci

Textfeld: 25 mar 27 giu 29 sett 1 gen  E

' noto che ci sono quattro categorie di monaci. La prima è quella dei cenobiti, che vivono in un monastero, militando sotto una regola e un abate. La seconda è quella degli anacoreti o eremiti, ossia di coloro che non sono mossi dall'entusiastico fervore dei principianti, ma sono stati lungamente provati nel monastero, dove con l'aiuto di molti hanno imparato a respingere le insidie del demonio; quindi, essendosi bene addestrati tra le file dei fratelli al solitario combattimento dell'eremo, sono ormai capaci, con l'aiuto di Dio, di affrontare senza il sostegno altrui la lotta corpo a corpo contro le concupiscenze e le passioni. La terza categoria di monaci, veramente detestabile è formata dai sarabaiti: molli come piombo, perché non sono stati temprati come l'oro nel crogiolo dell'esperienza di una regola, costoro conservano ancora le abitudini mondane, mentendo a Dio con la loro tonsura. A due a due, a tre a tre o anche da soli, senza la guida di un superiore, chiusi nei loro ovili e non in quello del Signore, hanno come unica legge l'appagamento delle proprie passioni, per cui chiamano santo tutto quello che torna loro comodo, mentre respingono come illecito quello che non gradiscono. C'è infine una quarta categoria di monaci, che sono detti girovaghi, perché per tutta la vita passano da un paese all'altro, restando tre o quattro giorni come ospiti nei vari monasteri, sempre vagabondi e instabili, schiavi delle proprie voglie e dei piaceri della gola, peggiori dei sarabaiti sotto ogni aspetto. Ma riguardo alla vita sciagurata di tutti costoro è preferibile tacere piuttosto che parlare. Lasciamoli quindi da parte e con l'aiuto del Signore occupiamoci dell'ordinamento della prima categoria, ossia quella fortissima e valorosa dei cenobiti.

Dichiarazione Art. 79-80

Art. 79. Seguendo la nostra vocazione, siamo entrati in un monastero cistercense liberamente scelto, affinché potessimo ricevere gli insegnamenti della scuola del divino servizio. In seguito con la professione, abbiamo volontariamente accettato i doveri le gli ideali della vita del nostro monastero. Di conseguenza la vita monastica non ci è stata imposta, ma siamo stati noi che l’abbiamo volontariamente scelta con libera dedizione. Perciò le comunità risultano formate di volontari che tutti insieme tendono allo stesso fine da tutti conosciuto e da tutti voluto, così che abitiamo nel monastero in pieno accordo ed abbiamo un cuor solo ed un’anima sola.

Art. 80. Il fondamento della comunità monastica è dunque la libera e volontaria offerta di noi stessi, che stimiamo grandemente i valori e i compiti della vita nel monastero e li consideriamo come propri. Questa libera offerta, questa attiva convinzione sono la forza motrice dell’obbedienza e dell’osservanza delle leggi, come anche sono il fondamento di tutta la struttura giuridica. Se esse vengono meno, la comunità monastica, come ogni società fondata sulla libera adesione degli appartenenti ad essa, non può essere in grado di conservare una vera vitalità. Perciò è sommamente importante sia che i monaci serbino viva ed efficace quella offerta di sé con cui hanno abbracciato liberamente la vita monastica, sia che ogni ordinamento od organizzazione della vita comunitaria tenga presente quella libera ed attiva volontà e si studi di rianimarla e promuoverla.

CAPITOLO 2: L’abate

2,1-10

Textfeld: 26 mar 28 giu 30 sett 2 gen  U

n abate degno di stare a capo di un monastero deve sempre avere presenti le esigenze implicite nel suo nome, mantenendo le proprie azioni al livello di superiorità che esso comporta. Sappiamo infatti per fede che in monastero egli tiene il posto di Cristo, poiché viene chiamato con il suo stesso nome, secondo quanto dice l'Apostolo: “Avete ricevuto lo Spirito di figli adottivi, che vi fa esclamare: Abba, Padre!” Perciò l'abate non deve insegnare, né stabilire o ordinare nulla di contrario alle leggi del Signore, anzi il suo comando e il suo insegnamento devono infondere nelle anime dei discepoli il fermento della santità. Si ricordi sempre che nel tremendo giudizio di Dio dovrà rendere conto tanto del suo insegnamento, quanto dell'obbedienza dei discepoli e sappia che il pastore sarà considerato responsabile di tutte le manchevolezze che il padre di famiglia avrà potuto riscontrare nel gregge. D'altra parte è anche vero che, se il pastore avrà usato ogni diligenza nei confronti di un gregge irrequieto e indocile, cercando in tutti i modi di correggerne la cattiva condotta, verrà assolto nel divino giudizio e potrà ripetere con il profeta al Signore: “Non ho tenuto la tua giustizia nascosta in fondo al cuore, ma ho proclamato la tua verità e la tua salvezza; essi tuttavia mi hanno disprezzato, ribellandosi contro di me”. E allora la giusta punizione delle pecore ribelli sarà la morte, che avrà finalmente ragione della loro ostinazione.

Dichiarazione Art. 94-96

Art. 94. L’abate è anzitutto pastore di anime, il suo ufficio cioè, è principalmente spirituale e diretto al bene delle anime. La sua autorità è ministeriale ed ha carattere di umile servizio, secondo l’insegnamento e l’esempio di Cristo, del quale fa le veci. Perciò è opportuno che manifesti ed esprima verso i confratelli la paterna carità con la quale il Padre celeste li ama.

Art. 95. L’abate è inoltre mediatore della Parola di Dio, avendo l’incarico di interpretare le divine Scritture nelle molteplici circostanze della vita quotidiana. Mai però può porsi al disopra della Parola di Dio, anzi deve sempre di più essere sottomesso ad essa.

Art. 96. Non è di minore importanza l’altro compito abbaziale che è indicato da san Paolo come “discretio spirituum”, cioè saper conoscere le anime. L’abate dunque si impegni a vedere distintamente se ciascuno dei suoi monaci sia guidato dallo Spirito di Dio, oppure unicamente dalle aspirazioni terrene della sua ambizione, o se sia ingannato dallo spirito di menzogna. Ma affinché possa distinguere la voce dello Spirito da qualunque altra voce, è necessario che egli stesso sia versato anche nelle cose spirituali per dottrina ed esperienza.

2, 11-22

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3 gen
  D

unque, quando uno assume il titolo di Abate deve imporsi ai propri discepoli con un duplice insegnamento, mostrando con i fatti più che con le parole tutto quello che è buono e santo: in altri termini, insegni oralmente i comandamenti del Signore ai discepoli più sensibili e recettivi, ma li presenti esemplificati nelle sue azioni ai più tardi e grossolani. Confermi con la sua condotta che bisogna effettivamente evitare quanto ha presentato ai discepoli come riprovevole, per non correre il rischio di essere condannato dopo aver predicato agli altri e di non sentirsi dire dal Signore per i suoi peccati: “Come ti arroghi di esporre i miei precetti e di avere sempre la mia alleanza sulla bocca, tu che hai in odio la disciplina e ti getti le mie parole dietro le spalle?” e ancora: “Tu che vedevi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, non ti sei accorto della trave nel tuo”. Si guardi dal fare preferenze nelle comunità: non ami l'uno piò dell'altro, a eccezione di quello che avrà trovato migliore nella condotta e nell'obbedienza: non anteponga un monaco proveniente da un ceto elevato a uno di umili origini, a meno che non ci sia un motivo ragionevole per stabilire una tale precedenza. Ma se, per ragioni di giustizia, riterrà di dover agire così lo faccia per chiunque; altrimenti ciascuno conservi il proprio posto, perché, sia il servo che il libero, tutti siamo una cosa sola in Cristo e, militando sotto uno stesso Signore, prestiamo un eguale servizio. Infatti, “dinanzi a Dio non ci sono parzialità” e una cosa sola ci distingue presso di lui: se siamo umili e migliori degli altri nelle opere buone. Quindi l'abate ami tutti allo stesso modo, seguendo per ciascuno una medesima regola di condotta basata sui rispettivi meriti.

Dichiarazione Art. 97-98

Art. 97. L’abate è il centro di unione della comunità, promuove l’aspi­razione concorde dei singoli ai fini comuni e coordina le inclinazioni e le attività di tutti. Perciò egli deve sommamente stimare, comprendere e trattare col dovuto rispetto la personalità di tutti i confratelli. L’abate che ha il cuore sempre aperto e tempo disponibile per tutti, avrà cura che tutti obbediscano non con una obbedienza qualsiasi, ma attiva e responsabile e che vi sia la cooperazione cordiale dei singoli, affinché le doti di tutti fruttifichino nel servizio di Dio. Cercherà di promuovere il dialogo sincero ed aperto. Renderà consapevoli i confratelli dei problemi e dei progetti che toccano la vita del monastero e di tutte le attività della casa: poiché si tratta di cose che appartengono anche ad essi. Tuttavia si assumerà la responsabilità che gli proviene dall’ufficio ricoperto, quando deve chiaramente stabilire ciò che, dopo attento esame, gli sembra essere secondo la volontà di Dio.

Art. 98. L’abate nella sua qualità di promotore dell’unione, metterà da parte tutto ciò che potrebbe favorire il distacco tra lui e i confratelli, come per esempio: l’esagerato uso delle insegne prelatizie; i segni antiquati di rispetto, in luogo dei quali siano osservate le attuali regole della buona educazione; i privilegi che oggi sono difficilmente comprensibili. Condurrà vita comune coi fratelli, mostrandosi ad essi esemplare per fedeltà e zelo. Ridurrà al minimo possibile le occasioni che esigono la sua assenza dal monastero. Infatti, pur essendo stato creato abate, egli resta monaco e fratello tra fratelli, in modo che, come centro di unione e di carità, si dedichi ad essi nell’amore di Cristo.

2, 23-29

Textfeld: 28 mar 30 giu 2 ott 
4 gen
  P

er quanto riguarda poi la direzione dei monaci, bisogna che tenga presente la norma dell'apostolo: “Correggi, esorta, rimprovera” e precisamente, alternando i rimproveri agli incoraggiamenti, a seconda dei tempi e delle circostanze, sappia dimostrare la severità del maestro insieme con la tenerezza del padre. In altre parole, mentre deve correggere energicamente gli indisciplinati e gli irrequieti, deve esortare amorevolmente quelli che obbediscono con docilità a progredire sempre più. Ma è assolutamente necessario che rimproveri severamente e punisca i negligenti e coloro che disprezzano la disciplina. Non deve chiudere gli occhi sulle eventuali mancanze, ma deve stroncarle sul nascere, ricordandosi della triste fine di Eli, sacerdote di Silo. Riprenda, ammonendoli una prima e una seconda volta, i monaci più docili e assennati, ma castighi duramente i riottosi, gli ostinati, i superbi e i disobbedienti, appena tentano di trasgredire, ben sapendo che sta scritto: “Lo stolto non si corregge con le parole”e anche: “Battendo tuo figlio con la verga, salverai l'anima sua dalla morte”.

Dichiarazione Art. 115

Art. 115. L’abate preside governa la congregazione secondo le direttive del suo capitolo ed è il segno dell’unione fraterna che congiunge i monasteri tra loro. Egli presta la sua opera in servizio dei fratelli affinché nelle comunità fiorisca, si consolidi e si sviluppi la vita monasteriale conforme alle costituzioni della congregazione. Spetta a lui stesso incrementare i rapporti tra i monasteri per il bene di tutta la congregazione. È però necessario che nella realizzazione di questo programma gli abati ed i monaci di ogni monastero, siano di aiuto all’abate preside, in quanto coltivano rapporti fraterni tra loro, si incontrano volentieri, collaborano negli studi, partecipano a convegni su argomenti di natura spirituale o amministrativa, e cercano di conoscersi e di stimarsi sempre di più.

 

2,30-40

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3 ott 
5 gen
  L

'abate deve sempre ricordarsi quel che è e come viene chiamato, nella consapevolezza che sono maggiori le esigenze poste a colui al quale è stato affidato di più. Bisogna che prenda chiaramente coscienza di quanto sia difficile e delicato il compito che si è assunto di dirigere le anime e porsi al servizio dei vari temperamenti, incoraggiando uno, rimproverando un altro e correggendo un terzo: perciò si conformi e si adatti a tutti, secondo la rispettiva indole e intelligenza, in modo che, invece di aver a lamentare perdite nel gregge affidato alle sue cure, possa rallegrarsi per l'incremento del numero dei buoni. Soprattutto si guardi dal perdere di vista o sottovalutare la salvezza delle anime, di cui è responsabile, per preoccuparsi eccessivamente delle realtà terrene, transitorie e caduche, ma pensi sempre che si è assunto l'impegno di dirigere delle anime, di cui un giorno dovrà rendere conto e non cerchi una scusante nelle eventuali difficoltà economiche, ricordandosi che sta scritto :”Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in soprappiù” e anche: “Nulla manca a coloro che lo temono”. Sappia inoltre che chi si assume l'impegno di dirigere le anime deve prepararsi a renderne conto e stia certo che, quanti sono i monaci di cui deve prendersi cura, tante solo le anime di cui nel giorno del giudizio sarà ritenuto responsabile di fronte a Dio, naturalmente oltre che della propria. Così nel continuo timore dell'esame a cui verrà sottoposto il pastore riguardo alle pecore che gli sono state affidate mentre si preoccupa del rendiconto altrui, si fa più attento al proprio e corregge i suoi personali difetti, aiutando gli altri a migliorarsi con le sue ammonizioni.

Dichiarazione Art. 123

Art. 123. L’abate generale, eletto dal capitolo generale, governa l’Ordine secondo le direttive del capitolo stesso e le norme delle costituzioni dell’Ordine, e promuove gli ideali della nostra unione.

L’abate generale:

a.                   È animatore e centro di fraterna unione nell’Ordine e primariamente in quanto è pronto a servire, accettando, favorendo e rappresentando tutte le famiglie dell’Ordine in maniera giusta e imparziale. Fa suoi i valori e gli ideali comuni dell’Ordine, sia con la sua azione personale sia con atti ufficiali. Ha gli stessi sentimenti dell’Ordine, che esiste concretamente nelle nostre comunità e accoglie con animo aperto le loro preoccupazioni tendenze ed opinioni.

b.                   È promotore e coordinatore dei progetti e delle risoluzioni comuni, che superano le possibilità delle singole congregazioni e comunità, ma sono utili a tutte o a molte di esse. Ha lui stesso parte attiva nella concezione ed elaborazione di tali progetti, incoraggia le iniziative degli altri e, infine, spinge alla loro esecuzione con consigli e fatti.

c.                   Usando a servizio di tutti l’autorità riconosciutagli nelle costituzioni, è padre, anzi fratello tra fratelli, e desidera secondo la volontà di Cristo di essere utile più che di comandare. Nelle lettere, nelle allocuzioni e nelle comunicazioni dirette all’Ordine, egli si esprime con stile fraterno, di condiscepolo e conservo del Signore, chi ricerca insieme ai confratelli la verità e la volontà di Dio. Convinto egli stesso dei valori della vocazione religiosa, si industria di manifestare ai confratelli e alle comunità. prospettive e possibilità nuove, infondendo anche in essi speranza nel futuro.

CAPITOLO 3: La convocazione dei fratelli a consiglio

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4 ott
6 gen
  O

gni volta che in monastero bisogna trattare qualche questione importante, l'abate convochi tutta la comunità ed esponga personalmente l'affare in oggetto. Poi, dopo aver ascoltato il parere dei monaci, ci rifletta per proprio conto e faccia quel che gli sembra più opportuno. Ma abbiamo detto di consultare tutta la comunità, perché spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore. I monaci poi esprimano il loro parere con tutta umiltà e sottomissione, senza pretendere di imporre a ogni costo le loro vedute; comunque la decisione spetta all'abate e, una volta che questi avrà stabilito ciò che è più conveniente, tutti dovranno obbedirgli. D'altra parte, come è doveroso che i discepoli obbediscano al maestro, così è bene che anche lui predisponga tutto con prudenza ed equità. Dunque in ogni cosa tutti seguano come maestra la Regola e nessuno osi allontanarsene. Nessun membro della comunità segua la volontà propria, né si azzardi a contestare sfacciatamente con l'abate, dentro o fuori del monastero. Chi si permette un simile contegno, sia sottoposto alle punizioni previste dalla Regola. L'abate però dal canto suo operi tutto col timore di Dio e secondo le prescrizioni della Regola, ben sapendo che di tutte le sue decisioni dovrà certamente rendere conto a Dio, giustissimo giudice. Se poi in monastero si devono trattare questioni di minore importanza, si serva solo del consiglio dei più anziani, come sta scritto: “Fa' tutto col consiglio e dopo non avrai a pentirtene”.

Dichiarazione Art. 102-107

Art. 102. I1 capitolo conventuale partecipa al governo della casa ogni volta che si trattano nel monastero gli affari più importanti e specialmente nei casi contemplati dalle costituzioni delle congregazioni e dal diritto comune. Nel capitolo si procede con vero atto collegiale alla elezione dell’abate e in modo collegiale, si prendono decisioni circa le attività del monastero, circa l’ammissione e la formazione di nuovi fratelli e circa l’amministrazione dei beni.

Art. 103. Ma il ruolo del capitolo non si deve limitare ai casi nei quali, in forza del diritto comune o particolare, i capitolari devono dare il loro voto deliberativo o consultivo. I confratelli devono essere riuniti spesso a colloquio, in dialogo veramente fraterno, affinché si realizzi efficacemente la partecipazione e l’interessamento di essi al bene del monastero. Perciò il capitolo conventuale deve essere anche la sede in cui si informano i fratelli delle cose del monastero, della congregazione e dell’Ordine e dove gli ufficiali e gli esperti riferiscono rispettivamente circa il loro operato o circa questioni di attualità.

Art. 104. Gli argomenti da trattarsi in capitolo siano scelti con la collaborazione del consiglio più ristretto dell’abate, tenuto conto dei desideri e dei problemi proposti dai confratelli, e siano notificati convenientemente e in tempo utile ai capitolari, affinché ci sia il tempo per riflettere sulle questioni e studiarle. In alcune materie sarà più opportuno dare le risposte per iscritto. L’obbligo del segreto sia limitato agli argomenti che esigono discrezione assoluta, ma i confratelli usino la massima segretezza fuori del monastero per quanto concerne gli affari della famiglia monastica.

Art. 105. Inoltre, nelle singole comunità, siano adottati mezzi adatti per informare in modo abituale, tempestivo ed accurato, tutti, compresi quelli che risiedono fuori della casa, intorno agli affari del monastero, della congregazione e dell’Ordine.

Art. 106. Il consiglio dell’abate, composto di un numero più ristretto di membri le chiamato spesso “consiglio degli anziani”, sia opportunamente convocato per qualsiasi necessità o utilità della famiglia monastica ed anche per trattare cose riservate. La comunità suole eleggere la metà circa dei membri di questo consiglio, il resto è nominato dall’abate.

Art. 107. Mediante l’attuazione dei principi e dei consigli dati fin qui, le comunità saranno in grado di acquistare nuovo vigore, saranno famiglie che abitano nella casa di Dio, animate dalla carità, e schiere fraterne ben ordinate, che godono di una salda unità, in seno alla quale ciascuno, adempiendo i suoi doveri, rende servigio a tutti e da tutti riceve conforto.

