REGOLA
DI SAN
BENEDETTO

in
concordanza con
"
§
RB : Testo estratto dal CD-ROM “Montecassino” ed.
FINSIEL, Rivisto e corretto in base alla versione di A. Lentini (“
§
De Vita Cisterciensi Hodierna. Declaratio
Capituli Generalis Ordinis Cisterciensis. (ACG 44 (2000) 7-43).
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scolta, figlio mio,
gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore; accogli volentieri
i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in pratica con impegno, in
modo che tu possa tornare attraverso la solerzia dell'obbedienza a Colui dal
quale ti sei allontanato per l'ignavia della disobbedienza. Io mi rivolgo personalmente
a te, chiunque tu sia, che, avendo deciso di rinunciare alla volontà propria,
impugni le fortissime e valorose armi dell'obbedienza per militare sotto il
vero re, Cristo Signore. Prima di tutto chiedi a Dio con costante e intensa
preghiera di portare a termine quanto di buono ti proponi di compiere,
affinché, dopo averci misericordiosamente accolto tra i suoi figli, egli non
debba un giorno adirarsi per la nostra indegna condotta. Bisogna dunque
servirsi delle grazie che ci concede per obbedirgli a ogni istante con tanta fedeltà
da evitare, non solo che egli giunga a diseredare i suoi figli come un padre
sdegnato, ma anche che, come un sovrano tremendo, irritato dalle nostre colpe,
ci condanni alla pena eterna quali Servi infedeli che non lo hanno voluto
seguire nella gloria.
Art. 1. Noi, membri del capitolo generale, riuniti
per procedere all’aggiornamento del nostro Ordine, dopo matura deliberazione e
scambio di opinioni, abbiamo deciso, in primo luogo, di esporre gli elementi
principali della nostra vocazione e della nostra vita, per gettare in certo
qual modo le basi di tutta l’opera di rinnovamento. In questa dichiarazione
vogliamo dunque esporre sinceramente ed onestamente che cosa ci proponiamo per
effettuare l’aggiornamento, quali fini vogliamo conseguire e per quale via intendiamo
raggiungerli.
Art. 2. Con la nostra dichiarazione non vogliamo
affatto precludere la via ad ulteriori considerazioni o a nuove soluzioni,
perché anche le generazioni cistercensi future avranno il diritto ed il dovere
di ricercare forme più idonee e migliori per la vita monastica, non meno di
quanto fecero i fondatori di Cistercio nel sec. XII e le generazioni che li
seguirono. Allora, infatti, saremo veri seguaci dei Padri che fondarono il
“Nuovo Monastero”, se non cesseremo di ricercare le vie e i modi che ci daranno
la possibilità di vivere sempre più completamente la nostra vocazione secondo
la volontà di Dio.
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lziamoci, dunque,
una buona volta, dietro l'incitamento della Scrittura che esclama: “E' ora di
scuotersi dal sonno!” e aprendo gli occhi a quella luce divina ascoltiamo con
trepidazione ciò che ci ripete ogni giorno la voce ammonitrice di Dio: “Se oggi
udrete la sua voce, non indurite il vostro cuore!” e ancora: “Chi ha orecchie
per intendere, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese!”. E che dice?
“Venite, figli, ascoltatemi, vi insegnerò il timore di Dio. Correte, finché
avete la luce della vita, perché non vi colgano le tenebre della morte”. Quando
poi il Signore cerca il suo operaio tra la folla, insiste dicendo: “Chi è
l'uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici?”. Se a
queste parole tu risponderai: “Io!”, Dio replicherà: “Se vuoi avere la vita,
quella vera ed eterna, guarda la tua lingua dal male e le tue labbra dalla
menzogna. Allontanati dall'iniquità, opera il bene, cerca la pace e seguila”.
Se agirete così rivolgerò i miei occhi verso di voi e le mie orecchie
ascolteranno le vostre preghiere, anzi, prima ancora che mi invochiate vi dirò:
“Ecco sono qui!”. Fratelli carissimi, che può esserci di più dolce per noi di
questa voce del Signore che ci chiama? Guardate come nella sua misericordiosa
bontà ci indica la via della vita!
Art.
11. Non è nostra intenzione proporre ideali teoretici e
lontani dalla realtà della vita per conservare o per ristabilire modi di vita
in disuso, ma intendiamo esaminare e perfezionare la nostra vita attuale,
moderna, concreta e indicare i principi utili al suo rinnovamento. Cerchiamo di
rendere genuina ed efficiente la vita monastica cistercense del secolo ventesimo,
che promana dalla vocazione che Dio in concreto ci ha dato. Dio infatti, ci
chiama proprio in questo momento e vuole che noi siamo santi nel tempo presente
e nelle attuali circostanze e desidera che seguiamo Cristo e serviamo
caritatevolmente gli uomini secondo le possibilità dell’uomo contemporaneo. È
necessario che le nostre attività siano poggiate sempre sulla verità e sulla
realtà della vita. Perciò in questa dichiarazione vogliamo avere sempre presenti
le opere, le possibilità, le esigenze, i doveri dei monaci e delle comunità, la
vita della Chiesa e quella del mondo odierno. Tale senso della realtà non
implica affatto l’accettazione o l’approvazione delle imperfezioni e dei vizi
della presente situazione, come se, contenti della volgare e piatta realtà, ci
rifiutassimo di tendere verso mete più alte. Giustamente rigettiamo tale
atteggiamento, come contrario all’essenza stessa della vita religiosa e
all’impegno di vivere in perfetta carità; ma d’altra parte, sappiamo bene che
gli ideali ed i propositi, per quanto sublimi, non hanno alcun valore se non
possono essere accettati liberamente, anzi volentieri e realizzati
efficacemente dagli uomini ai quali vengono proposti.
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rmati dunque di fede
e di opere buone, sotto la guida del Vangelo, incamminiamoci per le sue vie in
modo da meritare la visione di lui, che ci ha chiamati nel suo regno. Se, però,
vogliamo trovare dimora sotto la sua tenda, ossia nel suo regno, ricordiamoci
che è impossibile arrivarci senza correre verso la meta, operando il bene. Ma
interroghiamo il Signore, dicendogli con le parole del profeta: “Signore, chi
abiterà nella tua tenda e chi dimorerà sul tuo monte santo?”. E dopo questa
domanda, fratelli, ascoltiamo la risposta con cui il Signore ci indica la via
che porta a quella tenda: “Chi cammina senza macchia e opera la giustizia; chi
pronuncia la verità in cuor suo e non ha tramato inganni con la sua lingua; chi
non ha recato danni al prossimo, né ha accolto l'ingiuria lanciata contro di
lui”; chi ha sgominato il diavolo, che malignamente cercava di sedurlo con le
sue suggestioni, respingendolo dall'intimo del proprio cuore e ha impugnato
coraggiosamente le sue insinuazioni per spezzarle su Cristo al loro primo
sorgere; gli uomini timorati di Dio, che non si insuperbiscono per la propria
buona condotta e, pensando invece che quanto di bene c'è in essi non è opera
loro, ma di Dio, lo esaltano proclamando col profeta: “Non a noi, Signore, non
a noi, ma al tuo nome dà gloria!”. Come fece l'apostolo Paolo, che non si attribuì
alcun merito della sua predicazione, ma disse:” Per grazia di Dio sono quel che
sono” e ancora: “chi vuole gloriarsi, si glori nel Signore”. Perciò il Signore
stesso dichiara nel Vangelo: “Chi ascolta da me queste parole e le mette in
pratica, sarà simile a un uomo saggio il quale edificò la sua casa sulla
roccia. E vennero le inondazioni e soffiarono i venti e si abbatterono su
quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia”. Dopo aver
concluso con queste parole il Signore attende che, giorno per giorno,
rispondiamo con i fatti alle sue sante esortazioni. Ed è proprio per permetterci
di correggere i nostri difetti che ci vengono dilazionati i giorni di questa
vita secondo le parole dell'Apostolo: “Non sai che con la sua pazienza Dio vuole
portarti alla conversione?” Difatti il Signore misericordioso afferma: “Non
voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva”.
Art. 12. È necessario che il rinnovamento della
nostra vita religiosa si estenda a tutti gli aspetti dell’esistenza, e perciò
dobbiamo tener conto di tutti i suoi elementi costitutivi, dando a ciascuno di
essi la dovuta importanza. Sarebbe del tutto falso esaltare alcuni aspetti del
nostro modo di vivere, considerandoli quasi i soli essenziali alla vita
cistercense e trascurarne invece altri, perché li giudichiamo come secondari,
anzi come ostacoli alla vera vita monastica. In ogni momento della vita noi
siamo e dobbiamo essere cistercensi, non solo quando ci riuniamo per la preghiera
o quando siamo impegnati a compiere le osservanze comunitarie, ma anche nello
studio, nel lavoro, nel ministero sacerdotale, nella preghiera privata, nel
metterci al servizio delle necessità degli uomini e in altre circostanze simili
Quindi noi desideriamo avere una visione integrale che riunisca armonicamente
tutti gli aspetti della vita nell’unico servizio del Signore. Se alcune
attività della vita cistercense odierna non riguardano tutti i membri
dell’Ordine –come il sacerdozio–oppure tutti i monasteri –come l’educazione
della gioventù e la cura pastorale a nondimeno siano attentamente ponderate e
con sincerità se ne riconoscano il valore e l’importanza. Gli elementi che
appena si riscontrano o non si riscontrano affatto nella Regola e negli inizi
di Cistercio, non per questo debbono essere considerati come secondari o
sospetti. Infatti la vita monastica, come ogni organismo vivente, nel corso dei
secoli cresce e si evolve, assimila molti elementi nuovi e ne respinge non
pochi di quelli antichi.
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unque, fratelli
miei, avendo chiesto al Signore a chi toccherà la grazia di dimorare nella sua
tenda, abbiamo appreso quali sono le condizioni per rimanervi, purché sappiamo
comportarci nel modo dovuto. Perciò dobbiamo disporre i cuori e i corpi nostri
a militare sotto la santa obbedienza. Per tutto quello poi, di cui la nostra
natura si sente incapace, preghiamo il Signore di aiutarci con la sua grazia. E
se vogliamo arrivare alla vita eterna, sfuggendo alle pene dell'inferno, finche
c'è tempo e siamo in questo corpo e abbiamo la possibilità di compiere tutte
queste buone azioni, dobbiamo correre e operare adesso quanto ci sarà utile per
l'eternità. Bisogna dunque istituire una scuola del servizio del Signore nella
quale ci auguriamo di non prescrivere nulla di duro o di gravoso; ma se, per la
correzione dei difetti o per il mantenimento della carità, dovrà introdursi una
certa austerità, suggerita da motivi di giustizia, non ti far prendere dallo
scoraggiamento al punto di abbandonare la via della salvezza, che in principio
è necessariamente stretta e ripida. Mentre invece, man mano che si avanza nella
vita monastica e nella fede, si corre per la via dei precetti divini col cuore
dilatato dall'indicibile sovranità dell'amore. Così, non allontanandoci mai
dagli insegnamenti di Dio e perseverando fino alla morte nel monastero in una
fedele adesione alla sua dottrina, partecipiamo con la nostra sofferenza ai
patimenti di Cristo per meritare di essere associati al suo regno.
Art.
13. Le forme istituzionali nelle quali oggi si manifesta
concretamente la realtà della vita cistercense sono le varie comunità vive.
Risulta anche che nel corso dei secoli, le nostre comunità site in differenti
regioni, assunsero vari impegni di servizio e forme diverse di vita. Per sé
questa diversità non deve essere deplorata, considerandola quasi come una
degenerazione abnorme, ma piuttosto si deve accettare non soltanto come dato di
fatto indiscutibile, ma anche come segno di vitalità e come invito all’azione
da parte di Dio, poiché i valori e i differenti compiti delle singole congregazioni
e monasteri, se prevale la fiducia reciproca, potranno servire al bene e al
progresso di tutto l’Ordine attraverso la collaborazione delle comunità. Vale
di più infatti, la diversità concorde che l’uniformità discorde e forzata. Per
questo motivo il capitolo generale riconosce e promuove la legittima autonomia
delle singole congregazioni e dei monasteri nel precisare le loro forme di vita
e si impegnerà a offrire loro l’aiuto in questo sforzo. Pertanto nel compiere
il lavoro di rinnovamento, è sommamente importante che prima di ogni altra
cosa, ciascuna comunità conosca e riesamini i suoi fini e le proprie capacità e
si dia convenienti forme di vita. Infatti questo lavoro spetta, prima che ad
altri, alle singole comunità. Il capitolo generale intende solamente offrire
loro un aiuto quando promuove e coordina il lavoro di rinnovamento, ma non può
né sopprimere, né assumersi i doveri dei monasteri e delle congregazioni.
Art. 14. Tenuto presente quanto
abbiamo appena detto, desideriamo rinnovare la realtà della vita cistercense in
modo tale che sia la continuazione naturale e lo sviluppo organico della
secolare tradizione monastica e cistercense. Certamente ora più accuratamente
che in passato, vogliamo conoscere le tradizioni monastiche e cistercensi e da
esse attingerle quanto più è possibile per il nostro profitto e per la nostra
ispirazione. Però non vogliamo che dette tradizioni siano per noi di limite e
di ostacolo nella soluzione dei problemi contemporanei, dei quali per le
condizioni di vita ora completamente mutate, gli antichi spessissimo non
potevano avere che pochissima o nessuna conoscenza. Non ci è lecito rinunziare
alla nostra responsabilità nell’ordinare la vita religiosa, né dobbiamo avere
timore di vie o di soluzioni nuove. La storia sia per noi maestra, non padrona;
ci ammonisca e ci ispiri, ma mai ci sia di impedimento.
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' noto che ci sono
quattro categorie di monaci. La prima è quella dei cenobiti, che vivono in un
monastero, militando sotto una regola e un abate. La seconda è quella degli
anacoreti o eremiti, ossia di coloro che non sono mossi dall'entusiastico
fervore dei principianti, ma sono stati lungamente provati nel monastero, dove con
l'aiuto di molti hanno imparato a respingere le insidie del demonio; quindi,
essendosi bene addestrati tra le file dei fratelli al solitario combattimento
dell'eremo, sono ormai capaci, con l'aiuto di Dio, di affrontare senza il sostegno
altrui la lotta corpo a corpo contro le concupiscenze e le passioni. La terza
categoria di monaci, veramente detestabile è formata dai sarabaiti: molli come
piombo, perché non sono stati temprati come l'oro nel crogiolo dell'esperienza
di una regola, costoro conservano ancora le abitudini mondane, mentendo a Dio
con la loro tonsura. A due a due, a tre a tre o anche da soli, senza la guida
di un superiore, chiusi nei loro ovili e non in quello del Signore, hanno come
unica legge l'appagamento delle proprie passioni, per cui chiamano santo tutto
quello che torna loro comodo, mentre respingono come illecito quello che non
gradiscono. C'è infine una quarta categoria di monaci, che sono detti
girovaghi, perché per tutta la vita passano da un paese all'altro, restando tre
o quattro giorni come ospiti nei vari monasteri, sempre vagabondi e instabili,
schiavi delle proprie voglie e dei piaceri della gola, peggiori dei sarabaiti
sotto ogni aspetto. Ma riguardo alla vita sciagurata di tutti costoro è
preferibile tacere piuttosto che parlare. Lasciamoli quindi da parte e con
l'aiuto del Signore occupiamoci dell'ordinamento della prima categoria, ossia
quella fortissima e valorosa dei cenobiti.
Art. 79. Seguendo la nostra
vocazione, siamo entrati in un monastero cistercense liberamente scelto,
affinché potessimo ricevere gli insegnamenti della scuola del divino servizio.