CAPITOLO 4: Gli strumenti delle buone opere

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rima di tutto amare il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze; poi il prossimo come se stesso. Quindi non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non avere desideri illeciti, non mentire; onorare tutti gli uomini, e non fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi. Rinnegare completamente se stesso. per seguire Cristo; mortificare il proprio corpo, non cercare le comodità, amare il digiuno. Soccorrere i poveri, vestire gli ignudi, visitare gli infermi, seppellire i morti ; alleviare tutte le sofferenze, consolare quelli che sono nell'afflizione. Rendersi estraneo alla mentalità del mondo; non anteporre nulla all'amore di Cristo. Non dare sfogo all'ira, non serbare rancore, non covare inganni nel cuore, non dare un falso saluto di pace, non abbandonare la carità. Non giurare per evitare spergiuri, dire la verità con il cuore e con la bocca, non rendere male per male, non fare torti a nessuno, ma sopportare pazientemente quelli che vengono fatti a noi; amare i nemici, non ricambiare le ingiurie e le calunnie, ma piuttosto rispondere con la benevolenza verso i nostri offensori, sopportare persecuzioni per la giustizia. Non essere superbo, non dedito al vino, né vorace, non dormiglione, né pigro; non mormoratore, né maldicente. Riporre in Dio la propria speranza, attribuire a Lui e non a sé quanto di buono scopriamo in noi, ma essere consapevoli che il male viene da noi e accettarne la responsabilità. Temere il giorno del giudizio, tremare al pensiero dell'inferno, anelare con tutta l'anima alla vita eterna, prospettarsi sempre la possibilità della morte. Vigilare continuamente sulle proprie azioni, essere convinti che Dio ci guarda dovunque. Spezzare subito in Cristo tutti i cattivi pensieri che ci sorgono in cuore e manifestarli al padre spirituale. Guardarsi dai discorsi cattivi o sconvenienti, non amare di parlar molto, non dire parole leggere o ridicole, non ridere spesso e smodatamente. Ascoltare volentieri la lettura della parola di Dio, dedicarsi con frequenza alla preghiera; in questa confessare ogni giorno a Dio con profondo dolore le colpe passate e cercare di emendarsene per l'avvenire. Non appagare i desideri della natura corrotta, odiare la volontà propria, obbedire in tutto agli ordini dell'abate, anche se –Dio non voglia!– questi agisse diversamente da come parla, ricordando quel precetto del Signore:” Fate quello che dicono, ma non fate quello che fanno”. Non voler esser detto santo prima di esserlo, ma diventare veramente tale, in modo che poi si possa dirlo con più fondamento. Adempiere quotidianamente i comandamenti di Dio. Amare la castità, non odiare nessuno, non essere geloso, non coltivare l'invidia, non amare le contese, fuggire l'alterigia e rispettare gli anziani, amare i giovani, pregare per i nemici nell'amore di Cristo, nell'eventualità di un contrasto con un fratello, stabilire la pace prima del tramonto del sole. E non disperare mai della misericordia di Dio. Ecco, questi sono gli strumenti dell'arte spirituale! Se li adopereremo incessantemente di giorno e di notte e li riconsegneremo nel giorno del giudizio, otterremo dal Signore la ricompensa promessa da lui stesso: “Né occhio ha mai visto, né orecchio ha udito, né mente d'uomo ha potuto concepire ciò che Dio ha preparato a coloro che lo amano”. L'officina poi in cui bisogna usare con la massima diligenza questi strumenti è formata dai chiostri del monastero e dalla stabilità nella propria famiglia monastica.

Dichiarazione Art. 46-47

Art. 46. Dio ci chiama non soltanto a conseguire il fine esposto sopra, ma anche ad adoperare i mezzi che Egli ci offre, tra i quali in primo luogo i consigli evangelici, la vita nella comunità cistercense, la vita di preghiera, l’amore della croce e il servizio che con il nostro lavoro dobbiamo prestare alla comunità umana.

Art. 47. Nel seguire in modo speciale Cristo Maestro come suoi discepoli, abbracciamo i consigli detti evangelici per essere sempre di più uniti a Lui, per seguirLo più da vicino e sempre con maggior confidenza nella via della conversione monastica.

CAPITOLO 5: L’obbedienza

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l segno più evidente dell'umiltà è la prontezza nell'obbedienza. Questa è caratteristica dei monaci che non hanno niente più caro di Cristo e, a motivo del servizio santo a cui si sono consacrati o anche per il timore dell'inferno e in vista della gloria eterna, appena ricevono un ordine dal superiore non si concedono dilazioni nella sua esecuzione, come se esso venisse direttamente da Dio. E' di loro che il Signore dice: “Appena hai udito, mi hai obbedito” mentre rivolgendosi ai superiori dichiara: “Chi ascolta voi, ascolta me”. Quindi, questi monaci, che si distaccano subito dalle loro preferenze e rinunciano alla propria volontà, si liberano all'istante dalle loro occupazioni, lasciandole a mezzo, e si precipitano a obbedire, in modo che alla parola del superiore seguano immediatamente i fatti. Quasi allo stesso istante, il comando del maestro e la perfetta esecuzione del discepolo si compiono di comune accordo con quella velocità che è frutto del timor di Dio: così in coloro che sono sospinti dal desiderio di raggiungere la vita eterna. Essi si slanciano dunque per la via stretta della quale il Signore dice: “Angusta è la via che conduce alla vita”; perciò non vivono secondo il proprio capriccio né seguono le loro passioni e i loro gusti, ma procedono secondo il giudizio e il comando altrui; rimangono nel monastero e desiderano essere sottoposti a un abate. Senza dubbio costoro prendono a esempio quella sentenza del Signore che dice: “Non sono venuto a fare la mia volontà, ma quella di colui che mi ha mandato”. Ma questa obbedienza sarà accetta a Dio e gradevole agli uomini, se il comando ricevuto verrà eseguito senza esitazione, lentezza o tiepidezza e tantomeno con mormorazioni o proteste, perché l'obbedienza che si presta agli uomini è resa a Dio, come ha detto lui stesso: “Chi ascolta voi, ascolta me”. I monaci dunque devono obbedire con slancio e generosità, perché “Dio ama chi dà lietamente”. Se infatti un fratello obbedisce malvolentieri e mormora, non dico con la bocca, ma anche solo con il cuore, pur eseguendo il comando, non compie un atto gradito a Dio, il quale scorge 1a mormorazione nell'intimo della sua coscienza; quindi, con questo comportamento, egli non si acquista alcun merito, anzi, se non ripara e si corregge, incorre nel castigo comminato ai mormoratori.

Dichiarazione Art. 52-53

Art. 52. In primo luogo l’obbedienza ha significato di cuore aperto a ricevere le mozioni dello Spirito Santo che soffia dove vuole e ci fa conoscere la volontà di Dio in molte maniere. Come il cibo di Cristo consisteva nel fare la volontà di Colui che Lo aveva mandato, ed Egli prendendo la forma di servo, si fece obbediente fino alla morte e alla morte di croce, così anche noi volendo seguire Cristo più da vicino, dobbiamo ricercare la volontà del Padre per eseguirla con animo pronto. Spessissimo la voce della Chiesa, ci comunica la voce di Dio attraverso l’insegnamento e le esortazioni dei sommi pontefici, della Santa Sede, dei vescovi e degli abati, che non devono dirigere soltanto l’attività esterna, ma formare anche la nostra spiritualità.

Art. 53. Perciò i monaci volendo compiere la volontà di Dio in spirito di fede e di amore, desiderano essere governati dall’abate che fa per loro le veci di Cristo. A lui essi prestano umilmente obbedienza a norma della Regola e delle costituzioni, e danno il contributo della intelligenza, della volontà e dei doni di grazia nell’esecuzione dei precetti e nel compimento degli uffici loro affidati, sapendo di lavorare all’edificazione del Corpo di Cristo secondo il volere di Dio. Così l’obbedienza religiosa anziché diminuire la dignità della persona umana, la conduce alla maturità arricchita della libertà dei figli di Dio.

CAPITOLO 6: L’amore al silenzio

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acciamo come dice il profeta: “Ho detto: Custodirò le mie vie per non peccare con la lingua; ho posto un freno sulla mia bocca, non ho parlato, mi sono umiliato e ho taciuto anche su cose buone”. Se con queste parole egli dimostra che per amore del silenzio bisogna rinunciare anche ai discorsi buoni, quanto più è necessario troncare quelli sconvenienti in vista della pena riserbata al peccato! Dunque l'importanza del silenzio è tale che persino ai discepoli perfetti bisogna concedere raramente il permesso di parlare, sia pure di argomenti buoni, santi ed edificanti, perché sta scritto: “Nelle molte parole non eviterai il peccato” e altrove: “Morte e vita sono in potere nella lingua”. Se infatti parlare e insegnare é compito del maestro, il dovere del discepolo è di tacere e ascoltare. Quindi, se bisogna chiedere qualcosa al superiore, lo si faccia con grande umiltà e rispettosa sottomissione. Escludiamo poi sempre e dovunque la trivialità, le frivolezze e le buffonerie e non permettiamo assolutamente che il monaco apra la bocca per discorsi di questo genere.

Dichiarazione Art. 48-49

Art. 48. La castità volontaria accettata per il regno di Dio, non consiste nella semplice rinunzia al matrimonio e alle gioie della famiglia naturale, ma deve renderci liberi per poterci dedicare con tutte le forze fisiche e psichiche alle cose di Dio e della Chiesa. Con la professione religiosa, più direttamente e più intimamente vogliamo rendere testimonianza della attesa cristiana del secolo futuro, dove gli uomini non si sposano, né vengono sposati. Perciò  La castità è anche un eccellente segno escatologico della nostra vita.

Art. 49. Questa totale dedizione di sé a Dio deve offrire il fondamento per la formazione della famiglia monastica. In questa famiglia di Dio, la carità comune e la medesima vocazione sono il fondamento dell’amore e dell’aiuto reciproco dei fratelli. Da una parte ciascuno deve portare fedelmente i pesi degli altri, dall’altra tutti siamo partecipi dei doni e delle virtù in cui i singoli si distinguono. In tal guisa abbracciamo nel migliore dei modi la vita comunitaria di salvezza, vita che Dio stesso ha istituito nella Chiesa a favore del genere umano. Così Dio dilata i nostri cuori e noi abbiamo la capacità di amare con sincera ed operosa carità il prossimo e prima di tutti, i confratelli e le consorelle nel monastero.

CAPITOLO 7: L’umiltà

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a sacra Scrittura si rivolge a noi, fratelli, proclamando a gran voce: “Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”. Così dicendo, ci fa intendere che ogni esaltazione è una forma di superbia, dalla quale il profeta mostra di volersi guardare quando dice: “Signore, non si è esaltato il mio cuore, né si è innalzato il mio sguardo, non sono andato dietro a cose troppo grandi o troppo alte per me”. E allora? “Se non ho nutrito sentimenti di umiltà, se il mio cuore si è insuperbito, tu mi tratterai come un bimbo svezzato dalla propria madre”. Quindi, fratelli miei, se vogliamo raggiungere la vetta più eccelsa dell'umiltà e arrivare rapidamente a quella glorificazione celeste, a cui si ascende attraverso l'umiliazione della vita presente, bisogna che con il nostro esercizio ascetico innalziamo la scala che apparve in sogno a Giacobbe e lungo la quale questi vide scendere e salire gli angeli. Non c'è dubbio che per noi quella discesa e quella salita possono essere interpretate solo nel senso che con la superbia si scende e con l'umiltà si sale. La scala così eretta, poi, è la nostra vita terrena che, se il cuore è umile, Dio solleva fino al cielo; noi riteniamo infatti che i due lati della scala siano il corpo e l'anima nostra, nei quali la divina chiamata ha inserito i diversi gradi di umiltà o di esercizio ascetico per cui bisogna salire.

Dichiarazione Art. 65

Art. 65. La vita del monaco deve consistere nel seguire Cristo umile. Pentiti sinceramente dei nostri peccati e consapevoli dei nostri limiti, anche se per divina misericordia siamo stati nobilitati, dobbiamo cercare la gloria di Dio e non la nostra. Animati dallo spirito di umiltà, dobbiamo accettare serenamente le tribolazioni e le privazioni, ed essere contenti, anche se i comodi della vita sono pochi e se scarsi sono i mezzi di sussistenza. La vita monastica può esistere soltanto sotto il segno della croce. Infatti mentre seguiamo la carità di Cristo –che nessuno può avere maggiore– camminiamo per la via della rinuncia e mortifichiamo le nostre membra per servire il Dio vivente. Cristo invero, come chiamò i suoi discepoli, così ha chiamato anche noi a portare la croce ogni giorno.

7, 10-30

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unque il primo grado dell'umiltà è quello in cui, rimanendo sempre nel santo timor di Dio, si fugge decisamente la leggerezza e la dissipazione, si tengono costantemente presenti i divini comandamenti e si pensa di continuo all'inferno, in cui gli empi sono puniti per i loro peccati, e alla vita eterna preparata invece per i giusti. In altre parole, mentre si astiene costantemente dai peccati e dai vizi dei pensieri, della lingua, delle mani, dei piedi e della volontà propria, come pure dai desideri della carne, l'uomo deve prendere coscienza che Dio lo osserva a ogni istante dal cielo e che, dovunque egli si trovi, le sue azioni non sfuggono mai allo sguardo divino e sono di continuo riferite dagli angeli. E' ciò che ci insegna il profeta, quando mostra Dio talmente presente ai nostri pensieri da affermare: “Dio scruta le reni e i cuori” come pure: “Dio conosce i pensieri degli uomini”. Poi aggiunge: “Hai intuito di lontano i miei pensieri” e infine: “Il pensiero dell'uomo sarà svelato dinanzi a te”. Quindi, per potersi coscienziosamente guardare dai cattivi pensieri, bisogna che il monaco vigile e fedele ripeta sempre tra sé: “Sarò senza macchia dinanzi a lui, solo se mi guarderò da ogni malizia”. Ci è poi vietato di fare la volontà propria, dato che la Scrittura ci dice: “Allontanati dalle tue voglie” e per di più nel Pater chiediamo a Dio che in noi si compia la sua volontà. Perciò ci viene giustamente insegnato di non fare la nostra volontà, evitando tutto quello di cui la Scrittura dice: “Ci sono vie che agli uomini sembrano diritte, ma che si sprofondano negli abissi dell'inferno” e anche nel timore di quanto è stato affermato riguardo ai negligenti: “Si sono corrotti e sono divenuti spregevoli nella loro dissolutezza”. Quanto poi alle passioni della nostra natura decaduta, bisogna credere ugualmente che Dio è sempre presente, secondo il detto del profeta: “Ogni mio desiderio sta davanti a te”. Dobbiamo quindi guardarci dalle passioni malsane, perché la morte è annidata sulla soglia del piacere. Per questa ragione la Scrittura prescrive: “Non seguire le tue voglie”. Se dunque “gli occhi di Dio scrutano i buoni e i cattivi” e se “il Signore esamina attentamente i figli degli uomini per vedere se vi sia chi abbia intelletto e cerchi Dio”, se a ogni momento del giorno e della notte le nostre azioni vengono riferite al Signore dai nostri angeli custodi, bisogna, fratelli miei, che stiamo sempre in guardia per evitare che un giorno Dio ci veda perduti dietro il male e isteriliti, come dice il profeta nel salmo e, pur risparmiandoci per il momento, perché è misericordioso e aspetta la nostra conversione, debba dirci in avvenire: “Hai fatto questo e ho taciuto”.

7, 31-33

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8 lugl 10 ott 12 gen
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l secondo grado dell'umiltà è quello in cui, non amando la propria volontà, non si trova alcun piacere nella soddisfazione dei propri desideri, ma si imita il Signore, mettendo in pratica quella sua parola, che dice: “Non sono venuto a fare la mia volontà, ma quella di colui che mi ha mandato”. Cosa” pure un antico testo afferma: “La volontà propria procura la pena, mentre la sottomissione conquista il premio”.

Dichiarazione Art. 66

Art. 66. La partecipazione alla croce di Cristo, a cui siamo chiamati, consiste per noi più frequentemente:

·       nell’umiliarci e nel fuggire la vanagloria e le ambizioni egoistiche;

·       nel compiere bene il lavoro quotidiano che oggi richiede spesso sacrifici tali da poter essere giustamente paragonati alle austerità della vita monastica antica;

·       nell’esercitare la pazienza per mezzo della quale sopportiamo serenamente le infermità del corpo e dell’anima, i limiti delle nostre capacità e il peso della vita comune;

·       nell’amare i nemici, i persecutori, i calunniatori;

·       nell’accettare la vecchiaia, professando così in maniera più evidente la fede e la speranza nella vita eterna.

7, 34

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9 lugl 11 ott 13 gen
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L terzo grado dell'umiltà è quello in cui il monaco per amore di Dio si sottomette al superiore in assoluta obbedienza, a imitazione del Signore, del quale l'Apostolo dice: “Fatto obbediente fino alla morte”.

Dichiarazione Art. 67

Art. 67. Oltre a ciò, come nel battesimo abbiamo promesso di opporci e di resistere a Satana e ai suoi allettamenti, nella vita monastica vogliamo fuggire il mondo in quanto è sottomesso al diavolo e respingere la concupiscenza della carne, i desideri cattivi, la superbia della vita La fuga dal mondo consiste in primo luogo nel separarci interiormente dalla mentalità del secolo che non vede nulla al di là della tomba e in questa vita non stima altro che i piaceri del corpo e dell’anima. La separazione esterna dal mondo, attuata in gradi diversi e in varie maniere dalle nostre comunità, è segno e mezzo della rinuncia interiore.

7, 35-43

Textfeld: 7 apr 10 lugl 12 ott 14 gen  I

l quarto grado dell'umiltà è quello del monaco che, pur incontrando difficoltà, contrarietà e persino offese non provocate nell'esercizio dell'obbedienza, accetta in silenzio e volontariamente la sofferenza e sopporta tutto con pazienza, senza stancarsi né cedere secondo il monito della Scrittura: “Chi avrà sopportato sino alla fine questi sarà salvato”. E ancora: “Sia forte il tuo cuore e spera nel Signore”. E per dimostrare come il servo fedele deve sostenere per il Signore tutte le possibili contrarietà, esclama per bocca di quelli che patiscono: “Ogni giorno per te siamo messi a morte, siamo trattati come pecore da macello”. Ma con la sicurezza che nasce dalla speranza della divina retribuzione, costoro soggiungono lietamente: “E di tutte queste cose trionfiamo in pieno, grazie a colui che ci ha amato”, mentre altrove la Scrittura dice: “Ci hai provato, Signore, ci hai saggiato come si saggia l'argento col fuoco; ci hai fatto cadere nella rete, ci hai caricato di tribolazioni”. E per indicare che dobbiamo assoggettarci a un superiore, prosegue esclamando: “Hai posto degli uomini sopra il nostro capo”. Quei monaci, però, adempiono il precetto del Signore, esercitando la pazienza anche nelle avversità e nelle umiliazioni, e, percossi su una guancia, presentano l'altra, cedono anche il mantello a chi strappa loro di dosso la tunica, quando sono costretti a fare un miglio di cammino ne percorrono due, come l'Apostolo Paolo sopportano i falsi fratelli e ricambiano con parole le offese e le ingiurie.

Dichiarazione Art. 68

Art. 68. L’amore della croce e la nostra ferma opposizione allo spirito del mondo, non deve renderci indifferenti verso i suoi autentici valori, che devono essere adoperati da noi in servizio del regno di Dio. I valori tecnici ed economici, sociali e culturali non ci sono affatto estranei, perché il coltivarli arricchisce la nostra vita e ci inserisce nel consorzio della famiglia umana.