In seguito con la professione, abbiamo volontariamente accettato i doveri le
gli ideali della vita del nostro monastero. Di conseguenza la vita monastica
non ci è stata imposta, ma siamo stati noi che l’abbiamo volontariamente scelta
con libera dedizione. Perciò le comunità risultano formate di volontari che
tutti insieme tendono allo stesso fine da tutti conosciuto e da tutti voluto,
così che abitiamo nel monastero in pieno accordo ed abbiamo un cuor solo ed
un’anima sola.
Art.
80. Il fondamento della comunità monastica è dunque la libera
e volontaria offerta di noi stessi, che stimiamo grandemente i valori e i
compiti della vita nel monastero e li consideriamo come propri. Questa libera offerta,
questa attiva convinzione sono la forza motrice dell’obbedienza e
dell’osservanza delle leggi, come anche sono il fondamento di tutta la struttura
giuridica. Se esse vengono meno, la comunità monastica, come ogni società
fondata sulla libera adesione degli appartenenti ad essa, non può essere in
grado di conservare una vera vitalità. Perciò è sommamente importante sia che i
monaci serbino viva ed efficace quella offerta di sé con cui hanno abbracciato
liberamente la vita monastica, sia che ogni ordinamento od organizzazione della
vita comunitaria tenga presente quella libera ed attiva volontà e si studi di
rianimarla e promuoverla.
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n abate degno di
stare a capo di un monastero deve sempre avere presenti le esigenze implicite
nel suo nome, mantenendo le proprie azioni al livello di superiorità che esso
comporta. Sappiamo infatti per fede che in monastero egli tiene il posto di
Cristo, poiché viene chiamato con il suo stesso nome, secondo quanto dice l'Apostolo:
“Avete ricevuto lo Spirito di figli adottivi, che vi fa esclamare: Abba,
Padre!” Perciò l'abate non deve insegnare, né stabilire o ordinare nulla di
contrario alle leggi del Signore, anzi il suo comando e il suo insegnamento
devono infondere nelle anime dei discepoli il fermento della santità. Si
ricordi sempre che nel tremendo giudizio di Dio dovrà rendere conto tanto del
suo insegnamento, quanto dell'obbedienza dei discepoli e sappia che il pastore
sarà considerato responsabile di tutte le manchevolezze che il padre di
famiglia avrà potuto riscontrare nel gregge. D'altra parte è anche vero che, se
il pastore avrà usato ogni diligenza nei confronti di un gregge irrequieto e
indocile, cercando in tutti i modi di correggerne la cattiva condotta, verrà
assolto nel divino giudizio e potrà ripetere con il profeta al Signore: “Non ho
tenuto la tua giustizia nascosta in fondo al cuore, ma ho proclamato la tua
verità e la tua salvezza; essi tuttavia mi hanno disprezzato, ribellandosi
contro di me”. E allora la giusta punizione delle pecore ribelli sarà la morte,
che avrà finalmente ragione della loro ostinazione.
Art.
94. L’abate è anzitutto pastore di anime, il suo ufficio
cioè, è principalmente spirituale e diretto al bene delle anime. La sua autorità
è ministeriale ed ha carattere di umile servizio, secondo l’insegnamento e
l’esempio di Cristo, del quale fa le veci. Perciò è opportuno che manifesti ed
esprima verso i confratelli la paterna carità con la quale il Padre celeste li
ama.
Art.
95. L’abate è inoltre mediatore della Parola di Dio, avendo
l’incarico di interpretare le divine Scritture nelle molteplici circostanze
della vita quotidiana. Mai però può porsi al disopra della Parola di Dio, anzi
deve sempre di più essere sottomesso ad essa.
Art.
96. Non è di minore importanza l’altro compito abbaziale che
è indicato da san Paolo come “discretio spirituum”, cioè saper conoscere le anime.
L’abate dunque si impegni a vedere distintamente se ciascuno dei suoi monaci
sia guidato dallo Spirito di Dio, oppure unicamente dalle aspirazioni terrene
della sua ambizione, o se sia ingannato dallo spirito di menzogna. Ma affinché
possa distinguere la voce dello Spirito da qualunque altra voce, è necessario
che egli stesso sia versato anche nelle cose spirituali per dottrina ed
esperienza.
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unque, quando uno
assume il titolo di Abate deve imporsi ai propri discepoli con un duplice
insegnamento, mostrando con i fatti più che con le parole tutto quello che è buono
e santo: in altri termini, insegni oralmente i comandamenti del Signore ai discepoli
più sensibili e recettivi, ma li presenti esemplificati nelle sue azioni ai più
tardi e grossolani. Confermi con la sua condotta che bisogna effettivamente
evitare quanto ha presentato ai discepoli come riprovevole, per non correre il
rischio di essere condannato dopo aver predicato agli altri e di non sentirsi
dire dal Signore per i suoi peccati: “Come ti arroghi di esporre i miei precetti
e di avere sempre la mia alleanza sulla bocca, tu che hai in odio la disciplina
e ti getti le mie parole dietro le spalle?” e ancora: “Tu che vedevi la
pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, non ti sei accorto della trave nel
tuo”. Si guardi dal fare preferenze nelle comunità: non ami l'uno piò dell'altro,
a eccezione di quello che avrà trovato migliore nella condotta e nell'obbedienza:
non anteponga un monaco proveniente da un ceto elevato a uno di umili origini,
a meno che non ci sia un motivo ragionevole per stabilire una tale precedenza.
Ma se, per ragioni di giustizia, riterrà di dover agire così lo faccia per
chiunque; altrimenti ciascuno conservi il proprio posto, perché, sia il servo
che il libero, tutti siamo una cosa sola in Cristo e, militando sotto uno
stesso Signore, prestiamo un eguale servizio. Infatti, “dinanzi a Dio non ci
sono parzialità” e una cosa sola ci distingue presso di lui: se siamo umili e
migliori degli altri nelle opere buone. Quindi l'abate ami tutti allo stesso
modo, seguendo per ciascuno una medesima regola di condotta basata sui
rispettivi meriti.
Art.
97. L’abate è il centro di unione della comunità, promuove
l’aspirazione concorde dei singoli ai fini comuni e coordina le inclinazioni e
le attività di tutti. Perciò egli deve sommamente stimare, comprendere e trattare
col dovuto rispetto la personalità di tutti i confratelli. L’abate che ha il
cuore sempre aperto e tempo disponibile per tutti, avrà cura che tutti obbediscano
non con una obbedienza qualsiasi, ma attiva e responsabile e che vi sia la
cooperazione cordiale dei singoli, affinché le doti di tutti fruttifichino nel
servizio di Dio. Cercherà di promuovere il dialogo sincero ed aperto. Renderà
consapevoli i confratelli dei problemi e dei progetti che toccano la vita del monastero
e di tutte le attività della casa: poiché si tratta di cose che appartengono
anche ad essi. Tuttavia si assumerà la responsabilità che gli proviene
dall’ufficio ricoperto, quando deve chiaramente stabilire ciò che, dopo attento
esame, gli sembra essere secondo la volontà di Dio.
Art.
98. L’abate nella sua qualità di promotore dell’unione,
metterà da parte tutto ciò che potrebbe favorire il distacco tra lui e i
confratelli, come per esempio: l’esagerato uso delle insegne prelatizie; i
segni antiquati di rispetto, in luogo dei quali siano osservate le attuali
regole della buona educazione; i privilegi che oggi sono difficilmente
comprensibili. Condurrà vita comune coi fratelli, mostrandosi ad essi esemplare
per fedeltà e zelo. Ridurrà al minimo possibile le occasioni che esigono la sua
assenza dal monastero. Infatti, pur essendo stato creato abate, egli resta
monaco e fratello tra fratelli, in modo che, come centro di unione e di carità,
si dedichi ad essi nell’amore di Cristo.
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er quanto riguarda
poi la direzione dei monaci, bisogna che tenga presente la norma dell'apostolo:
“Correggi, esorta, rimprovera” e precisamente, alternando i rimproveri agli
incoraggiamenti, a seconda dei tempi e delle circostanze, sappia dimostrare la
severità del maestro insieme con la tenerezza del padre. In altre parole, mentre
deve correggere energicamente gli indisciplinati e gli irrequieti, deve
esortare amorevolmente quelli che obbediscono con docilità a progredire sempre
più. Ma è assolutamente necessario che rimproveri severamente e punisca i
negligenti e coloro che disprezzano la disciplina. Non deve chiudere gli occhi
sulle eventuali mancanze, ma deve stroncarle sul nascere, ricordandosi della
triste fine di Eli, sacerdote di Silo. Riprenda, ammonendoli una prima e una
seconda volta, i monaci più docili e assennati, ma castighi duramente i
riottosi, gli ostinati, i superbi e i disobbedienti, appena tentano di trasgredire,
ben sapendo che sta scritto: “Lo stolto non si corregge con le parole”e anche:
“Battendo tuo figlio con la verga, salverai l'anima sua dalla morte”.
Art.
115. L’abate preside governa la congregazione secondo le
direttive del suo capitolo ed è il segno dell’unione fraterna che congiunge i
monasteri tra loro. Egli presta la sua opera in servizio dei fratelli affinché
nelle comunità fiorisca, si consolidi e si sviluppi la vita monasteriale
conforme alle costituzioni della congregazione. Spetta a lui stesso
incrementare i rapporti tra i monasteri per il bene di tutta la congregazione.
È però necessario che nella realizzazione di questo programma gli abati ed i
monaci di ogni monastero, siano di aiuto all’abate preside, in quanto coltivano
rapporti fraterni tra loro, si incontrano volentieri, collaborano negli studi,
partecipano a convegni su argomenti di natura spirituale o amministrativa, e
cercano di conoscersi e di stimarsi sempre di più.
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'abate deve sempre
ricordarsi quel che è e come viene chiamato, nella consapevolezza che sono
maggiori le esigenze poste a colui al quale è stato affidato di più. Bisogna
che prenda chiaramente coscienza di quanto sia difficile e delicato il compito
che si è assunto di dirigere le anime e porsi al servizio dei vari
temperamenti, incoraggiando uno, rimproverando un altro e correggendo un terzo:
perciò si conformi e si adatti a tutti, secondo la rispettiva indole e
intelligenza, in modo che, invece di aver a lamentare perdite nel gregge
affidato alle sue cure, possa rallegrarsi per l'incremento del numero dei
buoni. Soprattutto si guardi dal perdere di vista o sottovalutare la salvezza
delle anime, di cui è responsabile, per preoccuparsi eccessivamente delle realtà
terrene, transitorie e caduche, ma pensi sempre che si è assunto l'impegno di dirigere
delle anime, di cui un giorno dovrà rendere conto e non cerchi una scusante
nelle eventuali difficoltà economiche, ricordandosi che sta scritto :”Cercate
anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno
date in soprappiù” e anche: “Nulla manca a coloro che lo temono”. Sappia
inoltre che chi si assume l'impegno di dirigere le anime deve prepararsi a
renderne conto e stia certo che, quanti sono i monaci di cui deve prendersi
cura, tante solo le anime di cui nel giorno del giudizio sarà ritenuto
responsabile di fronte a Dio, naturalmente oltre che della propria. Così nel
continuo timore dell'esame a cui verrà sottoposto il pastore riguardo alle
pecore che gli sono state affidate mentre si preoccupa del rendiconto altrui,
si fa più attento al proprio e corregge i suoi personali difetti, aiutando gli
altri a migliorarsi con le sue ammonizioni.
Art.
123. L’abate generale, eletto dal capitolo generale, governa
l’Ordine secondo le direttive del capitolo stesso e le norme delle costituzioni
dell’Ordine, e promuove gli ideali della nostra unione.
L’abate
generale:
a.
È animatore e centro di
fraterna unione nell’Ordine e primariamente in quanto è pronto a servire,
accettando, favorendo e rappresentando tutte le famiglie dell’Ordine in maniera
giusta e imparziale. Fa suoi i valori e gli ideali comuni dell’Ordine, sia con
la sua azione personale sia con atti ufficiali. Ha gli stessi sentimenti
dell’Ordine, che esiste concretamente nelle nostre comunità e accoglie con
animo aperto le loro preoccupazioni tendenze ed opinioni.
b.
È promotore e coordinatore dei
progetti e delle risoluzioni comuni, che superano le possibilità delle singole
congregazioni e comunità, ma sono utili a tutte o a molte di esse. Ha lui
stesso parte attiva nella concezione ed elaborazione di tali progetti, incoraggia
le iniziative degli altri e, infine, spinge alla loro esecuzione con consigli e
fatti.
c.
Usando a servizio di tutti
l’autorità riconosciutagli nelle costituzioni, è padre, anzi fratello tra
fratelli, e desidera secondo la volontà di Cristo di essere utile più che di
comandare. Nelle lettere, nelle allocuzioni e nelle comunicazioni dirette
all’Ordine, egli si esprime con stile fraterno, di condiscepolo e conservo del
Signore, chi ricerca insieme ai confratelli la verità e la volontà di Dio.
Convinto egli stesso dei valori della vocazione religiosa, si industria di
manifestare ai confratelli e alle comunità. prospettive e possibilità nuove,
infondendo anche in essi speranza nel futuro.
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gni volta che in
monastero bisogna trattare qualche questione importante, l'abate convochi tutta
la comunità ed esponga personalmente l'affare in oggetto. Poi, dopo aver
ascoltato il parere dei monaci, ci rifletta per proprio conto e faccia quel che
gli sembra più opportuno. Ma abbiamo detto di consultare tutta la comunità,
perché spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore.
I monaci poi esprimano il loro parere con tutta umiltà e sottomissione, senza
pretendere di imporre a ogni costo le loro vedute; comunque la decisione spetta
all'abate e, una volta che questi avrà stabilito ciò che è più conveniente, tutti
dovranno obbedirgli. D'altra parte, come è doveroso che i discepoli obbediscano
al maestro, così è bene che anche lui predisponga tutto con prudenza ed equità.
Dunque in ogni cosa tutti seguano come maestra
Art.
102. I1 capitolo conventuale partecipa al governo della casa
ogni volta che si trattano nel monastero gli affari più importanti e specialmente
nei casi contemplati dalle costituzioni delle congregazioni e dal diritto comune.
Nel capitolo si procede con vero atto collegiale alla elezione dell’abate e in
modo collegiale, si prendono decisioni circa le attività del monastero, circa
l’ammissione e la formazione di nuovi fratelli e circa l’amministrazione dei
beni.
Art.
103. Ma il ruolo del capitolo non si deve limitare ai casi
nei quali, in forza del diritto comune o particolare, i capitolari devono dare
il loro voto deliberativo o consultivo. I confratelli devono essere riuniti
spesso a colloquio, in dialogo veramente fraterno, affinché si realizzi
efficacemente la partecipazione e l’interessamento di essi al bene del
monastero. Perciò il capitolo conventuale deve essere anche la sede in cui si
informano i fratelli delle cose del monastero, della congregazione e
dell’Ordine e dove gli ufficiali e gli esperti riferiscono rispettivamente
circa il loro operato o circa questioni di attualità.
Art.
104. Gli argomenti da trattarsi in capitolo siano scelti con
la collaborazione del consiglio più ristretto dell’abate, tenuto conto dei
desideri e dei problemi proposti dai confratelli, e siano notificati
convenientemente e in tempo utile ai capitolari, affinché ci sia il tempo per
riflettere sulle questioni e studiarle. In alcune materie sarà più opportuno
dare le risposte per iscritto. L’obbligo del segreto sia limitato agli
argomenti che esigono discrezione assoluta, ma i confratelli usino la massima
segretezza fuori del monastero per quanto concerne gli affari della famiglia
monastica.
Art.
105. Inoltre, nelle singole comunità, siano adottati mezzi
adatti per informare in modo abituale, tempestivo ed accurato, tutti, compresi
quelli che risiedono fuori della casa, intorno agli affari del monastero, della
congregazione e dell’Ordine.
Art.