7, 44-48

Textfeld: 8 apr 11 lugl 13 ott 15 gen  I

l quinto grado dell'umiltà consiste nel manifestare con un'umile confessione al propri abate tutti i cattivi pensieri che sorgono nell'animo o le colpe commesse in segreto, secondo l'esortazione della Scrittura, che dice: “Manifesta al Signore la tua via e spera in lui”. E anche: “Aprite l'animo vostro al Signore, perché è buono ed eterna è la sua misericordia”, mentre il profeta esclama: “Ti ho reso noto il mio peccato e non ho nascosto la mia colpa. Ho detto: “confesserò le mie iniquità dinanzi al Signore” e tu hai perdonato la malizia del mio cuore”.

Dichiarazione Art. 116

Art. 116. La Carta della Carità stabilì la visita annuale, che secondo la legge della filiazione, doveva essere fatta dall’abate del monastero fondatore o da un suo delegato. La visita aveva lo scopo di esortare al fervore dell’osservanza monastica e se necessario, di intervenire con fraterna, caritatevole correzione. La visita annuale era il cardine della struttura giuridica dell’Ordine, era stimata da tutti, anche al di fuori dell’Ordine stesso ed è certo che giovò moltissimo a consolidare e a sviluppare la vita dei monasteri. Il visitatore infatti dopo la visita, può spesso dare ottimi consigli all’abate locale e richiamarne l’attenzione su punti e problemi che egli forse non aveva avvertiti o dei quali non aveva valutato pienamente la interdipendenza e gli aspetti personali. Se poi rilevasse che nel monastero visitato fossero violate le leggi dell’Ordine, il visitatore, ascoltato il parere dell’abate del luogo cerchi di correggere con carità gli abusi. La legge della filiazione è ancora vigente in pochi casi. All’antico quasi naturale legame stabilito dalla filiazione, è oggi subentrata l’unione dei monasteri in congregazione. È per questo che in genere il visitatore ordinario è l’abate preside della congregazione, eccettuati i casi in cui è ancora in vigore la legge della filiazione e le costituzioni provvedono diversamente.

7, 49-50

Textfeld: 9 apr 12 lugl 14 ott 16 gen  I

l sesto grado dell'umiltà è quello in cui il monaco si contenta delle cose più misere e grossolane e si considera un operaio incapace e indegno nei riguardi di tutto quello che gli impone l'obbedienza, ripetendo a se stesso con il profeta: “Sono ridotto a nulla e nulla so; eccomi dinanzi a te come una bestia da soma, ma sono sempre con te”.

Dichiarazione Art. 117

Art. 117. Lo scopo delle visite è oggi identico a quello di una volta, anche se alcune formalità nel modo di effettuarle devono essere adattate alle attuali condizioni di vita. Pur non dovendo essere sempre canoniche, le visite siano frequenti anche ai nostri giorni, affinché si possa tempestivamente provvedere alle necessità dei monasteri. È certo che un visitatore non è né un legislatore, né un riformatore, ma deve esortare tutti ad un esame di coscienza. La soluzione dei problemi infatti, non nasce affatto dalle imposizioni, ma scaturisce dall’intima persuasione. Tutto questo pertanto richiede molto impegno sia da parte del visitatore che dei visitati. Il visitatore, il cui ufficio è soprattutto un servizio di carità. cerchi prima d’ogni altra cosa di conoscere lo stato d’animo della comunità. Egli dovrà anche tener conto della legittima autonomia del monastero e dei suoi fini particolari legittimamente approvati affinché la visita possa arrecare al monastero un vero profitto. È necessario però che i visitati aprano con umiltà e sincerità il loro animo al visitatore cercando veramente il bene delle anime e il progresso della comunità nel servizio di Dio. Abbiano presenti i limiti di una visita, cioè il campo limitato delle questioni che può trattare e le reali possibilità dei suoi interventi. Spesso una visita resta senza frutto a causa della sconsiderata e infondata attesa di molti membri della comunità, i quali chiedono al visitatore cose impossibili e non tardano a dichiararsi da lui ingannati.

7, 51-54

Textfeld: 10 apr 13 lugl 15 ott 17 gen  I

l settimo grado dell'umiltà consiste non solo nel qualificarsi come il più miserabile di tutti, ma nell'esserne convinto dal profondo del cuore, umiliandosi e dicendo con il profeta: “Ora io sono un verme e non un uomo, l'obbrobrio degli uomini e il rifiuto della plebe”; “Mi sono esaltato e quindi umiliato e confuso” e ancora: “Buon per me che fui umiliato, perché imparassi la tua legge”.

7, 55

Textfeld: 11 apr 14 lugl 16 ott 18 gen  L

'ottavo grado dell'umiltà è quello in cui il monaco non fa nulla al di fuori di ciò a cui lo sprona la regola comune del monastero e l'esempio dei superiori e degli anziani.

7, 56-58

Textfeld: 12 apr, 15 lugl, 17 ott, 19 gen  I

l nono grado dell'umiltà è proprio del monaco che sa dominare la lingua e, osservando fedelmente il silenzio, tace finché non è interrogato, perché la Scrittura insegna che “nelle molte parole non manca il peccato” e che “l'uomo dalle molte chiacchiere va senza direzione sulla terra”.

7, 59

Textfeld: 13 apr 16 lugl 18 ott 20 gen  I

l decimo grado dell'umiltà è quello in cui il monaco non è sempre pronto a ridere, perché sta scritto: “Lo stolto nel ridere alza la voce”.

7, 60-61

Textfeld: 14 apr 17 lugl 19 ott 21 gen  L

'undicesimo grado dell'umiltà è quello nel quale il monaco, quando parla, si esprime pacatamente e seriamente, con umiltà e gravità, e pronuncia poche parole assennate, senza alzare la voce, come sta scritto: “Il saggio si riconosce per la sobrietà nel parlare”.

7, 62-70

Textfeld: 15 apr 18 lugl 20 ott 22 gen  I

l dodicesimo grado, infine, è quello del monaco, la cui umiltà non è puramente interiore, ma traspare di fronte a chiunque lo osservi da tutto il suo atteggiamento esteriore, in quanto durante l'Ufficio divino, in coro, nel monastero, nell'orto, per via, nei campi, dovunque, sia che sieda, cammini o stia in piedi, tiene costantemente il capo chino e gli occhi bassi; e, considerandosi sempre reo per i propri peccati, si vede già dinanzi al tremendo giudizio di Dio, ripetendo continuamente in cuor suo ciò che disse, con gli occhi fissi a terra il pubblicano del Vangelo: “Signore, io, povero peccatore, non sono degno di alzare gli occhi al cielo”. E ancora con il profeta: “Mi sono sempre curvato e umiliato”. Una volta ascesi tutti questi gradi dell'umiltà, il monaco giungerà subito a quella carità, che quando è perfetta, scaccia il timore; per mezzo di essa comincerà allora a custodire senza alcuno sforzo e quasi naturalmente, grazie all'abitudine, tutto quello che prima osservava con una certa paura; in altre parole non più per timore dell'inferno, ma per timore di Cristo, per la stessa buona abitudine e per il gusto della virtù. Sono questi i frutti che, per opera dello Spirito Santo, il Signore si degnerà di rendere manifesti nel suo servo, purificato ormai dai vizi e dai peccati.

Dichiarazione Art. 10

Art. 10. Fonte copiosissima e di grandissima importanza per la nostra vita, è l’ispirazione dello Spirito Santo e la sua azione in noi. Crediamo fermamente infatti che lo Spirito Santo opera anche in noi e infiamma i nostri cuori affinché conosciamo meglio la volontà di Dio e la seguiamo con maggior prontezza. Niente ci è tanto necessario quanto esaminare con cuore sincero la vita e la vocazione nostra sotto l’illuminazione dello Spirito Santo e corrispondere prontamente ai suoi impulsi. Senza dubbio, l’azione dello Spirito, sebbene misteriosa, si manifesta massimamente nella fraterna concordia dei fratelli che ricercano sinceramente la volontà di Dio e le forme idonee e degne del suo servizio. Il colloquio aperto e onesto, la sincera deliberazione in comune, la cooperazione responsabile di tutti i membri, sono in primo luogo, i mezzi con i quali si manifestano la guida e gli impulsi dello Spirito Santo.

CAPITOLO 8: La preghiera notturna

Textfeld: 16 apr 19 lugl 21 ott  D

urante la stagione invernale, cioè dal principio di novembre sino a Pasqua, secondo un calcolo ragionevole, la sveglia sia verso le due del mattino, in modo che il sonno si prolunghi un po' oltre la mezzanotte e tutti si possano alzare sufficientemente riposati. Il tempo che rimane dopo l'Ufficio vigilare venga impiegato dai monaci, che ne hanno bisogno, nello studio del salterio o delle lezioni. Da Pasqua, invece, sino al suddetto inizio di novembre, l'orario venga disposto in modo tale che, dopo un brevissimo intervallo nel quale i fratelli possono uscire per le necessità della natura, l'Ufficio vigilare sia seguito immediatamente dalle Lodi, che devono essere recitate al primo albeggiare.

Dichiarazione Art. 18-21

Art. 18. L’Ordine, allo stesso modo di un individuo o di una qualunque società particolare, conserva in sé stesso il suo passato, parta l’eredità e il peso non solo della sua storia dall’inizio di Cistercio, ma anche della storia del monachesimo in generale, le cui radici risalgono fino ai primi secoli del cristianesimo. Perciò è utile ricordare brevemente le fasi principali della storia del monachesimo e la loro importanza.

Art. 19. Forme primitive di vita monastica esistevano nella Chiesa fin dal principio: i confessori e le vergini, la vita dei quali è chiamata da alcuni “monachesimo domestico”. Nel terzo secolo, oltre alla forma predetta, compaiono in tutta la Chiesa, gli anacoreti e i cenobiti e già dal quarto secolo furono scritte le regole che avevano lo scopo di mettere ordine nelle nuove istituzioni e di tramandare le esperienze dei “padri spirituali”. tuttavia il Vangelo restava la “regola non regolata” alla quale sottostavano tutte le altre.

Art. 20. Senza dubbio sovrasta tutte le altre la Regola di san Benedetto, nella quale il santo patriarca sintetizzò dalle altre la sua “minima Regola per principianti”, secondo cui il monastero diventa “scuola del divino servizio”: qui la comunità percorre alla luce del Vangelo, la via dei comandamenti di Dio, sotto la paternità di Cristo del quale l’abate fa le veci in servizio dei fratelli e nell’armonico equilibrio dell’Opus Dei della lettura divina, del lavoro e di altre opere.

Art. 21. La Regola, che ordina le attività all’interno del monastero, è poi integrata in certo qual modo, dalla “Vita di san Benedetto” che leggiamo nei dialoghi di san Gregorio. Sebbene questa vita non sia storicamente perfetta in tutte le sue parti, tuttavia ci fa vedere in che modo, secondo la tradizione, lo stesso Padre Santo accoglieva coloro che si recavano al monastero e anche come egli si comportava al di fuori di esso. Narra infatti san Gregorio che san Benedetto “con predicazione incessante chiamò alla fede la moltitudine che dimorava nei dintorni”, anzi aggiunge che frequentemente egli inviò i suoi discepoli nel villaggio vicino “per esortare le anime”.

CAPITOLO 9: Quanti salmi si devono dire nella preghiera notturna

Textfeld: 17 apr 20 lugl 22 ott  N

el suddetto periodo invernale si dica prima di tutto per tre volte il versetto: “Signore, apri le mie labbra e la mia bocca annunzierà la tua lode”, a cui si aggiunga il salmo 3 con il Gloria; dopo di questo il salmo 94 cantato con l'antifona oppure lentamente. Quindi segua l'inno e poi sei salmi con le antifone, finiti i quali e detto il versetto, l'abate dia la benedizione e, mentre tutti stanno seduti ai rispettivi posti, i fratelli leggano a turno dal lezionario posto sul leggio tre lezioni, intercalate da responsori cantati. Due responsori si cantino senza il Gloria, ma dopo la terza lezione il cantore lo intoni e allora tutti subito si alzino in piedi per l'onore e la riverenza dovuti alla Santa Trinità. Quanto ai libri da leggere nell'Ufficio vigilare, siano tutti di autorità divina, sia dell'antico che del nuovo Testamento, compresi i relativi commenti, scritti da padri di sicura fama e genuina fede cattolica. Dopo queste tre lezioni con i rispettivi responsori, seguano gli altri sei salmi da cantare con l'Alleluia e dopo questi una lezione tratta dalle lettere di S. Paolo, da recitarsi a memoria, il versetto, la prece litanica, cioè il Kyrie eleison, e così si metta fine all'Ufficio vigilare.

Dichiarazione Art. 22

Art. 22. La Regola di san Benedetto non era né la sola in vigore, né godeva il consenso generale fino al tempo di san Benedetto Anianense –epoca della “Regola mista”–. Ma da quel momento, fu lentamente introdotta in quasi tutti i monasteri dell’impero carolingio. E causò una certa uniformità di vita nel monachesimo occidentale che può essere qualificato come “benedettino”. In seguito i sinodi tenutisi dal nono all’undicesimo secolo, cercarono di indicare con maggiore precisione la differenza tra monaci e canonici regolari, ma con poco successo. Infatti aumentava sempre di più il numero di monaci che ricevevano gli ordini sacri, passando così allo stato clericale, mentre i canonici regolari organizzavano la loro vita secondo gli usi monastici. Inoltre dal decimo all’undicesimo secolo, il monachesimo abbandonando la semplicità di vita, incrementò continuamente l’incidenza e l’importanza della liturgia nel monastero, in modo tale da far venire quasi del tutto meno l’equilibrio tra preghiera e lavoro.

CAPITOLO 10: La preghiera notturna in estate

Textfeld: 18 apr 21 lugl 23 ott  D

a Pasqua fino al principio di novembre si mantenga lo stesso numero di salmi, che è stato prescritto sopra; eccetto che, a causa della brevità delle notti, non si leggano le lezioni dal lezionario, ma, invece di tre, se ne reciti a memoria una sola dell'antico Testamento seguita da un responsorio breve; tutto il resto si svolga, come è già stato prescritto, cioè nell'Ufficio vigiliare non si dicano mai meno di dodici salmi, senza contare i salmi 3 e 94.

Dichiarazione Art. 23

Art. 23. Nell’undicesimo secolo tra i monaci –ed i canonici– sorsero nuovi movimenti spirituali con l’intento di ritornare alla vera povertà evangelica, al lavoro manuale, alla “purità della Regola” e alle fonti autentiche del monachesimo antico. Cistercio fu fondato con questo scopo. I fondatori del “Nuovo `Monastero” ristabilirono l’equilibrio tra la vita liturgica e il lavoro, pur senza ripristinare in tutto la regola alla lettera. Infatti conservarono molte funzioni liturgiche ignote a san Benedetto e introdotte in seguito –per esempio, la messa conventuale quotidiana– e così l’orario giornaliero venne mutato. Inoltre essi ammisero i fratelli conversi, perché affermavano che diversamente non avrebbero potuto “osservare giorno e notte i precetti della Regola”. Quindi essi in molti punti prendevano la Regola non nel suo significato storico del sesto secolo, ma secondo le interpretazioni posteriori. Fin dall’inizio i monasteri fondati da Cistercio e dalle sue case filiali, erano abbazie sui juris unite tra loro secondo le prescrizioni della Carta della Carità e i loro abati ogni anno si radunavano nel capitolo generale a Cistercio per provvedere alla cura delle anime dei monaci loro affidati. Dai primi decenni del secolo XII gli abati del nostro Ordine promovettero fondazioni di monasteri di monache a le aiutarono per organizzare la sua vita. I concenti delle monache come i monasteri di monaci, fino all’anno 1184 stavano sotto la giurisdizione di vescovi. Una volta ottenuta l’esenzione, molti monasteri di monache furono incorporati all’Ordine. All’inizio le abradesse fondatrici facevano la visita regolare alle abbazie figlie, e le fondazioni tennero anche i loro capitoli, però a causa della legge della clausura, che nel Medio Evo era molto più rigorosa per le monache, la visita regolare passò al Padre immediato e i capitoli delle Abradesse non si celebrarono più.

CAPITOLO 11: La preghiera notturna nelle domeniche

Textfeld: 19 apr 22 lugl 24 ott  P

er l'Ufficio vigilare della domenica ci si alzi un po' prima. Anche in questo caso si osservi un determinato ordine, cioè, dopo aver cantato sei salmi come abbiamo stabilito sopra ed essersi seduti tutti ordinatamente ai propri posti, si leggano sul lezionario quattro lezioni con i relativi responsori, secondo quanto abbiamo già detto; solo al quarto responsorio il cantore intoni il Gloria e allora tutti si alzino subito in piedi con riverenza. A queste lezioni seguano per ordine altri sei salmi con le antifone come i precedenti e il versetto. Quindi si leggano di nuovo altre quattro lezioni con i propri responsori, secondo le norme precedenti. Poi si recitino tre cantici, tratti dai libri dei Profeti a scelta dell'abate, che si devono cantare con l'Alleluia. Detto quindi il versetto, con la benedizione dell'abate si leggano altre quattro lezioni del nuovo Testamento nel modo gi indicato. Dopo il quarto responsorio l'abate intoni l'inno Te Deum laudamus, finito il quale lo stesso abate legga la lezione dai Vangeli, mentre tutti stanno in piedi con la massima reverenza. Al termine di questa lettura tutti rispondano Amen, poi l'abate prosegua immediatamente con l'inno Te decet laus e, recitata la preghiera di benedizione, si incomincino le lodi. Quest'ordine dell'Ufficio vigiliare della domenica dev'essere mantenuto in ogni stagione, tanto d'estate che d'inverno, salvo il caso deprecabile in cui i monaci si alzassero più tardi, nella quale circostanza bisognerà abbreviare le lezioni e i responsori. Si stia però bene attenti che ciò non avvenga; ma se dovesse accadere, il responsabile di una simile negligenza ne faccia in coro degna riparazione a Dio.

Dichiarazione Art. 24

Art. 24. Poiché con la rapidissima fondazione di centinaia di abbazie e con l’incorporazione di alcune congregazioni –la Saviniacense e la Obazinense già al tempo di san Bernardo– l’Ordine cresceva, la “somiglianza delle consuetudini” che esisteva all’inizio, lentamente e gradatamente venne a mancare. La trasformazione della vita sociale, intellettuale e politica, esercitò il suo influsso anche nello sviluppo dell’Ordine. Perciò il capitolo generale era impegnato ad adattare la legislazione dell’Ordine ad esigenze sempre nuove, non esitando, nel dodicesimo secolo, a ritoccate più volte e non leggermente, anche la Carta della Carità.

CAPITOLO 12: La celebrazione delle lodi festive

Textfeld: 20 apr 23 lugl 25 ott  A

lle Lodi della domenica, prima di tutto si dica il salmo 66 tutto di seguito, senza antifona, quindi il salmo 50 con l'Alleluia, poi il 117 e il 62 quindi il cantico dei tre fanciulli nella fornace (il Benedicite), i salmi di lode, una lezione dell'Apocalisse a memoria, il responsorio, l'inno, il versetto, il cantico del Vangelo (il Benedictus) e la prece litanica con cui si finisce.

Dichiarazione Art. 25

Art. 25. In seguito il troppo grande numero di abati che partecipavano al capitolo generale, portò alla creazione del definitorio, che ebbe la sua costituzione nel 1265 e la conservò fino alla Rivoluzione Francese. Per questo motivo ma anche a causa delle guerre e di altre difficoltà, gli abati cominciarono a partecipare più raramente al capitolo generale. Contemporaneamente in diverse regioni, in particolare nell’Europa centrale e orientale, ma anche nel Portogallo, la vita cistercense assunse nuove forme. Nel corso dei secoli, a questi si aggiunsero altri motivi politici ed ecclesiastici, come l’istituzione della commenda, che in ogni regione richiedeva nuove soluzioni. Così nell’ordine sorsero le congregazioni: per disposizione dei romani pontefici, nel 1425, ebbe origine la congregazione di Castiglia; nel 1497, quella di San Bernardo in Italia; nel 1507, la Congregazione Lusitana con atti del romano pontefice e nel sec. XVII, anche con la cooperazione del capitolo generale, la congregazione Calabro-Lucana, la Romana, l’Aragonese e quella della Germania superiore.

CAPITOLO 13: Le lodi nei giorni feriali

Textfeld: 21 apr 24 lugl 26 ott  N

ei giorni feriali le Lodi si celebrino nel modo seguente: si dica il salmo 66 senza antifona, recitandolo lentamente in modo che tutti possano essere presenti per il salmo 50, che deve dirsi con l'antifona. Dopo di questi, si dicano altri due salmi secondo la consuetudine e cioè al lunedì i salmi 5 e 35, al martedì il 42 e il 56, al mercoledì il 63 e il 64, al giovedì l'87 e l'89, al venerdì il 75 e il 91 e al sabato il 142 con il cantico del Deuteronomio, diviso in due parti dal Gloria. In tutti gli altri giorni poi si dica il cantico profetico proprio di quel giorno, secondo l'uso della Chiesa romana. Quindi seguano i salmi di lode, una breve lezione dell'Apostolo a memoria, il responsorio, l'inno, il versetto, il cantico del Vangelo, la prece litanica e così si termina. Ma l'Ufficio delle Lodi e del Vespro non si chiuda mai senza che, secondo l'uso stabilito, alla fine, tra l'attenzione di tutti, il superiore reciti il Pater per le offese alla carità fraterna che avvengono di solito nella vita comune, in modo che i presenti possano purificarsi da queste colpe, grazie all'impegno preso con la stessa preghiera nella quale dicono: “Rimetti a noi, come anche noi rimettiamo”. Nelle altre Ore, invece, si dica ad alta voce solo l'ultima parte del Pater, a cui tutti rispondano: “Ma liberaci dal male”.

Dichiarazione Art. 26-28

Art. 26. Durante questi secoli aumentava sempre di più nell’Ordine l’importanza del sacerdozio e molti monasteri accettarono vari impegni di ministero pastorale. Dopo il Concilio di Trento, in molte parti dell’Ordine la cura pastorale nelle parrocchie divenne la forma di lavoro e l’attività principale di molti monaci sacerdoti.

Art. 27. L’educazione della gioventù nelle scuole ha lontane e forti radici nella tradizione monastica antica e, sebbene i primi cistercensi per le circostanze dei tempi, avessero rifiutato di dedicarsi a tale attività, in seguito la accettarono sotto forme diverse. L’insegnamento nelle scuole pubbliche fu assunto da molti monasteri, specialmente a partire dal secolo XVIII, quando nacque il sistema di educazione moderno.

Art. 28. L’Ordine soffrì gravi danni nel secolo XVI a causa della riforma protestante e delle sue conseguenze, ma nel secolo XVII, incominciò a fiorire nuovamente in molte regioni. Le abbazie che in questo periodo per l’introduzione della cura pastorale e dell’attività scolastica, partecipavano ai doveri ed alle sollecitudini delle chiese locali, procuravano di adattare gran parte della loro vita a questi nuovi compiti. Ma la rivoluzione francese , il Giuseppinismo e le secolarizzazioni che presto seguirono in altre regioni non solo distrussero la maggior parte dei monasteri, ma annientarono radicalmente anche l’organizzazione dell’Ordine. Con la soppressione di Cîteaux, siccome non cerano Costituzioni dell’Ordine adatte a superare le difficoltà e senza la possibilità di convocare il Capitolo Generale, l’antico diritto costituzionale dell’Ordine si cambiò. Alla morte dell’Abate di Cîteaux, anche la stessa Santa Sede si trovava in grandi difficoltà e solo in maniera provvisoria poté provvedere all’Ordine. Però al rientro a Roma dalla prigione di Napoleone, Pio VII stabilì capo dell’Ordine l’Abate Presidente della Congregazione di S. Bernardo in Italia che lo fu fino al 1880. Senza impedimento la giurisdizione di questo Abate Presidente Generale quasi unicamente si limitava sulla conferma dei neoeletti Abati della Stretta Osservanza. Quando nell’anno 1834 fu eretta la prima Congregazione della BMV della Trappa si diceva chiaramente che quella Congregazione stava sotto la giurisdizione dell’Abate Generale. Lo sforzi per convocare un Capitolo Generale di tutti gli Abati non ebbero un felice esito e così il primo Capitolo Generale, dopo la Rivoluzione Francese, si celebrò nell’anno 1880 e i suoi membri furono stabiliti dalla Santa Sede. Nel 1892 nel capitolo dell’unione di tre Congregazioni della Stretta Osservanza, i Padri capitolari costituirono liberamente un ordine autonomo: l’Ordine di Cistercensi riformati della BMV della Trappa. Leone XIII vista l’impossibilità di riunire i due Ordini, nel 1892 parlò di “Famiglia Cistercense” concedendo all’Ordine di Cistercensi riformati tutti i privilegi dell’Ordine Cistercense. Le congregazioni che nel secolo XIX erano sopravvissute non senza difficoltà alla tempesta, cercarono una forma di unione che peraltro non potettero raggiungere completamente: dall’unione di tre congregazioni trappiste nacque nel 1892 l’Ordine dei Cistercensi della Stretta Osservanza.

CAPITOLO 14: La preghiera notturna nelle feste dei Santi

Textfeld: 22 apr 25 lugl 27 ott  N

elle feste dei Santi e in tutte le solennità si proceda come abbiamo stabilito per la domenica, ad eccezione dei salmi, delle antifone e delle lezioni, che saranno proprie di quel giorno; si segua però l'ordine già fissato.

Dichiarazione Art. 29

Art. 29. Già nel secolo XIX, gli abati dei restanti monasteri si radunarono più volte nel capitolo generale e per tre volte nel secolo XX composero anche le Costituzioni del supremo regime dell’Ordine. Contemporaneamente più monasteri sorti al di fuori dell’Ordine, e la congregazione di Casamari, si unirono ad esso e sono state fatte molte fondazioni anche in terra di missione. Dopo la seconda guerra mondiale i monasteri di monache della Spagna e dell’Italia formarono Federazioni di diritto pontificio che anno grandi meriti tanto nel campo spirituale che in quello materiale e è conveniente che loro lavoro per il bene dei monasteri e dell’Ordine continui. Così è nato l’Ordine attuale che abbraccia una realtà assai complessa. e questo è sommamente necessario che nel lavoro di aggiornamento, le singole comunità conoscano prima di tutto i loro compiti e li determinino con chiarezza e sincerità. Tale chiarificazione avrà il potere di infondere vitalità e comprensione reciproca anche nell’Ordine.

CAPITOLO 15: In quali tempi si dice l’alleluia

Textfeld: 23 apr 26 lugl 28 ott  L

'Alleluia si dica sempre dalla santa Pasqua fino a Pentecoste, tanto nei salmi che nei responsori; da Pentecoste poi sino al principio della Quaresima lo si dica soltanto negli ultimi sei salmi dell'Ufficio notturno. Ma in tutte le domeniche che cadano fuori del tempo quaresimale i cantici, le Lodi, Prima, Terza, Sesta e Nona si dicano con l'Alleluia, mentre il Vespro avrà le antifone proprie. I responsori, invece, non si dicano mai con l'Alleluia, se non da Pasqua a Pentecoste.

Dichiarazione Art. 59

Art. 59. Il monaco che nella imitazione di Cristo cerca Dio e brama servirlo, prega spesso. La mente e il cuore si elevano alla considerazione delle cose divine, ora con la meditazione della Parola di Dio che si rivela in noi, ora con la preghiera comune o con quella privata conforme al Verbo di Dio. In questo modo possiamo trovare la fonte di ispirazione di tutte le nostre azioni e nello stesso tempo possiamo conoscere meglio e rettificare con più frequenza l’indirizzo della nostra vita.

CAPITOLO 16: La preghiera delle ore diurne

Textfeld: 24 apr 27 lugl 29 ott  S

ette volte al giorno ti ho lodato, dice il profeta. Questo sacro numero di sette sarà adempiuto da noi, se assolveremo i doveri del nostro servizio alle Lodi, a Prima, a Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro e Compieta, perché proprio di queste ore diurne il profeta ha detto: “Sette volte al giorno ti ho lodato”. Infatti nelle Vigilie notturne lo stesso profeta dice: “Nel mezzo della notte mi alzavo per lodarti”. Dunque in queste ore innalziamo lodi al nostro Creatore “per le opere della sua giustizia” e cioè alle lodi, a Prima, a Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro e a Compieta e di notte alziamoci per celebrare la sua grandezza.

Dichiarazione Art. 60

Art. 60. Come la vocazione religiosa è una grazia di Dio, allo stesso modo il nostro potere di pregare non deriva da noi, ma dallo Spirito Santo, nel quale esclamiamo: “Abba - Padre”. Nell’accostarsi ai sacramenti e specialmente nella celebrazione quotidiana, dell’Eucaristia, si alimenta con assiduità in noi la vita della grazia e la nostra preghiera si unisce sacramentalmente agli atti salvifici di Cristo. I monaci poi, come appare chiaramente dalla tradizione monastica e dalle disposizioni ecclesiastiche, sono chiamati in modo tutto particolare, a continuare la preghiera di Cristo nella Chiesa, sia nella celebrazione della messa e dell’ufficio divino, che devono avere il primato nella loro vita, sia nelle altre forme della preghiera che deve permeare nella maniera sua propria tutta la vita.

CAPITOLO 17: Quanti salmi si devono dire nelle ore diurne

Textfeld: 25 apr, 28 lugl, 30 ott  A

bbiamo già stabilito l'ordine della salmodia per l'Ufficio notturno e per le Lodi; adesso provvediamo per le altre Ore. All'ora di Prima si dicano tre salmi separatamente, ciascuno con il proprio Gloria e l'inno della stessa Ora segua il versetto Deus in adiutorium prima di iniziare i salmi. Finiti i tre salmi, si reciti una sola lezione, il versetto, il Kyrie eleison e le preci finali. A Terza, a sesta e a Nona si celebri l'Ufficio secondo lo stesso ordine e cioè il versetto iniziale, gli inni delle rispettive Ore, tre salmi, la lezione, il versetto, il Kyrie eleison e le preci finali. Se la comunità fosse numerosa, si salmeggi con le antifone, altrimenti si recitino i salmi tutti di seguito. L'Ufficio del Vespro comprenda quattro salmi con le antifone, dopo i quali si reciti la lezione, quindi il responsorio, l'inno, il versetto, il cantico del Vangelo, il Kyrie e il Pater, a cui segue il congedo. Compieta, infine, consista in tre salmi di seguito, senza antifona, ai quali segua l'inno della medesima ora, una sola lezione, il versetto, il Kyrie eleison e la benedizione con cui si conclude.

Dichiarazione Art. 61

Art. 61. Nella celebrazione eucaristica si fa presente il sacrificio di Cristo offerto una volta per sempre sulla croce, offerto ogni giorno per noi  e le azioni umane che venerano Dio, diventano segno efficace delle azioni di Lui, così che il dono e la parola di Dio e la risposta degli uomini mediante la lode e il rendimento di grazie, si uniscono strettamente per dar gloria a Dio e per santificare l’uomo. Tutti i ministeri ecclesiastici infatti, sono ordinati alla celebrazione dell’Eucaristia, vero centro di tutta la liturgia, anzi della vita cristiana. Perciò è necessario che essa occupi il primo posto anche nella nostra vita monastica nel sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convivio pascale, sul quale si riceve Cristo, l’anima è ricolma di grazia e ci è donato il pegno della gloria futura. L’adorazione di Cristo presente nell’Eucaristia è un aiuto perchè l’attiva partecipazione al sacrificio di Cristo continui efficacemente tutto il giorno.

CAPITOLO 18: In quale ordine si devono
recitare i salmi

Textfeld: 26 apr 29 lugl 31 ott  P

rima di tutto si dica il versetto: “O Dio, vieni in mio soccorso; Signore, affrettati ad aiutarmi”, il Gloria e poi l'inno di ciascuna Ora. A Prima della domenica si dicano quattro strofe del salmo 118; alle altre Ore, cioè a Terza, Sesta e Nona, si dicano tre strofe per volta dello stesso salmo. A Prima del lunedì si recitino tre salmi e cioè il salmo 1, il 2 e il 6; e così nei giorni successivi fino alla domenica si dicano di seguito tre salmi fino al 19, in modo però che il 9 e il 17 si dividano in due. Così le vigilie domenicali cominceranno sempre con il salmo 20. A Terza, Sesta e Nona del lunedì si dicano le ultime nove strofe del salmo 118, tre per ciascuna Ora. Esaurito questo salmo in due giorni, cioè alla domenica e al lunedì, a Terza, Sesta e Nona del martedì si recitino rispettivamente tre salmi dal 119 al 127, cioè in tutto nove salmi. Questi vengano sempre ripetuti allo stesso modo nelle medesime Ore fino alla domenica, lasciando però invariati gli inni, le lezioni e i versetti per tutte le Ore della settimana, in modo che alla domenica si cominci sempre dal salmo 118. Il Vespro poi si celebri ogni giorno con il canto di quattro salmi, dal 109 fino al 147; eccettuando quelli che sono riservati alle altre Ore, cioè i salmi 117-127, 133 e 142, tutti gli altri si dicano a Vespro. E poiché vengono a mancare tre salmi, si dividano i più lunghi del gruppo indicato, ossia il 138, il 143 e il 144. Il 116, invece, che è il più breve, venga unito al 115. Stabilito così l'ordine della salmodia vespertina, tutto il resto, cioè la lezione, il responsorio, l'inno, il versetto e il cantico, si dica come abbiamo disposto sopra. A Compieta, infine, si ripetano tutti i giorni gli stessi salmi e cioè il 4, il 90 e il 133. Una volta fissato l'ordine della salmodia di tutti i salmi rimanenti vengano distribuiti in parti uguali nei sette Uffici notturni, dividendo quelli più lunghi e assegnandone dodici per notte. Ci teniamo però ad avvertire che, se qualcuno non trovasse conveniente tale distribuzione dei salmi, li disponga pure come meglio crede, purché badi bene di fare in modo che in tutta la settimana si reciti l'intero salterio di centocinquanta salmi e con l'Ufficio vigiliare della domenica si ricominci sempre da capo. Infatti i monaci, che in una settimana salmeggiano meno dell'intero salterio con i cantici consueti, danno prova di grande indolenza e fiacchezza nel servizio a cui sono consacrati, dato che dei nostri padri si legge che in un sol giorno adempivano con slancio e fervore quanto è augurabile che noi tiepidi riusciamo a eseguire in una settimana.

Dichiarazione Art. 62

Art. 62. Nella riforma dell’ufficio divino, che deve essere continuata e completata, è necessario prima di tutto avere cura dell’unità e dell’armonia tra la liturgia e le altre attività della vita religiosa, perché sebbene la liturgia sia “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e insieme, la fonte da cui scaturisce tutta la sua virtù”, tuttavia non esaurisce completamente l’opera della Chiesa e del monastero. Perciò lo svolgimento della giornata sia ordinato a celebrare fruttuosamente la liturgia e la struttura della liturgia e i modi di celebrarla siano tali che possano alimentare e animare la vita quotidiana.

CAPITOLO 19: Come cantare i salmi

Textfeld: 27 apr 20 lugl 1 nov 23 gen  S

appiamo per fede che Dio è presente dappertutto e che “gli occhi del Signore guardano in ogni luogo i buoni e i cattivi”, ma dobbiamo crederlo con assoluta certezza e senza la minima esitazione, quando prendiamo parte all'Ufficio divino. Perciò ricordiamoci sempre di quello che dice il profeta: “Servite il Signore nel timore” e ancora: “Lodatelo degnamente” e ancora: “Ti canterò alla presenza degli angeli”. Consideriamo dunque come bisogna comportarsi alla presenza di Dio e dei suoi Angeli e partecipiamo alla salmodia in modo tale che l'intima disposizione dell'animo si armonizzi con la nostra voce.

Dichiarazione Art. 63

Art. 63. Alla vita di preghiera appartiene necessariamente anche la “lectio divina” che richiede una preparazione idonea e alcune condizioni, in virtù delle quali essa possa essere una vera lettura orante, tranquilla e costante. Ornata di tali doti, la “lectio divina” aiuta efficacemente il monaco a diventare sempre di più “uomo dì Dio” e a percepire chiaramente la presenza e la volontà di Dio. L’osservanza del silenzio ci aiuti molto a favorire lo spirito di preghiera. Rispettando fedelmente il tempo del silenzio, i nostri cuori si dispongono ad ascoltare meglio la Parola di Dio e ad aprirsi ad essa con più attenzione.

CAPITOLO 20: La riverenza nella preghiera

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24 gen
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e quando dobbiamo chiedere un favore a qualche personaggio, osiamo farlo solo con soggezione e rispetto, quanto più dobbiamo rivolgere la nostra supplica a Dio, Signore di tutte le cose, con profonda umiltà e sincera devozione. Bisogna inoltre sapere che non saremo esauditi per le nostre parole, ma per la purezza del cuore e la compunzione che strappa le lacrime. Perciò la preghiera dev'essere breve e pura, a meno che non venga prolungata dall'ardore e dall'ispirazione della grazia divina. Ma quella che si fa in comune sia brevissima e quando il superiore dà il segno, si alzino tutti insieme.

Dichiarazione Art. 64

Art. 64. L’unità di vita si manifesta nell’armonica fusione dei suoi elementi. Anzitutto l’azione liturgica dei monasteri sia lucerna ardente e luminosa che vivifica tutta la chiesa locale. Le celebrazioni liturgiche attirino i cristiani vicini alla partecipazione attiva e offrano ad essi una sorgente abbondantissima per la loro vita spirituale.

CAPITOLO 21: I decani del monastero

Textfeld: 29 apr 1 agos 3 nov
25 gen
  S

e la comunità è abbastanza numerosa, si scelgano in essa alcuni monaci di buon esempio e di santa vita per costituirli decani; essi vigileranno premurosamente, secondo le leggi di Dio e gli ordini dell'abate sui gruppi di dieci fratelli affidati alle loro rispettive cure. Come decani devono essere eletti quei monaci con i quali l'abate possa tranquillamente condividere i suoi pesi e in tale scelta non bisogna tener conto dell'ordine di anzianità, ma regolarsi solo in considerazione della condotta esemplare e della scienza delle cose di Dio. Se poi fra questi decani ce ne fosse qualcuno che, montato un po' in superbia, dovesse essere ripreso, sia rimproverato una prima, una seconda e una terza volta e, se non vorrà correggersi, venga sostituito con un altro veramente degno. La stessa cosa stabiliamo per il priore.