106. Il consiglio dell’abate, composto di un numero più
ristretto di membri le chiamato spesso “consiglio degli anziani”, sia opportunamente
convocato per qualsiasi necessità o utilità della famiglia monastica ed anche
per trattare cose riservate. La comunità suole eleggere la metà circa dei
membri di questo consiglio, il resto è nominato dall’abate.
Art.
107. Mediante l’attuazione dei principi e dei consigli dati
fin qui, le comunità saranno in grado di acquistare nuovo vigore, saranno
famiglie che abitano nella casa di Dio, animate dalla carità, e schiere fraterne
ben ordinate, che godono di una salda unità, in seno alla quale ciascuno, adempiendo
i suoi doveri, rende servigio a tutti e da tutti riceve conforto.
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rima di tutto amare
il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze; poi
il prossimo come se stesso. Quindi non uccidere, non commettere adulterio, non
rubare, non avere desideri illeciti, non mentire; onorare tutti gli uomini, e
non fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi. Rinnegare
completamente se stesso. per seguire Cristo; mortificare il proprio corpo, non
cercare le comodità, amare il digiuno. Soccorrere i poveri, vestire gli ignudi,
visitare gli infermi, seppellire i morti ; alleviare tutte le sofferenze, consolare
quelli che sono nell'afflizione. Rendersi estraneo alla mentalità del mondo;
non anteporre nulla all'amore di Cristo. Non dare sfogo all'ira, non serbare
rancore, non covare inganni nel cuore, non dare un falso saluto di pace, non
abbandonare la carità. Non giurare per evitare spergiuri, dire la verità con il
cuore e con la bocca, non rendere male per male, non fare torti a nessuno, ma
sopportare pazientemente quelli che vengono fatti a noi; amare i nemici, non ricambiare
le ingiurie e le calunnie, ma piuttosto rispondere con la benevolenza verso i
nostri offensori, sopportare persecuzioni per la giustizia. Non essere superbo,
non dedito al vino, né vorace, non dormiglione, né pigro; non mormoratore, né
maldicente. Riporre in Dio la propria speranza, attribuire a Lui e non a sé
quanto di buono scopriamo in noi, ma essere consapevoli che il male viene da
noi e accettarne la responsabilità. Temere il giorno del giudizio, tremare al
pensiero dell'inferno, anelare con tutta l'anima alla vita eterna, prospettarsi
sempre la possibilità della morte. Vigilare continuamente sulle proprie azioni,
essere convinti che Dio ci guarda dovunque. Spezzare subito in Cristo tutti i
cattivi pensieri che ci sorgono in cuore e manifestarli al padre spirituale.
Guardarsi dai discorsi cattivi o sconvenienti, non amare di parlar molto, non
dire parole leggere o ridicole, non ridere spesso e smodatamente. Ascoltare
volentieri la lettura della parola di Dio, dedicarsi con frequenza alla
preghiera; in questa confessare ogni giorno a Dio con profondo dolore le colpe
passate e cercare di emendarsene per l'avvenire. Non appagare i desideri della
natura corrotta, odiare la volontà propria, obbedire in tutto agli ordini dell'abate,
anche se –Dio non voglia!– questi agisse diversamente da come parla, ricordando
quel precetto del Signore:” Fate quello che dicono, ma non fate quello che
fanno”. Non voler esser detto santo prima di esserlo, ma diventare veramente
tale, in modo che poi si possa dirlo con più fondamento. Adempiere
quotidianamente i comandamenti di Dio. Amare la castità, non odiare nessuno,
non essere geloso, non coltivare l'invidia, non amare le contese, fuggire
l'alterigia e rispettare gli anziani, amare i giovani, pregare per i nemici
nell'amore di Cristo, nell'eventualità di un contrasto con un fratello,
stabilire la pace prima del tramonto del sole. E non disperare mai della
misericordia di Dio. Ecco, questi sono gli strumenti dell'arte spirituale! Se
li adopereremo incessantemente di giorno e di notte e li riconsegneremo nel
giorno del giudizio, otterremo dal Signore la ricompensa promessa da lui
stesso: “Né occhio ha mai visto, né orecchio ha udito, né mente d'uomo ha
potuto concepire ciò che Dio ha preparato a coloro che lo amano”. L'officina
poi in cui bisogna usare con la massima diligenza questi strumenti è formata
dai chiostri del monastero e dalla stabilità nella propria famiglia monastica.
Art.
46. Dio ci chiama non soltanto a conseguire il fine esposto
sopra, ma anche ad adoperare i mezzi che Egli ci offre, tra i quali in primo
luogo i consigli evangelici, la vita nella comunità cistercense, la vita di
preghiera, l’amore della croce e il servizio che con il nostro lavoro dobbiamo
prestare alla comunità umana.
Art.
47. Nel seguire in modo speciale Cristo Maestro come suoi
discepoli, abbracciamo i consigli detti evangelici per essere sempre di più
uniti a Lui, per seguirLo più da vicino e sempre con maggior confidenza nella
via della conversione monastica.
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l segno più evidente
dell'umiltà è la prontezza nell'obbedienza. Questa è caratteristica dei monaci
che non hanno niente più caro di Cristo e, a motivo del servizio santo a cui si
sono consacrati o anche per il timore dell'inferno e in vista della gloria
eterna, appena ricevono un ordine dal superiore non si concedono dilazioni
nella sua esecuzione, come se esso venisse direttamente da Dio. E' di loro che
il Signore dice: “Appena hai udito, mi hai obbedito” mentre rivolgendosi ai
superiori dichiara: “Chi ascolta voi, ascolta me”. Quindi, questi monaci, che
si distaccano subito dalle loro preferenze e rinunciano alla propria volontà,
si liberano all'istante dalle loro occupazioni, lasciandole a mezzo, e si precipitano
a obbedire, in modo che alla parola del superiore seguano immediatamente i
fatti. Quasi allo stesso istante, il comando del maestro e la perfetta
esecuzione del discepolo si compiono di comune accordo con quella velocità che
è frutto del timor di Dio: così in coloro che sono sospinti dal desiderio di raggiungere
la vita eterna. Essi si slanciano dunque per la via stretta della quale il
Signore dice: “Angusta è la via che conduce alla vita”; perciò non vivono
secondo il proprio capriccio né seguono le loro passioni e i loro gusti, ma
procedono secondo il giudizio e il comando altrui; rimangono nel monastero e
desiderano essere sottoposti a un abate. Senza dubbio costoro prendono a
esempio quella sentenza del Signore che dice: “Non sono venuto a fare la mia
volontà, ma quella di colui che mi ha mandato”. Ma questa obbedienza sarà
accetta a Dio e gradevole agli uomini, se il comando ricevuto verrà eseguito
senza esitazione, lentezza o tiepidezza e tantomeno con mormorazioni o
proteste, perché l'obbedienza che si presta agli uomini è resa a Dio, come ha
detto lui stesso: “Chi ascolta voi, ascolta me”. I monaci dunque devono
obbedire con slancio e generosità, perché “Dio ama chi dà lietamente”. Se
infatti un fratello obbedisce malvolentieri e mormora, non dico con la bocca,
ma anche solo con il cuore, pur eseguendo il comando, non compie un atto
gradito a Dio, il quale scorge 1a mormorazione nell'intimo della sua coscienza;
quindi, con questo comportamento, egli non si acquista alcun merito, anzi, se
non ripara e si corregge, incorre nel castigo comminato ai mormoratori.
Art.
Art.
53. Perciò i monaci volendo compiere la volontà di Dio in
spirito di fede e di amore, desiderano essere governati dall’abate che fa per
loro le veci di Cristo. A lui essi prestano umilmente obbedienza a norma della
Regola e delle costituzioni, e danno il contributo della intelligenza, della volontà
e dei doni di grazia nell’esecuzione dei precetti e nel compimento degli uffici
loro affidati, sapendo di lavorare all’edificazione del Corpo di Cristo secondo
il volere di Dio. Così l’obbedienza religiosa anziché diminuire la dignità
della persona umana, la conduce alla maturità arricchita della libertà dei
figli di Dio.