Dichiarazione Art. 77

Art. 77. Dopo aver delineato la figura del nostro Ordine nella sua esistenza concreta e dopo aver brevemente esposti i valori fondamentali della vita cistercense, ci resta ora da considerare l’ordinamento pratico della vita e la conveniente struttura giuridica delle singole comunità, di ciascuna congregazione e dell’Ordine intero. Non è per nulla sufficiente infatti, esporre la dottrina intorno ai valori e ai fini nostri, ma dobbiamo anche ricercare i principi pratici e giuridici, mediante i quali, la vita delle comunità viene ordinata e mossa a raggiungere quei fini. Riteniamo di dover trattare soltanto gli elementi e i principi che ci sembrano necessari per risolvere adeguatamente i problemi odierni, rimandando l’ordinamento più preciso della vita alle costituzioni dell’Ordine, delle congregazioni e agli statuti locali. E precisamente, prima esporremo i caratteri fondamenti di qualsiasi organizzazione giuridica e dell’esercizio dell’autorità, poi tratteremo dei principi riguardanti il governo del monastero, della congregazione e dell’Ordine. In ultimo aggiungeremo qualche parola sui rapporti del nostro Ordine con gli altri Ordini monastici e con gli organi della Chiesa.

CAPITOLO 22: Come dormono i monaci

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iascun monaco dorma in un letto proprio e ne riceva la fornitura conforme alle consuetudini monastiche e secondo quanto disporrà l'abate. Se è possibile dormano tutti nello stesso locale, ma se il numero rilevante non lo permette, riposino a dieci o venti per ambiente insieme con gli anziani incaricati della sorveglianza. Nel dormitorio rimanga sempre accesa una lampada fino al mattino. Dormano vestiti, con ai fianchi semplici cinture o corde, senza portare coltelli appesi al lato mentre riposano, per non ferirsi nel sonno. Così i monaci siano sempre pronti e, appena dato il segnale, alzandosi senza indugio si affrettino a prevenirsi vicendevolmente per l'Ufficio divino, ma sempre con la massima gravità e modestia. I più giovani non abbiano i letti vicini, ma alternati con quelli dei più anziani. Quando poi si alzano per l'Ufficio divino, si esortino garbatamente a vicenda per prevenire le scuse degli assonnati.

CAPITOLO 23: La scomunica per le colpe

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5 nov 27 gen
  S

e qualche fratello si dimostrerà ribelle o disobbediente o superbo o mormoratore, o assumerà un atteggiamento di ostilità e di disprezzo nei confronti di qualche punto della santa Regola o degli ordini dei superiori, questi lo rimproverino una prima e una seconda volta in segreto, secondo il precetto del Signore. Se non si migliorerà, venga ripreso pubblicamente di fronte a tutti. Ma nel caso che anche questo provvedimento si dimostri inefficace, sia scomunicato, purché sia in grado di valutare la portata di una tale punizione. Se invece difetta di una sufficiente sensibilità, sia sottoposto al castigo corporale.

Dichiarazione Art. 78

Art. 78. Quanto segue vale in tutto anche per i monasteri delle nostre monache salvo che non risulti diversamente dalla natura stessa delle cose. Infatti le monache cistercensi non costituiscono un «secondo ordine» posto accanto al «primo», quello dei monaci ma fanno completamente parte dello stesso Ordine Cistercense. I monasteri femminili sono realmente sui juris, anche se per quanto riguarda la giurisdizione, dipendono in qualche cosa dal padre immediato o dal vescovo. Inoltre non pochi di essi sono membri di nostre congregazioni e seguono le stesse leggi dei monaci. Perciò non v’è dubbio che debba essere promossa, sia pur cautamente ma costantemente ed efficacemente, la partecipazione delle monache alle decisioni che riguardano non solo la loro vita, bensì anche la loro congregazione o tutto l’Ordine.

CAPITOLO 24: Scomunica per le colpe leggere

Textfeld: 2 mag 4 agos 6 nov 28 gen  L

a scomunica e, in genere, la punizione disciplinare dev'essere proporzionata alla gravità della colpa e ciò è di competenza dell'abate. Però il monaco che avrà commesso mancanze meno gravi sia escluso dalla mensa comune. Il trattamento inflitto a chi viene escluso dalla mensa è il seguente: in coro non intoni salmo, né antifona, né reciti lezioni fino a quando non avrà riparato alle sue mancanze; mangi da solo dopo la comunità, sicché se, per esempio, i monaci pranzano all'ora di Sesta, egli mangi a Nona; se pranzano a Nona, egli a Vespro, fino a quando avrà ottenuto il perdono con una conveniente riparazione.

Dichiarazione Art. 81

Art. 81. Pur restando necessario che la comunità monastica sia anzitutto basata sulla carità di Cristo e dei fratelli, come anche sulla volontaria accettazione dei fini e dei compiti del proprio monastero, tuttavia in quanto stabile associazione di uomini tendente al raggiungimento di un fine determinato, postula una struttura stabile, cioè un retto ordinamento per mezzo delle leggi e delle prescrizioni dei superiori. Così infatti viene rafforzata la stabilità e la continuità di vita, le risorse dei singoli sono dirette con maggiore efficacia al raggiungimento del fine comune e l’operosità dei membri è regolata all’insegna della pace. Oltre alle leggi ed altri statuti scritti, che servono a regolare gli aspetti piuttosto permanenti della vita, è necessaria anche l’autorità personale dell’abate e degli ufficiali, affinché possa essere stabilito responsabilmente e nel momento opportuno come agire concretamente, ciò che è impossibile determinare con leggi minuziose, date le situazioni tanto varie e mutevoli della vita moderna. Nell’emanare leggi o norme, hanno grande importanza i capitoli, i consigli e gli altri organi che rappresentano la comunità e che in molti casi, determinati dal diritto, hanno anche voce deliberativa. Questi stessi organi debbono aiutare i superiori e gli altri ufficiali a prendere decisioni concrete che per legge spettano soltanto ad essi, senza però sopprimere o sminuire la loro responsabilità e il loro diritto a decidere.

CAPITOLO 25: Scomunica per le colpe più gravi

Textfeld: 3 mag 5 agos 7 nov 29 gen  I

l monaco colpevole di mancanze più gravi sia invece sospeso oltre che dalla mensa anche dal coro. Nessuno lo avvicini per fargli compagnia o parlare di qualsiasi cosa. Attenda da solo al lavoro che gli sarà assegnato e rimanga nel lutto della penitenza, consapevole della terribile sentenza dell'apostolo che dice: “Costui è stato consegnato alla morte della carne, perché la sua anima sia salva nel giorno del Signore”. Prenda il suo cibo da solo nella quantità e nell'ora che l'abate giudicherà più conveniente per lui; non sia benedetto da chi lo incontra e non si benedica neppure il cibo che gli viene dato.

Dichiarazione Art. 82

Art. 82. L’autorità delle leggi e dei superiori nell’ambito del monastero e la legittima autorità civile hanno molti aspetti in comune, ma non possono essere considerate equivalenti in tutti i sensi. Infatti in primo luogo l’autorità che viene esercitata nel monastero ha sempre carattere ecclesiale derivante sia dalla approvazione della Regola e delle costituzioni da parte della Santa Sede, sia dall’accettazione della nostra professione da parte della Chiesa. Pertanto l’amore al monastero scaturisce dall’amore alla Chiesa alla quale ci uniamo più intimamente mediante la professione, e tanto più esso cresce quanto più amiamo la Chiesa. In secondo luogo, detta autorità ha carattere intimamente religioso, poiché il movente dell’obbedienza monastica non risiede nella necessità o nell’opportunità umana, ma nella nostra stessa vocazione e nella libera dedizione al servizio della volontà di Dio. Pertanto quelli che nella comunità hanno la facoltà di fare leggi o di dare ordini, sono come degli intermediari per conoscere la concreta volontà di Dio riguardo alla comunità stessa. Di modo che anche se non è giusto identificare semplicemente l’obbedienza verso Dio con quella prestata agli uomini, tuttavia nella vita monastica obbediamo in senso vero a coloro che fanno le veci di Cristo e l’obbedienza ai superiori fa parte del servizio che rendiamo al Signore. Concludendo l’autorità esercitata nella comunità monastica ha radici più profonde di quella esercitata nelle società meramente civili, e però non debbono essere trascurati o respinti i nuovi metodi e le esperienze di queste ultime, anzi bisogna spassionatamente prenderli in esame. Infatti molto spesso nei vari movimenti sociali e nelle nuove forme di governo si riscontrano degli elementi utili che possono tornare vantaggiosi anche a noi nell’ordinare in modo adatto la vita monastica attuale.

CAPITOLO 26: Rigore della scomunica

Textfeld: 4 mag 6 agos 8 nov 30 gen  S

e qualche monaco oserà avvicinare in qualche modo un fratello scomunicato, o parlare con lui, o inviargli un messaggio, senza l'autorizzazione dell'abate, incorra nella medesima punizione.

Dichiarazione Art. 83

Art. 83. Nella organizzazione e nella legislazione riguardanti la vita monastica, come anche nell’esercizio dell’autorità personale, vanno diligentemente presi in considerazione quei principi sociologici fondati sul diritto naturale, che, compresi più chiaramente in questi ultimi tempi, sono inculcati con molta insistenza dal magistero ecclesiastico. Tra di essi sono per noi della massima importanza i principi correlativi della dignità della persona e della solidarietà, della sussidiarietà e del pluralismo legittimo nell’ambito della necessaria unità.

CAPITOLO 27: Sollecitudine dell’abate verso gli scomunicati

Textfeld: 5 mag 7 agos 9 nov 31 gen  L

'abate deve prendersi cura dei colpevoli con la massima sollecitudine, perché “non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati”. Perciò deve agire come un medico sapiente, inviando in qualità di amici fidati dei monaci anziani e prudenti che quasi inavvertitamente confortino il fratello vacillante e lo spingano a un'umile riparazione, incoraggiandolo perché “non sia sommerso da eccessiva tristezza”, in altre parole “gli usi maggiore carità”, come dice l'Apostolo “e tutti preghino per lui”. Bisogna che l'abate sia molto vigilante e si impegni premurosamente con tutta l'accortezza e la diligenza di cui è capace per non perdere nessuna delle pecorelle a lui affidate. Sia pienamente cosciente di essersi assunto il compito di curare anime inferme e non di dover esercitare il dominio sulle sane e consideri con timore il severo oracolo del profeta per bocca del quale il Signore dice: “Ciò che vedevate pingue lo prendevate; ciò invece che era debole lo gettavate via”. Imiti piuttosto la misericordia del buon Pastore che, lasciate sui monti le novantanove pecore, andò alla ricerca dell'unica che si era smarrita ed ebbe tanta compassione della sua debolezza che si degnò di caricarsela sulle sue sacre spalle e riportarla così all'ovile.

Dichiarazione Art. 84

Art. 84. Il principio della dignità della persona, fondamentale precetto della dottrina sociale cattolica afferma che la persona umana è, e deve essere, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali. Perciò tutte le nostre strutture giuridiche debbono, prima d’ogni altra cosa, avere il fine di condurre i nostri confratelli a conseguire più pienamente e più speditamente la loro propria perfezione e ad adempiere più facilmente i doveri della loro vocazione. Anche nella legislazione e nel governo del monastero o dell’Ordine deve essere considerata e riconosciuta la dignità sacra della persona umana fondata sulla natura dell’uomo e ancora di più sulla sua vocazione soprannaturale, e i diritti inalienabili da essa derivanti. Da ciò consegue anche che le prescrizioni delle leggi e gli ordini dei superiori non debbono ridurre i monaci ad una puerile sottomissione ma debbono portarli a matura e cristiana libertà e alla responsabile partecipazione al governo per il bene di tutta la comunità, considerando la loro personale capacità e lasciando largo margine alle prudenti iniziative dei singoli.

CAPITOLO 28: Prescrizioni per gli
incorreggibili

Textfeld: 6 mag 8 agos 10 nov 1 feb  S

e un monaco, già ripreso più volte per una qualsiasi colpa, non si correggerà neppure dopo la scomunica, si ricorra a una punizione ancor più severa e cioè al castigo corporale. Ma se neppure così si emenderà o –non sia mai!– montato in superbia pretenderà persino di difendere il suo operato, l'abate si regoli come un medico provetto, ossia, dopo aver usato i linimenti e gli unguenti delle esortazioni, i medicamenti delle Scritture divine e, infine, la cauterizzazione della scomunica e le piaghe delle verghe, vedendo che la sua opera non serve a nulla, si affidi al rimedio più efficace e cioè alla preghiera sua e di tutta la comunità per ottenere dal Signore che tutto può la salvezza del fratello. Se, però, nemmeno questo tentativo servirà a guarirlo, l'abate, metta mano al ferro del chirurgo, secondo quanto dice l'apostolo: “Togliete di mezzo a voi quel malvagio” e ancora: “Se l'infedele vuole andarsene, vada pure”, perché una pecora infetta non debba contagiare tutto il gregge.

Dichiarazione Art. 85

Art. 85. Dal principio della dignità della persona umana non consegue tuttavia che noi possiamo indulgere al vizio dell’individualismo. Difatti è correlativo a tale principio il principio di solidarietà. La persona umana ha bisogno per sua natura della vita sociale e, cosa più importante, la sua vocazione soprannaturale è essenzialmente comunitaria. Infatti piacque a Dio di santificare e salvare gli uomini non singolarmente, quasi escludendo ogni rapporto reciproco, ma costituendoli in popolo, affinché uniti col vincolo dello Spirito fossero consociati nel Corpo di Cristo. È tale natura comunitaria della salvezza e della vita cristiana che la vita cenobitica deve esprimere e manifestare in modo speciale al mondo. L’adeguata legislazione e il regime monastico, ricoprono un ruolo molto rilevante nel costituire e nell’assicurare questa solidale unione di vita se, al di sopra d’ogni altra cosa, promuovono il consenso di tutti intorno ai fini ed ai valori, se coordinano efficacemente le forze al conseguimento dei fini comuni e se si adoperano a creare adeguate e stimolanti forme di vita familiare. Nello spirito di solidarietà, ciascun confratello accetti volentieri e con sollecitudine, anche se a volte sono ingrati, gli uffici a lui assegnati in servizio dei confratelli e del bene comune.

CAPITOLO 29: La nuova accettazione di fratelli usciti

Textfeld: 7 mag 9 agos 11 nov 2 feb  I

l monaco, che, dopo aver lasciato per propria colpa il monastero, volesse ritornarvi, prometta anzitutto di correggersi definitivamente dalla colpa per la quale è uscito e a questa condizione sia ricevuto all'ultimo posto per provare la sua umiltà. Se poi uscisse di nuovo sia riammesso fino alla terza volta, ma sappia che in seguito gli sarà negata ogni possibilità di ritorno.

Dichiarazione Art. 86

Art. 86. Il principio di sussidiarietà regola i rapporti tra i singoli e la comunità, come anche tra le comunità più piccole e le più grandi. Infatti esso afferma che l’autorità superiore della comunità più ampia deve lasciar fare alle autorità inferiori ciò che esse possono compiere bene, anzi molto spesso meglio; qualora però gli inferiori non fossero autosufficienti o trascurassero il loro dovere, l’autorità più alta deve offrire aiuto e collaborazione. In questo modo è salva la vitalità e la responsabilità degli inferiori, mentre l’autorità superiore può adempiere più speditamente, quando è necessario, il compito che le è proprio, di coordinamento e di decisione dall’alto. Nel nostro caso ciò vale tanto per le singole comunità locali, quanto per le congregazioni e per l’Ordine. Nel monastero infatti spetta al superiore promuovere e indirizzare al bene comune le prudenti iniziative e le responsabilità personali dei confratelli e dei singoli ufficiali. A loro volta le autorità delle congregazioni e dell’Ordine compiono ottimamente il loro dovere se, rispettando la legittima libertà e le funzioni proprie dei monasteri e delle congregazioni, porgono ad essi l’aiuto pratico per raggiungere i loro fini con maggior facilità e sicurezza, e se contribuiscono alla elaborazione e alla realizzazione di iniziative e di progetti a largo respiro che sono utili a tutti ma superano le forze dei singoli.

CAPITOLO 30: La correzione dei più giovani

Textfeld: 8 mag 10 agos
12 nov 3 feb
  O

gni età e intelligenza dev'essere trattata in modo adeguato. Perciò i bambini e gli adolescenti e quelli che non sono in grado di comprendere la gravità della scomunica, quando commettono qualche colpa siano puniti con gravi digiuni o repressi con castighi corporali, perché si correggano.

Dichiarazione Art. 87

Art. 87. Il principio del legittimo pluralismo nell’ambito della necessaria unità, è chiara conseguenza di quanto abbiamo detto innanzi. Il pluralismo legittimo, cioè la diversità dei membri riuniti in un organismo, va riconosciuto e non è lecito di sopprimere in nome dell’unità la varietà delle capacità e dei talenti. Anche nei monasteri ci sono carismi differenti, ciascuno ha doni particolari e a ciascuno lo Spirito si manifesta per qualche utilità. La diversità delle membra è a vantaggio dell’intero organismo e i singoli possono essere fatti partecipi della pienezza dello Spirito soltanto attraverso lo scambio dei diversi doni. La stessa cosa vale per i monasteri e per le congregazioni, che differiscono non poco tra loro in rapporto all’evoluzione storica, al carattere di diversa estrazione dei confratelli, alle circostanze sociali e culturali, e agli incarichi ed impegni che hanno secondo le varie necessità delle chiese locali. Tuttavia le differenze non impediscono affatto che i membri formino una unità viva, anzi la varietà dei doni può dare a tutto l’Ordine maggior forza e vitalità se c’è il senso della comunione e la volontà di collaborazione. La possibilità di equilibrio tra pluralismo e unità, dipende molto da una adeguata legislazione e dal retto esercizio dell’autorità. Infatti la sicurezza di raggiungere i propri fini mediante leggi stabili, la distinta assegnazione delle competenze, la chiara esposizione dei fini e delle intenzioni comuni, la creazione di forme pratiche di mutuo aiuto, sono mezzi che con altri simili, stimoleranno tutti ad abbracciare e favorire più alacremente la causa dell’unione. Similmente giova molto che le autorità delle congregazioni e dell’Ordine non guardino con sospetto e diffidenza le caratteristiche e le attività proprie delle comunità, ma cerchino di coltivare e di volgere a vantaggio di tutti, ciò che in esse c’è di buono e di valido. A loro volta le singole comunità dell’Ordine prendano coscienza delle esigenze dell’unità e siano pronte a promuoverla collaborando sinceramente le con fiducia, con le altre comunità dell’Ordine e con gli organi dell’autorità superiore.