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acciamo come dice il
profeta: “Ho detto: Custodirò le mie vie per non peccare con la lingua; ho
posto un freno sulla mia bocca, non ho parlato, mi sono umiliato e ho taciuto
anche su cose buone”. Se con queste parole egli dimostra che per amore del
silenzio bisogna rinunciare anche ai discorsi buoni, quanto più è necessario
troncare quelli sconvenienti in vista della pena riserbata al peccato! Dunque
l'importanza del silenzio è tale che persino ai discepoli perfetti bisogna concedere
raramente il permesso di parlare, sia pure di argomenti buoni, santi ed
edificanti, perché sta scritto: “Nelle molte parole non eviterai il peccato” e
altrove: “Morte e vita sono in potere nella lingua”. Se infatti parlare e
insegnare é compito del maestro, il dovere del discepolo è di tacere e ascoltare.
Quindi, se bisogna chiedere qualcosa al superiore, lo si faccia con grande
umiltà e rispettosa sottomissione. Escludiamo poi sempre e dovunque la
trivialità, le frivolezze e le buffonerie e non permettiamo assolutamente che
il monaco apra la bocca per discorsi di questo genere.
Art. 48. La castità volontaria accettata per il regno di
Dio, non consiste nella semplice rinunzia al matrimonio e alle gioie della famiglia
naturale, ma deve renderci liberi per poterci dedicare con tutte le forze
fisiche e psichiche alle cose di Dio e della Chiesa. Con la professione religiosa,
più direttamente e più intimamente vogliamo rendere testimonianza della attesa
cristiana del secolo futuro, dove gli uomini non si sposano, né vengono
sposati. Perciò La castità è anche un eccellente
segno escatologico della nostra vita.
Art.
49. Questa totale dedizione di sé a Dio deve offrire il
fondamento per la formazione della famiglia monastica. In questa famiglia di
Dio, la carità comune e la medesima vocazione sono il fondamento dell’amore e
dell’aiuto reciproco dei fratelli. Da una parte ciascuno deve portare fedelmente
i pesi degli altri, dall’altra tutti siamo partecipi dei doni e delle virtù in
cui i singoli si distinguono. In tal guisa abbracciamo nel migliore dei modi la
vita comunitaria di salvezza, vita che Dio stesso ha istituito nella Chiesa a
favore del genere umano. Così Dio dilata i nostri cuori e noi abbiamo la
capacità di amare con sincera ed operosa carità il prossimo e prima di tutti, i
confratelli e le consorelle nel monastero.
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a sacra Scrittura si
rivolge a noi, fratelli, proclamando a gran voce: “Chiunque si esalta sarà
umiliato e chi si umilia sarà esaltato”. Così dicendo, ci fa intendere che ogni
esaltazione è una forma di superbia, dalla quale il profeta mostra di volersi
guardare quando dice: “Signore, non si è esaltato il mio cuore, né si è innalzato
il mio sguardo, non sono andato dietro a cose troppo grandi o troppo alte per
me”. E allora? “Se non ho nutrito sentimenti di umiltà, se il mio cuore si è
insuperbito, tu mi tratterai come un bimbo svezzato dalla propria madre”.
Quindi, fratelli miei, se vogliamo raggiungere la vetta più eccelsa dell'umiltà
e arrivare rapidamente a quella glorificazione celeste, a cui si ascende
attraverso l'umiliazione della vita presente, bisogna che con il nostro
esercizio ascetico innalziamo la scala che apparve in sogno a Giacobbe e lungo
la quale questi vide scendere e salire gli angeli. Non c'è dubbio che per noi
quella discesa e quella salita possono essere interpretate solo nel senso che
con la superbia si scende e con l'umiltà si sale. La scala così eretta, poi, è
la nostra vita terrena che, se il cuore è umile, Dio solleva fino al cielo; noi
riteniamo infatti che i due lati della scala siano il corpo e l'anima nostra,
nei quali la divina chiamata ha inserito i diversi gradi di umiltà o di
esercizio ascetico per cui bisogna salire.
Art.
65. La vita del monaco deve consistere nel seguire Cristo
umile. Pentiti sinceramente dei nostri peccati e consapevoli dei nostri limiti,
anche se per divina misericordia siamo stati nobilitati, dobbiamo cercare la gloria
di Dio e non la nostra. Animati dallo spirito di umiltà, dobbiamo accettare
serenamente le tribolazioni e le privazioni, ed essere contenti, anche se i
comodi della vita sono pochi e se scarsi sono i mezzi di sussistenza. La vita
monastica può esistere soltanto sotto il segno della croce. Infatti mentre seguiamo
la carità di Cristo –che nessuno può avere maggiore– camminiamo per la via
della rinuncia e mortifichiamo le nostre membra per servire il Dio vivente.
Cristo invero, come chiamò i suoi discepoli, così ha chiamato anche noi a
portare la croce ogni giorno.
|
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unque il primo grado
dell'umiltà è quello in cui, rimanendo sempre nel santo timor di Dio, si fugge
decisamente la leggerezza e la dissipazione, si tengono costantemente presenti
i divini comandamenti e si pensa di continuo all'inferno, in cui gli empi sono
puniti per i loro peccati, e alla vita eterna preparata invece per i giusti. In
altre parole, mentre si astiene costantemente dai peccati e dai vizi dei
pensieri, della lingua, delle mani, dei piedi e della volontà propria, come
pure dai desideri della carne, l'uomo deve prendere coscienza che Dio lo
osserva a ogni istante dal cielo e che, dovunque egli si trovi, le sue azioni
non sfuggono mai allo sguardo divino e sono di continuo riferite dagli angeli.
E' ciò che ci insegna il profeta, quando mostra Dio talmente presente ai nostri
pensieri da affermare: “Dio scruta le reni e i cuori” come pure: “Dio conosce i
pensieri degli uomini”. Poi aggiunge: “Hai intuito di lontano i miei pensieri”
e infine: “Il pensiero dell'uomo sarà svelato dinanzi a te”. Quindi, per
potersi coscienziosamente guardare dai cattivi pensieri, bisogna che il monaco
vigile e fedele ripeta sempre tra sé: “Sarò senza macchia dinanzi a lui, solo
se mi guarderò da ogni malizia”. Ci è poi vietato di fare la volontà propria,
dato che
|
|
l secondo grado
dell'umiltà è quello in cui, non amando la propria volontà, non si trova alcun
piacere nella soddisfazione dei propri desideri, ma si imita il Signore, mettendo
in pratica quella sua parola, che dice: “Non sono venuto a fare la mia volontà,
ma quella di colui che mi ha mandato”. Cosa” pure un antico testo afferma: “La
volontà propria procura la pena, mentre la sottomissione conquista il premio”.
Art.
66. La partecipazione alla croce di Cristo, a cui siamo
chiamati, consiste per noi più frequentemente:
·
nell’umiliarci e nel fuggire la
vanagloria e le ambizioni egoistiche;
·
nel compiere bene il lavoro
quotidiano che oggi richiede spesso sacrifici tali da poter essere giustamente
paragonati alle austerità della vita monastica antica;
·
nell’esercitare la pazienza per
mezzo della quale sopportiamo serenamente le infermità del corpo e dell’anima,
i limiti delle nostre capacità e il peso della vita comune;
·
nell’amare i nemici, i
persecutori, i calunniatori;
·
nell’accettare la vecchiaia,
professando così in maniera più evidente la fede e la speranza nella vita
eterna.
|
|
L terzo grado
dell'umiltà è quello in cui il monaco per amore di Dio si sottomette al
superiore in assoluta obbedienza, a imitazione del Signore, del quale
l'Apostolo dice: “Fatto obbediente fino alla morte”.
Art. 67. Oltre a ciò, come nel battesimo abbiamo
promesso di opporci e di resistere a Satana e ai suoi allettamenti, nella vita
monastica vogliamo fuggire il mondo in quanto è sottomesso al diavolo e
respingere la concupiscenza della carne, i desideri cattivi, la superbia della
vita La fuga dal mondo consiste in primo luogo nel separarci interiormente
dalla mentalità del secolo che non vede nulla al di là della tomba e in questa
vita non stima altro che i piaceri del corpo e dell’anima. La separazione
esterna dal mondo, attuata in gradi diversi e in varie maniere dalle nostre
comunità, è segno e mezzo della rinuncia interiore.
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l quarto grado
dell'umiltà è quello del monaco che, pur incontrando difficoltà, contrarietà e
persino offese non provocate nell'esercizio dell'obbedienza, accetta in
silenzio e volontariamente la sofferenza e sopporta tutto con pazienza, senza
stancarsi né cedere secondo il monito della Scrittura: “Chi avrà sopportato
sino alla fine questi sarà salvato”. E ancora: “Sia forte il tuo cuore e spera
nel Signore”. E per dimostrare come il servo fedele deve sostenere per il
Signore tutte le possibili contrarietà, esclama per bocca di quelli che
patiscono: “Ogni giorno per te siamo messi a morte, siamo trattati come pecore
da macello”. Ma con la sicurezza che nasce dalla speranza della divina retribuzione,
costoro soggiungono lietamente: “E di tutte queste cose trionfiamo in pieno,
grazie a colui che ci ha amato”, mentre altrove
Art.
68. L’amore della croce e la nostra ferma opposizione allo
spirito del mondo, non deve renderci indifferenti verso i suoi autentici
valori, che devono essere adoperati da noi in servizio del regno di Dio. I
valori tecnici ed economici, sociali e culturali non ci sono affatto estranei,
perché il coltivarli arricchisce la nostra vita e ci inserisce nel consorzio
della famiglia umana.
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l quinto grado
dell'umiltà consiste nel manifestare con un'umile confessione al propri abate
tutti i cattivi pensieri che sorgono nell'animo o le colpe commesse in segreto,
secondo l'esortazione della Scrittura, che dice: “Manifesta al Signore la tua
via e spera in lui”. E anche: “Aprite l'animo vostro al Signore, perché è buono
ed eterna è la sua misericordia”, mentre il profeta esclama: “Ti ho reso noto
il mio peccato e non ho nascosto la mia colpa. Ho detto: “confesserò le mie
iniquità dinanzi al Signore” e tu hai perdonato la malizia del mio cuore”.
Art.
116.
|
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l sesto grado
dell'umiltà è quello in cui il monaco si contenta delle cose più misere e
grossolane e si considera un operaio incapace e indegno nei riguardi di tutto
quello che gli impone l'obbedienza, ripetendo a se stesso con il profeta: “Sono
ridotto a nulla e nulla so; eccomi dinanzi a te come una bestia da soma, ma
sono sempre con te”.
Art.
117. Lo scopo delle visite è oggi identico a quello di una
volta, anche se alcune formalità nel modo di effettuarle devono essere adattate
alle attuali condizioni di vita. Pur non dovendo essere sempre canoniche, le
visite siano frequenti anche ai nostri giorni, affinché si possa tempestivamente
provvedere alle necessità dei monasteri. È certo che un visitatore non è né un
legislatore, né un riformatore, ma deve esortare tutti ad un esame di coscienza.
La soluzione dei problemi infatti, non nasce affatto dalle imposizioni, ma
scaturisce dall’intima persuasione. Tutto questo pertanto richiede molto
impegno sia da parte del visitatore che dei visitati. Il visitatore, il cui
ufficio è soprattutto un servizio di carità. cerchi prima d’ogni altra cosa di
conoscere lo stato d’animo della comunità. Egli dovrà anche tener conto della
legittima autonomia del monastero e dei suoi fini particolari legittimamente
approvati affinché la visita possa arrecare al monastero un vero profitto. È
necessario però che i visitati aprano con umiltà e sincerità il loro animo al visitatore
cercando veramente il bene delle anime e il progresso della comunità nel
servizio di Dio. Abbiano presenti i limiti di una visita, cioè il campo
limitato delle questioni che può trattare e le reali possibilità dei suoi
interventi. Spesso una visita resta senza frutto a causa della sconsiderata e
infondata attesa di molti membri della comunità, i quali chiedono al visitatore
cose impossibili e non tardano a dichiararsi da lui ingannati.
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l settimo grado
dell'umiltà consiste non solo nel qualificarsi come il più miserabile di tutti,
ma nell'esserne convinto dal profondo del cuore, umiliandosi e dicendo con il
profeta: “Ora io sono un verme e non un uomo, l'obbrobrio degli uomini e il
rifiuto della plebe”; “Mi sono esaltato e quindi umiliato e confuso” e ancora:
“Buon per me che fui umiliato, perché imparassi la tua legge”.
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'ottavo grado
dell'umiltà è quello in cui il monaco non fa nulla al di fuori di ciò a cui lo
sprona la regola comune del monastero e l'esempio dei superiori e degli
anziani.
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l nono grado
dell'umiltà è proprio del monaco che sa dominare la lingua e, osservando
fedelmente il silenzio, tace finché non è interrogato, perché
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l decimo grado
dell'umiltà è quello in cui il monaco non è sempre pronto a ridere, perché sta
scritto: “Lo stolto nel ridere alza la voce”.
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'undicesimo grado
dell'umiltà è quello nel quale il monaco, quando parla, si esprime pacatamente
e seriamente, con umiltà e gravità, e pronuncia poche parole assennate, senza
alzare la voce, come sta scritto: “Il saggio si riconosce per la sobrietà nel
parlare”.
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l dodicesimo grado,
infine, è quello del monaco, la cui umiltà non è puramente interiore, ma
traspare di fronte a chiunque lo osservi da tutto il suo atteggiamento
esteriore, in quanto durante l'Ufficio divino, in coro, nel monastero, nell'orto,
per via, nei campi, dovunque, sia che sieda, cammini o stia in piedi, tiene
costantemente il capo chino e gli occhi bassi; e, considerandosi sempre reo per
i propri peccati, si vede già dinanzi al tremendo giudizio di Dio, ripetendo continuamente
in cuor suo ciò che disse, con gli occhi fissi a terra il pubblicano del
Vangelo: “Signore, io, povero peccatore, non sono degno di alzare gli occhi al
cielo”. E ancora con il profeta: “Mi sono sempre curvato e umiliato”. Una volta
ascesi tutti questi gradi dell'umiltà, il monaco giungerà subito a quella
carità, che quando è perfetta, scaccia il timore; per mezzo di essa comincerà
allora a custodire senza alcuno sforzo e quasi naturalmente, grazie
all'abitudine, tutto quello che prima osservava con una certa paura; in altre
parole non più per timore dell'inferno, ma per timore di Cristo, per la stessa
buona abitudine e per il gusto della virtù. Sono questi i frutti che, per opera
dello Spirito Santo, il Signore si degnerà di rendere manifesti nel suo servo,
purificato ormai dai vizi e dai peccati.
Art.
10. Fonte copiosissima e di grandissima importanza per la
nostra vita, è l’ispirazione dello Spirito Santo e la sua azione in noi.
Crediamo fermamente infatti che lo Spirito Santo opera anche in noi e infiamma
i nostri cuori affinché conosciamo meglio la volontà di Dio e la seguiamo con
maggior prontezza. Niente ci è tanto necessario quanto esaminare con cuore
sincero la vita e la vocazione nostra sotto l’illuminazione dello Spirito Santo
e corrispondere prontamente ai suoi impulsi. Senza dubbio, l’azione dello
Spirito, sebbene misteriosa, si manifesta massimamente nella fraterna concordia
dei fratelli che ricercano sinceramente la volontà di Dio e le forme idonee e
degne del suo servizio. Il colloquio aperto e onesto, la sincera deliberazione
in comune, la cooperazione responsabile di tutti i membri, sono in primo luogo,
i mezzi con i quali si manifestano la guida e gli impulsi dello Spirito Santo.
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urante la stagione
invernale, cioè dal principio di novembre sino a Pasqua, secondo un calcolo
ragionevole, la sveglia sia verso le due del mattino, in modo che il sonno si
prolunghi un po' oltre la mezzanotte e tutti si possano alzare sufficientemente
riposati. Il tempo che rimane dopo l'Ufficio vigilare venga impiegato dai
monaci, che ne hanno bisogno, nello studio del salterio o delle lezioni. Da
Pasqua, invece, sino al suddetto inizio di novembre, l'orario venga disposto in
modo tale che, dopo un brevissimo intervallo nel quale i fratelli possono
uscire per le necessità della natura, l'Ufficio vigilare sia seguito immediatamente
dalle Lodi, che devono essere recitate al primo albeggiare.