CAPITOLO 31: L’economo del monastero

Textfeld: 9 mag 11 agos 13 nov 4 feb  C

ome cellerario del monastero si scelga un fratello saggio, maturo, sobrio, che non ecceda nel mangiare e non abbia un carattere superbo, turbolento, facile alle male parole, indolente e prodigo, ma sia timorato di Dio e un vero padre per la comunità. Si prenda cura di tutto e di tutti. Non faccia nulla senza il permesso dell'abate ed esegua fedelmente gli ordini ricevuti. Non dia ai fratelli motivo di irritarsi e, se qualcuno di loro avanzasse pretese assurde, non lo mortifichi sprezzantemente, ma sappia respingere la richiesta inopportuna con ragionevolezza e umiltà. Custodisca l'anima sua, ricordandosi sempre di quella sentenza dell'apostolo che dice: “Chi avrà esercitato bene il proprio ministero, si acquisterà un grado onorevole”. Si interessi dei malati, dei ragazzi, degli ospiti e dei poveri con la massima diligenza, ben sapendo che nel giorno del giudizio dovrà rendere conto di tutte queste persone affidate alle sue cure. Tratti gli oggetti e i beni del monastero con la reverenza dovuta ai vasi sacri dell'altare e non tenga nulla in poco conto. Non si lasci prendere dall'avarizia né si abbandoni alla prodigalità, ma agisca sempre con criterio e secondo le direttive dell'abate. Soprattutto sia umile e se non può concedere quanto gli è stato richiesto, dia almeno una risposta caritatevole, perché sta scritto: “Una buona parola vale più del migliore dei doni”. Si interessi solo delle incombenze che gli ha affidato l'abate, senza ingerirsi in quelle da cui lo ha escluso. Distribuisca ai fratelli la porzione di vitto prestabilita senza alterigia o ritardi, per non dare motivo di scandalo, ricordandosi di quello che toccherà, secondo la divina promessa, a “chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli”. Se la comunità fosse numerosa, gli si concedano degli aiuti con la cui collaborazione possa svolgere serenamente il compito che gli è stato assegnato. Nelle ore fissate si distribuisca quanto si deve dare e si chieda quello che si deve chiedere, in modo che nella casa di Dio non ci sia alcun motivo di turbamento o di malcontento.

Dichiarazione Art. 100

Art. 100. L’abate, dopo averne riservato a sé il controllo e la suprema direzione, affida per quanto è possibile, ad esperti ufficiali e ad altri fratelli degni, gli incarichi economici ed amministrativi, e la quotidiana disposizione delle attività e degli affari –i piccoli permessi, la distribuzione del lavoro, la corrispondenza epistolare, l’accoglienza degli ospiti e le altre incombenze– affinché rimanga libero per adempiere i doveri della sua carica.

CAPITOLO 32: Gli attrezzi e gli oggetti del
monastero

Textfeld: 10 mag 12 agos 14 nov 5 feb  P

er la cura di tutto quello che il monastero possiede di arnesi, vesti o qualsiasi altro oggetto l'abate scelga dei monaci su cui possa contare a motivo della loro vita virtuosa e affidi loro i singoli oggetti nel modo che gli sembrerà più opportuno, perché li custodiscano e li raccolgano. Tenga l'inventario di tutto, in maniera che, quando i vari monaci si succedono negli incarichi loro assegnati, egli sappia che cosa dà e che cosa riceve. Se poi qualcuno trattasse con poca pulizia o negligenza le cose del monastero, venga debitamente rimproverato; nel caso che non si corregga, sia sottoposto alle punizioni previste dalla Regola.

Dichiarazione Art. 38

Art. 38. Come abbiamo esposto sopra l’Ordine nella sua esistenza concreta, rivela nel suo interno il pluralismo e una diversità abbastanza grande, diversità però concorde e non priva di unità. Questa unità consiste non solo nel fine comune ai membri dell’Ordine, ma anche nella comunanza dei mezzi che devono essere adottati per raggiungerlo che non devono casere considerati come clementi separati, ma è necessario che si integrino in una sintesi vitale. È evidente che con la nostra dichiarazione non vogliamo elaborare una specie di trattato sulla vita monastica che promettemmo di vivere nell’Ordine Cistercense. Perciò esporremo solamente alcuni punti che oggi possono e devono dare ispirazione e direttiva ai nostri atti e alle nostre istituzioni.

CAPITOLO 33: I monaci e la proprietà

Textfeld: 11 mag 13 agos 15 nov 6 feb  N

el monastero questo vizio dev'essere assolutamente stroncato fin dalle radici, sicché nessuna si azzardi a dare o ricevere qualche cosa senza il permesso dell'abate, né pensi di avere nulla di proprio, assolutamente nulla, né un libro, né un quaderno o un foglio di carta e neppure una matita, dal momento che ai monaci non è più concesso di disporre liberamente neanche del proprio corpo e della propria volontà, ma bisogna sperare tutto il necessario dal padre del monastero e non si può tenere presso di sé alcuna cosa che l'abate che l'abate non abbia dato o permesso. “Tutto sia comune a tutti”, come dice la Scrittura, e “nessuno dica o consideri propria qualsiasi cosa”. Se poi si scoprisse qualcuno che si compiace in questo pessimo vizio, bisognerà rimproverarlo una prima e una seconda volta e, nel caso che non si corregga, infliggergli il dovuto castigo.

Dichiarazione Art. 50-51

Art. 50. La povertà è da noi praticata, non come semplice privazione o come disprezzo dei beni materiali, ma per conseguire la libertà dei figli di Dio, affinché possiamo servirci di questo mondo, come chi non ne è padrone, consapevoli che la sua bellezza è passeggera Perciò desideriamo essere poveri con Cristo povero, rinunziando al possesso ed all’acquisto delle ricchezze. In tal modo siamo anche veri discepoli della scuola della chiesa primitiva, dove nessuno affermava di possedere qualche cosa, ma avevano tutto in comune. Restiamo liberi dalle preoccupazioni materiali, perché il nostro cuore possa essere là dove è il nostro tesoro: in Cristo con Cristo e con la Chiesa.

Art. 51. Tuttavia mentre siamo in vita, e necessario servirci delle cose di questo mondo. Però lo spirito di povertà derivante dal voto deve ordinare l’uso dei beni all’utilità nostra e del prossimo. Osservando il debito rispetto verso le creature disponiamo dunque ogni cosa affinché la nostra rinunzia offra soccorso ai poveri. Per questo motivo impieghiamo i profitti per l’utilità del prossimo e della Chiesa. Per la stessa ragione è assai conveniente che ci dedichiamo a quei lavori con cui ci sia possibile provvedere a ciò che è necessario per noi ed essere utili agli altri e a conservare la natura sana e intatta.

CAPITOLO 34: L’uguaglianza e la diversità

Textfeld: 12 mag 14 agos 16 nov 7 feb  S

i distribuiva a ciascuno proporzionatamente al bisogno, si legge nella Scrittura. Con questo non intendiamo che si debbano fare preferenze –Dio ce ne liberi!– ma che si tenga conto delle eventuali debolezze; quindi chi ha meno necessità, ringrazi Dio senza amareggiarsi, mentre chi ha maggiori bisogni, si umili per la propria debolezza, invece di montarsi la testa per le attenzioni di cui è fatto oggetto e così tutti i membri della comunità staranno in pace. Soprattutto bisogna evitare che per qualsiasi motivo faccia la sua comparsa il male della mormorazione, sia pure attraverso una parola o un gesto. E, nel caso che se ne trovi colpevole qualcuno, sia punito con maggior rigore.

Dichiarazione Art. 15-17

Art. 15. Anzitutto il nostro Ordine è una ben determinata realtà sociale. Infatti è costituito da più congregazioni, da monasteri e infine, da individui singoli, stretti tra loro da molteplici relazioni. Ognuno di noi deve formarsi una idea chiara di questa realtà concreta, non soltanto della sua consistenza numerica, ma anzitutto deve tendere all’esatta conoscenza dei doveri, delle aspirazioni dei membri, della loro vocazione e delle circostanze concrete nelle quali essa è vissuta. Oggi esistono monasteri cistercensi in Europa, in Asia, in Africa, nell’America del Nord e nell’America del Sud, in condizioni economiche e culturali assai diverse. Alcuni di essi si trovano in terra di missione, ma la maggior parte è situata in territori che fino ai nostri giorni erano imbevuti di tradizione cristiana e per lo più lo sono ancora. Alcuni nostri monaci fanno parte di una delle chiese orientali –i monaci etiopi– ma anche gli altri differiscono moltissimo per la lingua, per la mentalità e per la cultura caratteristica di ciascuna regione. Poiché quindi il nostro Ordine con tale diversità geografica, culturale, sociale ed ecclesiale, determina uno stato idi cose assai complesso. In molti punti quasi ogni comunità ha i suoi problemi e le sue aspirazioni, derivanti dalle sue particolari condizioni. L’Ordine Cistercense mantiene relazioni di amicizia con le Comunità degli Amici dei nostri attuali monasteri, con quelle dei monasteri soppressi e con le Comunità Cistercensi della Confessione Augustana.

Art. 16. Una grande varietà si manifesta anche riguardo al genere di vita a cui i singoli monasteri si sentono chiamati. Alcuni monasteri intendono coltivare la vita cosiddetta contemplativa, mentre in altri si attende anche a varie attività di apostolato, quali la cura pastorale nelle parrocchie, l’educazione dei giovani nelle scuole, le altre opere di ministero sacerdotale, il lavoro scientifico e culturale, e cose simili. Nei nostri monasteri maschili la stragrande maggioranza dei componenti non solo è insignita del sacerdozio ma considera l’esercizio del ministero sacerdotale come elemento integrante della sua vocazione. L’equilibrio tra la preghiera e il lavoro, la frequenza e il genere dei contatti col mondo extramonasteriale, l’importanza dell’attività esercitata al di fuori delle mura claustrali, la natura e gli aspetti della vita comune, sono concepiti tanto diversamente che appare prima la varietà, mentre l’uniformità si può scoprire più nelle aspirazioni e nei valori comuni della vita monastica, che nell’uniforme ordinamento di vita.

Art. 17. Tuttavia la diversità esistente nell’Ordine anche in alcuni punti fondamentali, non è tanta dia rendere impossibile o in certo qual modo superfluo il comune lavoro di aggiornamento. Senza dubbio in molte questioni, come abbiamo già detto, i singoli monasteri le congregazioni devono prendere le loro decisioni concrete. Ma siccome possediamo molti valori derivanti dalla tradizione comune, e ovunque cerchiamo di risolvere pressappoco gli stessi problemi nei quali è impegnata la Madre Chiesa contemporanea e in verità anche lo stesso mondo attuale che tende celermente all’unità, la ricerca di soluzioni comuni in molti settori della vita, non e soltanto utile e possibile, ma sembra addirittura necessaria. Infatti la necessità comune richiede, soluzioni comuni:

a.                   circa le questioni sui mezzi fondamentali della vita religiosa, come i voti emessi secondo i consigli evangelici, la vita comunitaria, il lavoro e l’apostolato, la vita liturgica, ecc.

b.                   circa i valori fondamentali della vita monastica, basati sulla spiritualità tradizionale dell’Ordine e nella vita spirituale della Chiesa odierna.

c.                   circa i problemi generali della struttura giuridica dei monasteri, delle congregazioni e dell’Ordine; circa la questione dei compiti dei superiori, della partecipazione responsabile di tutti i religiosi negli affari del monastero.

d.                   circa le forme, di collaborazione e di aiuto reciproco tra le comunità, vale a dire in ciò che riguarda le decisioni e i progetti comuni.

Quanto viene stabilito in base a questa visione generale esige ulteriore riflessione per ciò che spetta alle congregazioni e ai monasteri.

CAPITOLO 35: I turni settimanali in cucina

Textfeld: 13 mag 15 agos 17 nov 8 feb  I

 fratelli si servano a vicenda e nessuno sia dispensato dal servizio della cucina, se non per malattia o per un impegno di maggiore importanza, perché così si acquista un merito più grande e si accresce la carità. Ma i più deboli siano provveduti di un aiuto, in modo da non dover compiere questo servizio di malumore; anzi, è bene che, in generale, tutti abbiano degli aiuti in corrispondenza alla grandezza della comunità e alle condizioni locali. In una comunità numerosa il cellerario sia dispensato dal servizio della cucina, come anche i fratelli che, secondo quanto abbiamo già detto, sono occupati in compiti di maggiore utilità, ma tutti gli altri si servano a vicenda con carità. Al sabato il monaco che termina il suo turno settimanale, faccia le pulizie. Si lavino gli asciugatoi usati dai fratelli per le mani e i piedi. Tanto il monaco che finisce il servizio, quanto quello che lo comincia, lavino i piedi a tutti. Il primo consegni puliti e intatti al cellerario tutti gli utensili di cui si è servito nel proprio turno. A sua volta il cellerario li affidi al fratello che entra in servizio, in modo da sapere quello che dà e quello che riceve. Un'ora prima del pranzo, ciascuno dei monaci di turno in cucina riceva, oltre la quantità di cibo stabilita per tutti, un po' di pane e di vino, per poter poi all'ora del pranzo servire i propri fratelli senza lamentele né grave disagio; ma nei giorni festivi aspettino fino al termine della celebrazione eucaristica. Alla domenica, subito dopo le Lodi, quelli che iniziano e quelli che terminano il servizio della cucina si inginocchino in coro davanti a tutti, chiedendo che preghino per loro. Chi ha finito il proprio turno reciti il versetto: “Sii benedetto, Signore Dio, che mi hai aiutato e mi hai consolato”. E quando lo avrà ripetuto tre volte e avrà ricevuto la benedizione, continui il fratello che gli succede nel servizio, dicendo: “O Dio, vieni in mio soccorso; Signore, affrettati ad aiutarmi”; anche questo versetto sarà ripetuto tre volte da tutti, dopo di che il fratello riceverà la benedizione e inizierà il suo turno.

Dichiarazione Art. 108-109

Art. 108. Nella Regola san Benedetto parla soltanto dell’ordinamento interno del monastero, senza prevederne l’unione con altri. Tuttavia nel corso dei secoli, i monasteri si unirono tra loro in vari modi allo scopo di garantire meglio lo svolgimento della vita monastica nei monasteri; in alcune di dette unioni fu ovviato ai pericoli dell’isolamento mediante l’organizzazione in congregazione, ma si mantenne la legittima autonomia dei monasteri; in altre invece, si adottò una struttura centralizzata in cui i singoli monasteri dipendevano da una sola abbazia, come avvenne presso i Cluniacensi e nelle fondazioni fatte da Molesme.

Art. 109. I fondatori di Cistercio, attenendosi ai principi della Carta della Carità, cercarono sia di assicurare la legittima autonomia dei monasteri, sia di stabilire tra essi l’indispensabile unione e la reciproca assistenza per mezzo dei capitoli generali e delle visite annuali. Poiché tuttavia, l’Ordine si era grandemente diffuso e non poche condizioni di vita erano cambiate nel corso dei secoli, sorsero le congregazioni, come abbiamo già esposto brevemente. Pertanto l’Ordine Cistercense è costituito attualmente dalle seguenti congregazioni monastiche a norma del diritto, come questo Capitolo Generale ha esplicitamente definito:

1)         Congregazione della Osservanza Regolare di San Bernardo o di Castiglia;

2)         Congregazione di S. Bernardo in Italia;

3)         Congregazione della Corona di Aragona in Spagna;

4)         Congregazione Augiense; 

5)         Congregazione di Maria Mediatrice di Tutte le Grazie;

6)         Congregazione Austriaca;

7)         Congregazione della Immacolata Concezione;

8)         Congregazione di Zirc;

9)         Congregazione del Purissimo Cuore di Maria;

10)     Congregazione di Casamari;

11)     Congregazione della B.M.V. Regina della Terra o Polacca;

12)     Congregazione Brasiliana;

13)     Congregazione della Sacra Famiglia.

Inoltre fanno parte dell’Ordine anche alcuni monasteri maschili e femminili che non sono incorporati in nessuna congregazione.

Le Federazioni dei Monasteri delle monache che sono di diritto pontificio,  anno grandi meriti e è conveniente che loro lavoro per il bene dei monasteri e dell’Ordine continui.

CAPITOLO 36: I fratelli ammalati

Textfeld: 14 mag 16 agos 18 nov 9 feb  L

'assistenza agli infermi deve avere la precedenza e la superiorità su tutto, in modo che essi siano serviti veramente come Cristo in persona, il quale ha detto di sé: “Sono stato malato e mi avete visitato”, e: “Quello che avete fatto a uno di questi piccoli, lo avete fatto a me”. I malati però riflettano, a loro volta, che sono serviti per amore di Dio e non opprimano con eccessive pretese i fratelli che li assistono, ma comunque bisogna sopportarli con grande pazienza, poiché per mezzo loro si acquista un merito più grande. Quindi l'abate vigili con la massima attenzione perché non siano trascurati sotto alcun riguardo. Per i monaci ammalati ci sia un locale apposito e un infermiere timorato di Dio, diligente e premuroso. Si conceda loro l'uso dei bagni, tutte le volte che ciò si renderà necessario a scopo terapeutico; ai sani, invece, e specialmente ai più giovani venga consentito più raramente. I malati più deboli avranno anche il permesso di mangiare carne per potersi rimettere in forze; però, appena ristabiliti, si astengano tutti dalla carne come al solito. Ma la più grande preoccupazione dell'abate deve essere che gli infermi non siano trascurati dal cellerario e dai fratelli che li assistono, perché tutte le negligenze commesse dai suoi discepoli ricadono su di lui.

Dichiarazione Art. 56

Art. 56. II monaco seguendo la vocazione, considera la riunione dei confratelli nel monastero come famiglia di Dio, famiglia che è anche sua. Egli sa infatti che Cristo, il quale si trova sempre dove due o tre persone si riuniscono nel nome suo, è presente in modo speciale nel monastero. Perciò vogliamo ordinare la nostra vita in modo da mettere in pratica l’esempio della chiesa primitiva, esempio che esige unità di cuori e di animi non solo nella preghiera nella dottrina degli Apostoli, nella comunione della frazione del pane e nel comune possesso dei beni, ma anche nella comunanza dei fini, degli impegni, delle responsabilità e delle azioni. Come l’Apostolo volle godere con coloro che godevano e piangere con coloro che piangevano, così è necessario che il successo e l’insuccesso, la tristezza e il gaudio, le difficoltà e i vantaggi dei singoli si riflettano su tutti gli altri. Ma prima di ogni cosa l’attenzione dei confratelli deve essere rivolta a ciò che riguarda la vita spirituale del monastero e tutti devono sentirsi responsabili della salvezza eterna e dell’attuazione della vocazione di ciascuno. In questo modo la stessa vita comune esercita, in senso largo, il ruolo di direzione spirituale, in quanto rende forti i deboli, rianima i timidi, eccita lo zelo nei tiepidi e ogni giorno ricorda a tutti i valori del proprio servizio.

CAPITOLO 37: I vecchi e i fanciulli

Textfeld: 15 mag 17 agos 19 nov 10 feb  B

enché la stessa natura umana sia portata alla compassione per queste due età, dei vecchi, cioè, e dei ragazzi, bisogna che se ne interessi anche l'autorità della Regola. Si tenga sempre conto della loro fragilità e, per quanto riguarda i cibi, non siano affatto obbligati all'austerità della Regola, ma, con amorevole indulgenza, si conceda loro un anticipo sulle ore fissate per i pasti.

Dichiarazione Art. 32

Art. 32. Oggi più che mai siamo consapevoli della dignità e della libertà della persona umana. Sappiamo che Dio ci attrae a sé non con la forza, ma attraverso la nostra personale adesione. Giustamente l’uomo del nostro tempo respinge le imposizioni che opprimono la personalità, perché nessuno porta a termine un’opera gradita a Dio se è costretto dalla forza o dal timore. La scienza psicologica ha inoltre abbondantemente dimostrato quanta importanza abbia per la vita lo sviluppo della personalità che deve essere tenuta in grande considerazione anche nel nostro ambiente.

CAPITOLO 38: Il lettore di settimana

Textfeld: 16 mag 18 agos 20 nov 11 feb  A

lla mensa dei monaci non deve mai mancare la lettura, né è permesso di leggere a chiunque abbia preso a caso un libro qualsiasi, ma bisogna che ci sia un monaco incaricato della lettura, che inizi il suo compito alla domenica. Dopo la Messa e la comunione, il lettore che entra in funzione si raccomandi nel coro alle preghiere dei fratelli, perché Dio lo tenga lontano da ogni tentazione di vanità; e tutti ripetano per tre volte il versetto: “Signore apri le mie labbra e la mia bocca annunzierà la tua lode”, che è stato intonato dal lettore stesso, il quale, dopo aver ricevuta così la benedizione, potrà iniziare il proprio turno. Nel refettorio regni un profondo silenzio, in modo che non si senta alcun bisbiglio o voce, all'infuori di quella del lettore. I fratelli si porgano a vicenda il necessario per mangiare e per bere, senza che ci sia bisogno di chiedere nulla. Se poi proprio occorresse qualche cosa, invece che con la voce, si chieda con un leggero rumore che serva da richiamo. E nessuno si permetta di fare delle domande sulla lettura o su qualsiasi altro argomento, per non offrire occasione di parlare, a meno che il superiore non ritenga opportuno di dire poche parole di edificazione. Prima di iniziare la lettura, il monaco di turno prenda un po' di vino aromatico, sia per rispetto alla santa Comunione, sia per evitare che il digiuno gli pesi troppo, e poi mangi con i fratelli che prestano servizio in cucina e in refettorio. Però i monaci non devono leggere e cantare tutti secondo l'ordine di anzianità, ma questo incarico va affidato solo a coloro che sono in grado di edificare i propri ascoltatori.

Dichiarazione Art. 110-112

Art. 110. Il principio di sussidiarietà e quello del legittimo pluralismo hanno grande importanza nella struttura delle congregazioni. Infatti deve essere lasciato all’iniziativa dei singoli monasteri ciò che essi, da parte loro, possono realizzare con efficace competenza, e con una più accurata conoscenza delle situazioni locali. Gli organi centrali della congregazione a loro volta, hanno il compito di andare incontro alle iniziative delle singole comunità con i consigli e gli aiuti fraterni, di coordinare il loro apporto ai programmi comuni e di eliminare gli abusi che potrebbero nascere; nonché di rappresentarle presso le autorità ecclesiastiche e civili. Secondo poi il principio del pluralismo si deve far sì che, senza porre in pericolo l’unità della congregazione, siano riconosciute le caratteristiche specifiche con i compiti particolari dei monasteri e che la varietà dei doni venga coordinata ai fini comuni.

Art. 111. Tra i monasteri, nonostante il principio del pluralismo, c’è per lo più non soltanto il legame di una organizzazione giuridica, ma anche un ideale comune. Codesto ideale e i mezzi adatti più importanti per realizzarlo siano esposti nelle costituzioni di ciascuna congregazione, redatte dal capitolo della congregazione, previa consultazione delle singole comunità, e approvate dalla Santa Sede.

Art. 112. Il fine principale dell’unione tra i nostri monasteri sotto il capitolo della rispettiva congregazione e sotto l’abate preside, è di far fiorire più rigogliosamente in essi la vita cistercense; di conservare l’osservanza regolare, con maggior garanzia di stabilità e sicurezza, e di potersi scambiare con più sollecitudine, nelle circostanze difficile, gli aiuti che la carità suggerisce. Rientra ugualmente nei fini primari della suddetta unione che le risorse delle singole comunità siano, se necessario riunite insieme per realizzare in collaborazione anche progetti più vasti, che sia rigettato più efficacemente tutto ciò che nuoce alla vitalità dei monasteri, e che venga adempiuto più facilmente e sia meglio tutelato il servizio richiesto dalla Chiesa e dalla società contemporanea ai monasteri.

Oltre a questi fini comuni a tutte, le congregazioni possono avere qualche fine speciale. In tal caso spetta alle costituzioni particolari enunciare chiaramente quel fine.

CAPITOLO 39: La misura del cibo

Textfeld: 17 mag 19 agos 21 nov 12 feb  V

olendo tenere il debito conto delle necessità individuali, riteniamo che per il pranzo quotidiano fissato –a seconda delle stagioni– dopo Sesta o dopo Nona, siano sufficienti due pietanze cotte, in modo che chi eventualmente non fosse in condizioni di prenderne una, possa servirsi dell'altra. Dunque a tutti i fratelli devono bastare due pietanze cotte e se ci sarà la possibilità di procurarsi della frutta o dei legumi freschi, se ne aggiunga una terza. Quanto al pane penso che basti un chilo abbondante al giorno, sia quando c'è un solo pasto, che quando c'è pranzo e cena. In quest'ultimo caso il cellerario ne metta da parte un terzo per distribuirlo a cena. Nel caso che il lavoro quotidiano sia stato più gravoso del solito, se l'abate lo riterrà opportuno, avrà piena facoltà di aggiungere un piccolo supplemento, purché si eviti assolutamente ogni abuso e il monaco si guardi dall'ingordigia. Perché nulla è tanto sconveniente per un cristiano, quanto gli eccessi della tavola, come dice lo stesso nostro Signore: “State attenti che il vostro cuore non sia appesantito dal troppo cibo”. Quanto poi ai ragazzi più piccoli, non si serva loro la medesima porzione, ma una quantità minore, salvaguardando in tutto la sobrietà. Tutti infine si astengano assolutamente dalla carne di quadrupedi, a eccezione dei malati molto deboli.

Dichiarazione Art. 113-114 e 118

Art. 113. Fermi restando i principi su esposti, il capitolo della congregazione è l’autorità suprema nell’ambito della congregazione stessa. Ad esso oltre ai superiori maggiori prendono parte con diritto di voto deliberativo anche i delegati eletti a questo incarico da tutti i religiosi della congregazione a norma delle proprie costituzioni.

Art. 114. Compito primario del capitolo della congregazione, è di essere un foro legislativo e di deliberazione fraterna, affinché:

a.                   elabori costituzioni adatte ai nostri tempi, con la chiara definizione dei fini, degli ideali e dei compiti comuni a tutti gli appartenenti alla congregazione;

b.                   rediga e pubblichi le consuetudini, le dichiarazioni e le altre istruzioni con le quali sono applicati i principi delle costituzioni alle circostanze di tempo e di luogo;

c.                   ricerchi nuove possibilità di vita e di lavoro, e comunichi a tutti i risultati delle esperienze dei singoli monasteri e li coordini;

d.                   elabori progetti e piani da realizzare con la collaborazione di tutti. e ricerchi nello sforzo comune la soluzione delle difficoltà;

e.                   promuova l’uso più appropriato e razionale delle risorse materiali e individuali.

Per provvedere nel modo migliore al bene comune, il capitolo della congregazione sia convocato spesso e qualora l’utilità lo richiedesse, siano tenuti più spesso dai membri del capitolo anche convegni d’altro genere.

Art. 118. Le congregazioni hanno nel nostro Ordine importanza vitale. Infatti mentre da un lato i singoli monasteri sono troppo piccoli e deboli per poter vivere e lavorare in piena e assoluta indipendenza ed autosufficienza dall’altro, l’Ordine raggruppa tanto varie e differenti osservanze, forme di vita e compiti, che molto spesso non può essere governato con leggi e metodi uniformi. Pertanto la Congregazione è e deve essere viva per presentare una concreta unità di azione che riunisca le forze di ,più case aventi gli stessi ideali e le medesime attività. Da quanto abbiamo detto risulta evidente la necessità e l’utilità delle congregazioni nella struttura dell’Ordine Cistercense.

CAPITOLO 40: La misura del bere

Textfeld: 18 mag 20 agos 22 nov 13 feb  C

iascuno ha da Dio il proprio dono, chi in un modo, chi in un altro ed è questo il motivo per cui fissiamo la quantità del vitto altrui con una certa perplessità. Tuttavia, tenendo conto della cagionevole costituzione dei più gracili, crediamo che a tutti possa bastare un quarto di vino a testa. Quanto ai fratelli che hanno ricevuto da Dio la forza di astenersene completamente, sappiano che ne riceveranno una particolare ricompensa. Se però le esigenze locali o il lavoro o la calura estiva richiedessero una maggiore quantità, sia in facoltà del superiore concederla, badando sempre a evitare la sazietà e ancor più l'ubriachezza. Per quanto si legga che il vino non è fatto per i monaci, siccome oggi non è facile convincerli di questo, mettiamoci almeno d'accordo sulla necessità di non bere fino alla sazietà, ma più moderatamente, perché “il vino fa apostatare i saggi”. I monaci poi che risiedono in località nelle quali è impossibile procurarsi la suddetta misura, ma se ne trova solo una quantità molto minore o addirittura nulla, benedicano Dio e non mormorino: è questo soprattutto che mi preme di raccomandare, che si guardino dalla mormorazione.

Dichiarazione Art. 119-120

Art. 119. Le nostre congregazioni si uniscono nell’Ordine, sia in forza di un fine e di un ideale comuni, sia mediante comuni strutture e organi giuridici. Il fine primario di questa unione è il reciproco incoraggiamento e il vicendevole aiuto pratico a coltivare e perfezionare la vita monastica. Le congregazioni cistercensi, per la diversa evoluzione storica e per la varietà delle condizioni culturali e sociali, presentano differenze non trascurabili tanto nelle forme e nelle tradizioni monastiche, quanto nella realizzazione delle diverse attività. Tali differenze tuttavia, non annullano l’unita superiore dell’Ordine, ché anzi sono indirizzate allo sviluppo e al rigoglio della sua vita se i doni multiformi della grazia vengono amministrati e scambiati reciprocamente. Perciò è di grande importanza che in rapporto a noi questo pluralismo sia inteso nel suo positivo significato spirituale e sociale e che energie, pur diverse, ma completantisi a vicenda, siano unite insieme per una cooperazione pratica ed efficace.

Art. 120. I1 capitolo generale dell’Ordine è l’organo centrale legislativo, giudiziale e di deliberazione fraterna, nel rispetto della legittima autonomia dovuta alle congregazioni e ai monasteri secondo il diritto comune e quello particolare. Compito del capitolo generale è di promuovere lo sforzo per realizzare l’ideale comune dell’Ordine, e precisamente:

a.                   di dichiarare ed esporre i valori fondamentali che costituiscono la nostra comune vocazione cristiana, religiosa, monastica, cistercense, anche se questi valori non possono essere concretamente realizzati da tutti nello stesso modo;

b.                   di promuovere efficacemente i rapporti tra le congregazioni, l’aiuto vicendevole e la cooperazione nei compiti comuni.

CAPITOLO 41: L’orario dei pasti

Textfeld: 19 mag 21 agos 23 nov
14 feb
  D

alla santa Pasqua fino a Pentecoste i fratelli pranzino all'ora di Sesta, cioè a mezzogiorno, e cenino la sera. Invece da Pentecoste in poi, per tutta l'estate, se non sono impegnati nei lavori agricoli o sfibrati dalla calura estiva, al mercoledì e al venerdì digiunino sino all'ora di Nona, cioè fin dopo le 14 e negli altri giorni pranzino all'ora di Sesta. Ma nel caso che abbiano da lavorare nei campi o che il caldo sia eccessivo, potranno pranzare tutti i giorni alle 12, secondo quanto stabilirà paternamente l'abate. Così questi regoli e disponga tutto in modo che le anime si salvino e i monaci possano compiere il proprio dovere senza un motivo fondato di mormorazione. Dal 14 settembre fino all'inizio della Quaresima pranzino sempre all'ora di Nona. Durante la Quaresima, poi, fino a Pasqua pranzino all'ora di Vespro: questo Ufficio però dev'essere celebrato a un'ora tale da non aver bisogno di accendere il lume durante il pranzo e poter terminare mentre è ancora giorno. Anzi, in ogni stagione, sia l'ora del pranzo che quella della cena devono essere fissate in maniera che tutto si possa fare con la luce del sole.

Dichiarazione Art. 121-122

Art. 121. La funzione strettamente legislativa del capitolo generale, pur avendo grande importanza, tuttavia non costituisce oggi la sua prerogativa dominante. Infatti la regolamentazione attraverso le leggi strettamente dette, e molto spesso impossibile o inutile a causa della diversità della vita e degli impegni delle nostre comunità; come anche per l’incalzante evoluzione della vita moderna. Il capitolo generale dunque, formulerà raramente leggi obbliganti per tutto l’Ordine, e qualora lo facesse, si limiterà in linea di massima, soltanto a determinare norme generali che però potranno essere adattate a particolari necessità delle varie regioni o delle congregazioni. Mentre quindi la funzione legislativa del capitolo generale sarà parzialmente ridotta in futuro, avranno importanza molto maggiore le altre sue attribuzioni, come l’interpretazione dei fini e dei valori della nostra vita e la fraterna determinazione degli aiuti da scambiarsi nelle difficoltà comuni.

Art. 122. Nei primi secoli dell’Ordine, i capitoli generali si celebravano ogni anno secondo le prescrizioni della Carta della Carità e dei romani pontefici. Oggi essi si tengono ad una distanza di tempo maggiore: ogni cinque anni, e ciò sia per la frequenza dei capitoli delle congregazioni, come anche a causa delle spese di viaggio, che sono troppo alte per non pochi capitolari. Più frequenti tuttavia saranno le sessioni del sinodo dell’Ordine. Il sinodo dell’Ordine è un collegio che viene convocato per discutere, confrontando i diversi pareri, problemi riguardanti tutto l’Ordine che saranno poi sottoposti alla decisione del capitolo generale. In caso di affari urgenti, il sinodo giudichi preventivamente il da farsi, ma i suoi atti avranno valore soltanto fino a che non deciderà il capitolo generale seguente, a norma delle costituzioni dell’Ordine. È inoltre dovere del sinodo sollecitare l’esecuzione delle disposizioni della Santa Sede e del capitolo generale in quanto è necessario raccogliere informazioni sicure sulla situazione dell’Ordine per provvedere al suo maggior bene. Infine il sinodo ascolterà la relazione dell’abate generale sullo stato dell’Ordine e le relazioni degli abati presidi sullo stato delle rispettive congregazioni.

CAPITOLO 42: Il silenzio notturno

Textfeld: 20 mag 22 agos 24 nov 15 feb  I

 monaci devono custodire sempre il silenzio con amore, ma soprattutto durante la notte. Perciò in ogni periodo dell'anno, sia di digiuno oppure no, si procederà nel modo seguente: se non si digiuna, appena alzati da cena, i monaci si riuniscano tutti insieme e uno di loro legga le Conferenze o le Vite dei Padri o qualche altra opera di edificazione, ma non i primi sette libri della Bibbia e neppure quelli dei Re, perché ai temperamenti impressionabili non fa bene ascoltare a quell'ora i suddetti testi scritturistici, che però si dovranno leggere in altri momenti; se invece fosse giorno di digiuno, dopo la celebrazione dei Vespri e un breve intervallo, vadano direttamente alla lettura di cui abbiamo parlato e leggano quattro o cinque pagine o quanto è consentito dal tempo a disposizione, perché durante questo intervallo della lettura possano radunarsi tutti, compresi quelli che fossero eventualmente stati occupati in qualche incombenza. Quando saranno tutti riuniti, dicano insieme Compieta, all'uscita dalla quale non sia più permesso ad alcuno di pronunciare una parola. Chiunque sia colto a trasgredire questa regola del silenzio venga severamente punito, eccetto il caso in cui sopraggiungano degli ospiti o l'abate abbia dato un ordine a un monaco; ma anche in questa eventualità bisogna procedere con la massima gravità e il debito riserbo.

Dichiarazione Art. 124-125

Art. 124. È evidente che l’Ordine Cistercense ha molte cose in comune con altre istituzioni ecclesiastiche, e anzitutto ne ha con gli altri ordini monastici. Perciò è utilissimo collaborare con essi in tutti; i campi di interesse comune, quali lo studio del patrimonio monastico e cistercense, le questioni liturgiche, le materie giuridiche, la formazione e l’istruzione dei giovani e dei novizi, e le forme idonee di vita comunitaria, di orario giornaliero e di governo pratico. Inoltre, siamo assidui nella preghiera vicendevole, offriamoci volentieri l’aiuto della carità, facciamo parte agli altri –nel modo migliore possibile– delle realizzazioni dell’Ordine, delle congregazioni e delle comunità.

Art. 125. I romani pontefici grazie al loro primato su tutta la Chiesa, hanno esentato, sebbene non dovunque allo stesso modo dalla giurisdizione dell’Ordinario del luogo l’Ordine Cistercense, le sue congregazioni e i monasteri maschili e femminili con i loro membri, affinché si possa meglio provvedere alla attuazione della vita monastica, secondo l’indole propria dell’Ordine. L’esenzione tuttavia, non impedisce che i monasteri siano in alcune cose sottoposti, a norma del diritto comune e particolare, alla giurisdizione dei vescovi, e che i monasteri instaurino una intima collaborazione, conforme alla loro vocazione con la chiesa locale. Vogliamo sempre essere ossequienti e riverenti verso il Romano Pontefice e i vescovi quali successori degli apostoli e desideriamo essere loro di aiuto in tutto ciò che possiamo e dobbiamo tenuto conto della nostra vocazione. È molto importante che nel campo dell’apostolato vi sia una collaborazione ordinata con la gerarchia e con tutto il clero diocesano e regolare, la quale sarà utilmente stabilita e promossa nei sinodi diocesani e in altri convegni. In tal modo riusciamo a promuovere quella comunione ecclesiale che dobbiamo tenere tanto a cuore e che ha la sua massima espressione nella celebrazione eucaristica, in cui preghiamo ogni giorno per la sacra gerarchia e per tutto il popolo di Dio.

CAPITOLO 43: Disciplina per i ritardatari

Textfeld: 21 mag 23 agos 25 nov 16 feb  A

ll'ora dell'Ufficio divino, appena si sente il segnale, lasciato tutto quello che si ha tra le mani, si accorra con la massima sollecitudine, ma nello stesso tempo con gravità, per non dare adito alla leggerezza. In altre parole non si anteponga nulla all'opera di Dio”. Se qualcuno arriva all'Ufficio notturno dopo il Gloria del salmo 94, che proprio per questo motivo vogliamo sia cantato molto lentamente e con pause, non occupi il proprio posto nel coro, ma si metta all'ultimo o in quella parte che l'abate avrà destinato per questi negligenti, perché siano veduti da lui e da tutti, e vi rimanga fino a quando, al termine del l'Ufficio divino, avrà riparato dinanzi a tutta la comunità con una penitenza. Abbiamo ritenuto opportuno far rimanere questi ritardatari all'ultimo posto o in un canto, perché si correggano almeno per la vergogna di essere visti da tutti. Se, infatti, rimanessero fuori del coro, ci potrebbe essere qualcuno che ritorna a dormire o si siede fuori o si mette a chiacchierare, dando così occasione al demonio; è bene invece che entrino, in modo da non perdere tutto l'Ufficio e correggersi per l'avvenire. Nelle Ore del giorno, invece, il monaco che arriva all'Ufficio divino dopo il versetto o il Gloria del primo salmo, che segue lo stesso versetto, si metta all'ultimo posto, secondo la norma precedente, e non si permetta di unirsi al coro dei fratelli che salmeggiano, fino a che non avrà riparato, a meno che l'abate gliene dia il permesso con il suo perdono; ma anche in questo caso il ritardatario dovrà riparare la sua mancanza. Per quanto riguarda il refettorio, chi non arriva prima del versetto in modo che tutti uniti dicano il versetto stesso, preghino e poi siedano insieme a mensa, se la mancanza è dovuta a negligenza o cattiva volontà, sia rimproverato fino a due volte. Ma se ancora non si corregge, sia escluso dalla mensa comune e mangi da solo, separato dalla comunità e senza la sua razione di vino, fino a che non abbia riparato e si sia corretto. Lo stesso castigo sia inflitto al monaco che non si trovi presente al versetto che si recita dopo il pranzo. Nessuno poi si permetta di mangiare o di bere qualcosa prima dell'ora stabilita. Ma il monaco che non avesse accettato ciò che gli era stato offerto dal superiore, quando desidererà quello che ha rifiutato in precedenza o altro, non ottenga assolutamente nulla fino a che non dimostri di essersi debitamente corretto.

Dichiarazione Art. 88

Art. 88. Come abbiamo visto, la comunità monastica non può fare assolutamente a meno di una qualche struttura giuridica e di un ordinamento della vita mediante delle leggi che però, non sono quasi fine a sé, ma soltanto mezzi di grande importanza che servono ai fini della vita religiosa. La legge è per la vita, e non viceversa. Le istituzioni e le disposizioni di legge devono promuovere e favorire la vita dei singoli e delle comunità, come pure il conseguimento dei loro fini senza pertanto impedirli o soffocarli. La causa dell’inquietudine e la crisi di autorità che oggi si manifestano qua e là non soltanto nella società civile, ma anche nella Chiesa e nelle comunità religiose, risiede in gran parte nel fatto che spesso le leggi e le forme istituzionali non sono sufficientemente adeguate allo stato attuale delle cose o alle giuste esigenze di vita, e non di rado appaiono ai sudditi come disposizioni superate, non sentite e irragionevoli. Spetta agli organi competenti provvedere affinché le leggi e le istituzioni promuovano realmente e aiutino la vita odierna della comunità e non siano invece di impedimento al progresso in quanto superate ed incongruenti. Tanto ci chiede anche il Concilio Vaticano II disponendo che le costituzioni e le norme di governo dei monasteri, delle congregazioni e dell’Ordine vengano da noi sottoposte ad esame e convenientemente rivedute, sopprimendo le prescrizioni superate.

CAPITOLO 44: Disciplina per gli scomunicati

Textfeld: 22 mag 24 agos 26 nov 17 feb  I

l monaco che per colpe gravi è stato escluso dal coro e della mensa comune, al termine dell'Ufficio divino si prostri in silenzio davanti alla porta del coro, rimanendo lì disteso con la faccia a terra dinanzi a tutti quelli che escono e continui a fare in questo modo fino a quando l'abate non giudichi che ha sufficientemente riparato. Quando poi sarà chiamato dall'abate, si getti ai piedi di lui e di tutti i fratelli per chiedere le loro preghiere. Allora, se l'abate vorrà, potrà essere riammesso in coro al suo posto o a quello designato dallo stesso abate, senza permettersi, però, di recitare un salmo, una lezione o altro, a meno che l'abate glielo ordini. Inoltre al termine di tutte le Ore dell'Ufficio divino, si prostri a terra lì dove si trova e faccia così la sua riparazione, finché l'abate non metterà fine a questa penitenza. Quelli, invece, che per colpe più leggere sono stati esclusi solo dalla mensa, facciano penitenza in coro per il tempo stabilito dall'abate e la ripetano fin tanto che questi li benedica e dica: Basta!

Dichiarazione Art. 89

Art. 89. Affinché le strutture di governo e la legislazione possano rendere servizio alla vita nel modo giusto dobbiamo tener presente quanto segue:

a) Le leggi non debbono essere eccessivamente numerose. La libertà di azione e le diverse iniziative non devono essere rese troppo poco operanti da norme minuziose. Sono da sottoporsi a legislazione solamente quelle materie che richiedono o una certa uniformità di azione o il coordinamento delle forze per raggiungere fini comuni. Bisogna lasciare le altre scelte alla responsabilità dei superiori e degli ufficiali, oppure alla libera e responsabile decisione dei confratelli.

b) Le leggi devono essere continuamente adattate alle condizioni della vita. Poiché le condizioni, le esigenze e gli impegni della vita mutano di continuo e nella nostra epoca i mutamenti sono particolarmente profondi e celeri, anche i mezzi che devono servire a regolamentare la vita –leggi e istituzioni giuridiche– devono essere continuamente riesaminate e sottoposte a riforma. Anche mezzi ed istituzioni che in una certa epoca apparivano non solo utili, ma anche come i migliori, possono perdere forza e vitalità se non addirittura diventare nocive al progresso a causa delle mutate circostanze dei tempi. Le intenzioni e le prescrizioni degli stessi fondatori circa l’organizzazione della vita monastica e le strutture giuridiche, pur dovendo essere tenute in grande stima, non sono tuttavia per sé immutabili, perché anch’esse sono connesse alle condizioni mutevoli del loro tempo. È dunque con cautela che bisogna considerare se, e fino a che punto, esse rispondano alle nuove esigenze della vita. Tale riesame delle norme e delle leggi non deve essere ulteriormente differito fino al punto che finisca per perire la vitalità della comunità e nascano pericolosi malcontenti tra i confratelli a motivo di norme troppo rigide e superate. Le stesse costituzioni e gli statuti locali, debbono stabilire la possibilità e i motivi legittimi, per cui la comunità possa chiedere ed operare la revisione e la modifica delle leggi.

c) Tradizione e continuità della legge. La vita, sebbene sia varia e mutevole, ha tuttavia una mirabile continuità e una costante tenacia. Anche noi perciò, nell’ordinamento della nostra vita, dobbiamo fare attenzione a non rigettare tutta la tradizione cistercense di cui abbiano parlato, per non interrompere bruscamente la continuità della vita monastica. Come è dannoso conservare forme di organizzazione superate e leggi inadeguate, così sarebbe anche pericoloso staccare noi stessi dai valori della nostra tradizione e, in nome dell’aggiornamento, scardinare gli elementi fondamentali della nostra vita. Perciò anche nella revisione della struttura giuridica o nella nuova legislazione, è necessario avere presenti le esperienze dei secoli passati e conservare l’armonia e la naturale continuità con la tradizione. Tuttavia bisogna evitare che la fedeltà verso di essa conduca all’immobilismo o alla falsa sicurezza e ci renda insensibili alle nuove esigenze della vita, sia nella Chiesa che nella società contemporanea.

d) La legge prescriva ciò che è possibile osservare. Le leggi e gli altri statuti sono utili alla vita solo se prescrivono prudentemente una norma di azione possibile a mettersi in pratica. Infatti se comandano cose eccessivamente ardue ed estranee all’uomo moderno, o inducono a trascurare le leggi oppure impongono pesi insopportabili, amareggiano anche gli animi generosi.

La legge sia dunque semplice e chiara, affinché non turbi il normale corso della vita con l’ambiguità o con l’eccessiva complessità; badi sempre alla realtà dei nostri monasteri e dei loro membri, e non ingiunga cose che sono del tutto estranee o lontane dalle loro forme di vita, senza pertanto approvare le imperfezioni o i vizi esistenti. La legge sia moderata e mostri positivamente la via del bene piuttosto che dissuadere in modo negativo, così che possa essere osservata volentieri dai monaci di buona volontà. Queste stesse considerazioni ci insegnano che alle volte la maniera di agire non può essere determinata con leggi o prescrizioni assolutamente precise, ma molto più opportunamente mediante direttive piuttosto flessibili che lasciano liberi di scegliere tra diversi possibili modi di agire.

CAPITOLO 45: Gli sbagli in coro

Textfeld: 23 mag 25 agos 27 nov 18 feb  S

e un monaco commette un errore mentre recita un salmo, un responsorio, un'antifona o una lezione e non si umilia davanti a tutti con una penitenza, sia sottoposto ad una punizione più severa, perché non ha voluto correggersi umilmente dell'errore commesso per negligenza. Nel caso dei ragazzi, invece, per una colpa di questo genere si ricorra al castigo corporale.

Dichiarazione Art. 90

Art. 90. Le condizioni della vita moderna esigono, e anche il Concilio Vaticano II lo richiede, che nel preparare le leggi o nel prendere decisioni riguardanti le comunità, vi partecipino in qualche modo tutti i membri. Questi infatti, non senza ragione, sentirebbero come estranee a se stessi le norme di vita e le decisioni prese, se tutto fosse stabilito a giudizio dei superiori e di pochi consiglieri. La partecipazione di tutti può essere attuata in gradi e in modi diversi: previa consultazione dei singoli e delle comunità; voto del capitolo conventuale; elezione degli ufficiali e dei delegati al capitolo, diritto di fare proposte; ecc. Comunque è assolutamente necessario che dovunque e a tutti i livelli della struttura dell’Ordine, siano istituite forme adatte di partecipazione reale ed attiva.

CAPITOLO 46: Altre mancanze

Textfeld: 24 mag 26 agos 28 nov 19 feb  S

e, mentre è impegnato in un qualsiasi lavoro in cucina, in dispensa, nel proprio servizio, nel forno, nell'orto, in qualche attività o si trova in un altro luogo qualunque, un monaco commette uno sbaglio, rompe o perde un oggetto o incorre comunque in una mancanza e non si presenta subito all'abate e alla comunità per riparare spontaneamente e confessare la propria colpa, sarà sottoposto a una punizione più severa, quando il fatto verrà reso noto da altri. Ma se il movente segreto del peccato fosse nascosto nell'intimo della coscienza, lo manifesti solo all'abate o a qualche monaco anziano, che sappia curare le miserie proprie e altrui senza svelarle e renderle di pubblico dominio.

Dichiarazione Art. 91

Art. 91. Mentre le leggi e le altre norme scritte servono a regolare gli aspetti generali e permanenti della vita monastica, l’ordinamento della vita quotidiana concreta e le decisioni particolari spettano in molti casi, all’autorità personale dei superiori e degli ufficiali. L’esercizio di tale autorità è certamente più difficile e complicato che in passato e ciò sia per le nuove circostanze di tempo, sia per il mutato atteggiamento dell’uomo moderno verso l’autorità. Da una parte infatti, è impossibile governare con leggi generali a causa della rapidissima ed imprevedibile evoluzione del mondo contemporaneo, mentre molte questioni richiedono la personale e immediata decisione dei superiori e, per di più, in materie molto complesse che spesso esigono una capacita tecnica specifica. Dall’altra parte, gli uomini d’oggi rispettano di meno l’ufficio dei superiori, ma esigono spesso da essi qualità e perfezioni umane troppo elevate e giudicano apertamente e con acredine i loro errori e deficienze. Inoltre essi vogliono vedere chiaramente le ragioni degli ordini che ricevono e non obbediscono con facilità se il comando contrasta con il loro modo di vedere o con la loro utilità. Il compito di coloro che esercitano l’autorità nella comunità, pur essendo certamente arduo, non è tuttavia un lavoro accettato inutilmente, che anzi può essere fatto più efficacemente che in qualsiasi altra epoca, se saranno introdotti metodi e forme di governo adatti. Infatti i religiosi, attualmente, sono più disposti alla attiva e sincera cooperazione, e condividono volentieri con i superiori l’interesse e la sollecitudine per il bene comune a cui sono anche meglio preparati a cooperare.

CAPITOLO 47: Il segnale della preghiera
comune

Textfeld: 25 mag 27 agos 29 nov 20 feb  B

isogna che l'abate si assuma personalmente il compito di dare il segnale per l'Ufficio divino, oppure lo affidi a un monaco diligente in modo che tutto avvenga regolarmente nelle ore fissate. L'intonazione dei salmi e delle antifone, secondo l'ordine prestabilito, spetta, dopo l'abate, ai monaci appositamente designati. E nessuno si permetta di cantare o di leggere all'infuori di chi è capace di farlo in maniera da edificare i suoi ascoltatori; inoltre questo compito dev'essere svolto con umiltà, gravità e reverenza e solo dietro incarico dell'abate.

Dichiarazione Art. 92

Art. 92. Questo nuovo modo di esercitare l'autorità richiede che i superiori:

a.                   mettano al corrente i confratelli circa le cose del monastero e dell’Ordine; manifestino loro con franchezza e sincerità, le difficoltà e i problemi; richiedano e tengano in considerazione i loro pareri e proposte.

b.                   non temano la critica prudente o la disapprovazione e non disdegnino di operare i necessari emendamenti.

c.                   conoscendo la molteplicità e la complessità dei loro compiti e non presumendo di poter far tutto da soli, affidino parte delle loro funzioni a confratelli capaci e richiedano spontaneamente ad essi l’aiuto della loro esperienza.

d.                   concedano ampia libertà di azione ai singoli confratelli, specialmente agli ufficiali e a coloro che sono incaricati di specifiche mansioni, e tengano conto della loro competenza nell’ufficio al quale sono destinati, ma nello stesso tempo i superiori non trascurino di esigere la relazione accurata degli affari affidati alla cura e alla esecuzione dei medesimi.

CAPITOLO 48: Il lavoro manuale quotidiano

48, 1-9

Textfeld: 26 mag 28 agos 30 nov 21 feb  L

'ozio è nemico dell'anima, perciò i monaci devono dedicarsi al lavoro in determinate ore e in altre, pure prestabilite, allo studio della parola di Dio. Quindi pensiamo di regolare gli orari di queste due attività fondamentali nel modo seguente: da Pasqua fino al 14 settembre, al mattino verso le 5 quando escono da Prima, lavorino secondo le varie necessità fino alle 9; dalle 9 fino all'ora di Sesta si dedichino allo studio della parola di Dio. Dopo l'Ufficio di Sesta e il pranzo, quando si alzano da tavola, riposino nei rispettivi letti in assoluto silenzio e, se eventualmente qualcuno volesse leggere per proprio conto, lo faccia in modo da non disturbare gli altri. Si celebri Nona con un po' di anticipo, verso le 14, e poi tutti riprendano il lavoro assegnato dall'obbedienza fino all'ora di Vespro. Ma se le esigenze locali o la povertà richiedono che essi si occupino personalmente della raccolta dei prodotti agricoli, non se ne lamentino, perché i monaci sono veramente tali, quando vivono del lavoro delle proprie mani come i nostri padri e gli Apostoli. Tutto però si svolga con discrezione, in considerazione dei più deboli.

Dichiarazione Art. 34 e 69

Art. 34. Nel nostro tempo, anche nella teologia viene riconosciuto il valore positivo che le cose create, il lavoro e il progresso umano hanno per l’intera vita dell’uomo e così anche la loro importanza nell’economia della salvezza. Perciò deve crescere in noi il senso di responsabilità affinché assieme a tutta la comunità umana, ci preoccupiamo anche dei valori terreni. Riconosciamo infatti che anche noi dobbiamo partecipare al lavoro destinato a promuovere il progresso mediante il quale il creato viene assoggettato sempre di più al potere dell’uomo e tutta la società, ragionevolmente e giustamente, gode i frutti del suo lavoro. Soltanto con tale serio lavoro, si compie la santificazione di tutte le cose in Cristo e il ritorno di ogni creatura al Creatore.

Art. 69. Come tutti gli uomini, siamo soggetti alla legge universale del duro lavoro, affinché, anche per mezzo del nostro lavoro collaboriamo a perfezionare sempre di più il mondo e a mettere in pratica i disegni di Dio su di esso realizzando così anche la nostra vocazione. Infatti è erroneo affermare che il perfezionamento dell’animo di ognuno e gli interessi della vita presente, siano in contrasto tra loro, mentre invece è possibile renderli perfettamente compatibili. Per tendere alla perfezione cristiana non è assolutamente necessario estraniarsi dagli affari della vita del mondo, poiché le attività temporali se debitamente espletate, non solo non mettono in pericolo la dignità dell’uomo e del cristiano, ma la perfezionano. Per questa ragione il lavoro non è soltanto un rimedio contro l’oziosità, ossia un’occupazione qualunque voluta unicamente per riempire il tempo, ma è parte costitutiva del nostro impegno a raggiungere la perfezione cristiana. Contemporaneamente il lavoro è anche servizio fraterno per la comunità monastica e per il resto degli uomini, purché sia eseguito con competenza e con senso di responsabilità.

48, 10-13

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22 feb
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al 14 settembre, poi, fino al principio della Quaresima, si applichino allo studio fino alle 9, quando celebreranno l'ora di Terza, dopo la quale tutti saranno impegnati nei rispettivi lavori fino a Nona, e cioè alle 14. Al primo segnale di Nona, ciascuno interrompa il proprio lavoro per essere pronto al suono del secondo segnale. Dopo il pranzo si dedichino alla lettura personale o allo studio dei salmi.

Dichiarazione Art. 70

Art. 70. Dal momento che il valore del lavoro dipende anche dalla sua retta funzionalità, è dovere irrinunciabile dei superiori far sì che i loro collaboratori, chierici o laici, siano provvisti di preparazione accurata, se necessario anche di quella tecnica, affinché possano eseguire il lavoro nel miglior modo possibile, tenendo presente che nella nostra epoca di specializzazione e nelle circostanze attuali, non sono per nulla sufficienti il solo impegno personale e la buona volontà. I lavori principali così come sono praticati nelle congregazioni e nei monasteri, sono i seguenti, (l’ordine di numerazione non significa affatto ordine di perfezione o di importanza): educazione della gioventù, ministero pastorale, lavoro manuale, lavoro scientifico e culturale, ospitalità.

48,14-25

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23 feb
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urante la Quaresima leggano dall'alba fino alle 9 inoltrate e poi lavorino in conformità agli ordini ricevuti fino verso le 4 pomeridiane. In quei giorni di Quaresima ciascuno riceva un libro dalla biblioteca e lo legga ordinatamente da cima a fondo. I suddetti libri devono essere distribuiti all'inizio della Quaresima. E per prima cosa bisognerà incaricare uno o due monaci anziani di fare il giro del monastero nelle ore in cui i fratelli sono occupati nello studio, per vedere se per caso ci sia qualche monaco indolente, che, invece di dedicarsi allo studio, perda, tempo oziando e chiacchierando e quindi, oltre a essere improduttivo per sé, distragga anche gli altri. Se si trovasse –non sia mai!–un fratello che si comporta in questo modo, sia rimproverato una prima e una seconda volta, ma se non si corregge, gli si infligga una punizione prevista dalla Regola, in modo da incutere anche negli altri un salutare timore. Non è neppure permesso che un monaco si trovi con un altro fuori del tempo stabilito. Anche alla domenica si dedichino tutti allo studio della parola di Dio, a eccezione di quelli destinati ai vari servizi. Ma se ci fosse qualcuno tanto negligente e fannullone da non volere o poter studiare o leggere, gli si dia qualche lavoro da fare, perché non rimanga in ozio. Infine ai monaci infermi o cagionevoli si assegni un lavoro o un'attività che non li lasci nell'inazione e nello stesso tempo non li sfinisca per l'eccessiva fatica, spingendoli ad andarsene, poiché l'abate ha il dovere di tener conto della loro debolezza.

Dichiarazione Art. 73

Art. 73. Il lavoro manuale deve essere da noi considerato non solo come un elemento molto utile e frequentemente necessario per la vita comune ma anche come segno di solidarietà con tutti gli uomini, principalmente con i poveri, che con il lavoro quotidiano e umile, procurano il necessario per la vita loro e per quella dei loro famigliari. È anche uno strumento efficace di abnegazione di sé e di partecipazione alla croce di Cristo, di servizio al prossimo, specialmente ai fratelli del monastero. Per questo non sia mai considerato come una pura occupazione indifferente per la vita spirituale ma sia realizzato in maniera competente e efficace come uno strumento di carità.

CAPITOLO 49: L’osservanza della quaresima