Art.
18. L’Ordine, allo stesso modo di un individuo o di una
qualunque società particolare, conserva in sé stesso il suo passato, parta
l’eredità e il peso non solo della sua storia dall’inizio di Cistercio, ma
anche della storia del monachesimo in generale, le cui radici risalgono fino ai
primi secoli del cristianesimo. Perciò è utile ricordare brevemente le fasi
principali della storia del monachesimo e la loro importanza.
Art.
19. Forme primitive di vita monastica esistevano nella
Chiesa fin dal principio: i confessori e le vergini, la vita dei quali è chiamata
da alcuni “monachesimo domestico”. Nel terzo secolo, oltre alla forma predetta,
compaiono in tutta
Art.
20. Senza dubbio sovrasta tutte le altre
Art.
21.
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el suddetto periodo
invernale si dica prima di tutto per tre volte il versetto: “Signore, apri le
mie labbra e la mia bocca annunzierà la tua lode”, a cui si aggiunga il salmo 3
con il Gloria; dopo di questo il salmo 94 cantato con l'antifona oppure
lentamente. Quindi segua l'inno e poi sei salmi con le antifone, finiti i quali
e detto il versetto, l'abate dia la benedizione e, mentre tutti stanno seduti
ai rispettivi posti, i fratelli leggano a turno dal lezionario posto sul leggio
tre lezioni, intercalate da responsori cantati. Due responsori si cantino senza
il Gloria, ma dopo la terza lezione il cantore lo intoni e allora tutti subito
si alzino in piedi per l'onore e la riverenza dovuti alla Santa Trinità. Quanto
ai libri da leggere nell'Ufficio vigilare, siano tutti di autorità divina, sia
dell'antico che del nuovo Testamento, compresi i relativi commenti, scritti da
padri di sicura fama e genuina fede cattolica. Dopo queste tre lezioni con i
rispettivi responsori, seguano gli altri sei salmi da cantare con l'Alleluia e
dopo questi una lezione tratta dalle lettere di S. Paolo, da recitarsi a
memoria, il versetto, la prece litanica, cioè il Kyrie eleison, e così si metta
fine all'Ufficio vigilare.
Art.
22.
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a Pasqua fino al
principio di novembre si mantenga lo stesso numero di salmi, che è stato
prescritto sopra; eccetto che, a causa della brevità delle notti, non si
leggano le lezioni dal lezionario, ma, invece di tre, se ne reciti a memoria
una sola dell'antico Testamento seguita da un responsorio breve; tutto il resto
si svolga, come è già stato prescritto, cioè nell'Ufficio vigiliare non si
dicano mai meno di dodici salmi, senza contare i salmi 3 e 94.
Art.
23. Nell’undicesimo secolo tra i monaci –ed i canonici–
sorsero nuovi movimenti spirituali con l’intento di ritornare alla vera povertà
evangelica, al lavoro manuale, alla “purità della Regola” e alle fonti
autentiche del monachesimo antico. Cistercio fu fondato con questo scopo. I
fondatori del “Nuovo `Monastero” ristabilirono l’equilibrio tra la vita
liturgica e il lavoro, pur senza ripristinare in tutto la regola alla lettera.
Infatti conservarono molte funzioni liturgiche ignote a san Benedetto e
introdotte in seguito –per esempio, la messa conventuale quotidiana– e così
l’orario giornaliero venne mutato. Inoltre essi ammisero i fratelli conversi,
perché affermavano che diversamente non avrebbero potuto “osservare giorno e
notte i precetti della Regola”. Quindi essi in molti punti prendevano
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er l'Ufficio
vigilare della domenica ci si alzi un po' prima. Anche in questo caso si
osservi un determinato ordine, cioè, dopo aver cantato sei salmi come abbiamo
stabilito sopra ed essersi seduti tutti ordinatamente ai propri posti, si
leggano sul lezionario quattro lezioni con i relativi responsori, secondo
quanto abbiamo già detto; solo al quarto responsorio il cantore intoni il
Gloria e allora tutti si alzino subito in piedi con riverenza. A queste lezioni
seguano per ordine altri sei salmi con le antifone come i precedenti e il
versetto. Quindi si leggano di nuovo altre quattro lezioni con i propri responsori,
secondo le norme precedenti. Poi si recitino tre cantici, tratti dai libri dei
Profeti a scelta dell'abate, che si devono cantare con l'Alleluia. Detto quindi
il versetto, con la benedizione dell'abate si leggano altre quattro lezioni del
nuovo Testamento nel modo gi indicato. Dopo il quarto responsorio l'abate intoni
l'inno Te Deum laudamus, finito il quale lo stesso abate legga la lezione dai
Vangeli, mentre tutti stanno in piedi con la massima reverenza. Al termine di
questa lettura tutti rispondano Amen, poi l'abate prosegua immediatamente con
l'inno Te decet laus e, recitata la preghiera di benedizione, si incomincino le
lodi. Quest'ordine dell'Ufficio vigiliare della domenica dev'essere mantenuto
in ogni stagione, tanto d'estate che d'inverno, salvo il caso deprecabile in
cui i monaci si alzassero più tardi, nella quale circostanza bisognerà abbreviare
le lezioni e i responsori. Si stia però bene attenti che ciò non avvenga; ma se
dovesse accadere, il responsabile di una simile negligenza ne faccia in coro
degna riparazione a Dio.
Art.
24. Poiché con la rapidissima fondazione di centinaia di
abbazie e con l’incorporazione di alcune congregazioni –
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lle Lodi della
domenica, prima di tutto si dica il salmo 66 tutto di seguito, senza antifona,
quindi il salmo 50 con l'Alleluia, poi il 117 e il 62 quindi il cantico dei tre
fanciulli nella fornace (il Benedicite), i salmi di lode, una lezione
dell'Apocalisse a memoria, il responsorio, l'inno, il versetto, il cantico del
Vangelo (il Benedictus) e la prece litanica con cui si finisce.
Art.
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ei giorni feriali le
Lodi si celebrino nel modo seguente: si dica il salmo 66 senza antifona,
recitandolo lentamente in modo che tutti possano essere presenti per il salmo
50, che deve dirsi con l'antifona. Dopo di questi, si dicano altri due salmi
secondo la consuetudine e cioè al lunedì i salmi 5 e 35, al martedì il 42 e il
56, al mercoledì il 63 e il 64, al giovedì l'87 e l'89, al venerdì il 75 e il
91 e al sabato il 142 con il cantico del Deuteronomio, diviso in due parti dal
Gloria. In tutti gli altri giorni poi si dica il cantico profetico proprio di
quel giorno, secondo l'uso della Chiesa romana. Quindi seguano i salmi di lode,
una breve lezione dell'Apostolo a memoria, il responsorio, l'inno, il versetto,
il cantico del Vangelo, la prece litanica e così si termina. Ma l'Ufficio delle
Lodi e del Vespro non si chiuda mai senza che, secondo l'uso stabilito, alla
fine, tra l'attenzione di tutti, il superiore reciti il Pater per le offese
alla carità fraterna che avvengono di solito nella vita comune, in modo che i
presenti possano purificarsi da queste colpe, grazie all'impegno preso con la
stessa preghiera nella quale dicono: “Rimetti a noi, come anche noi
rimettiamo”. Nelle altre Ore, invece, si dica ad alta voce solo l'ultima parte
del Pater, a cui tutti rispondano: “Ma liberaci dal male”.
Art.
26. Durante questi secoli aumentava sempre di più
nell’Ordine l’importanza del sacerdozio e molti monasteri accettarono vari
impegni di ministero pastorale. Dopo il Concilio di Trento, in molte parti
dell’Ordine la cura pastorale nelle parrocchie divenne la forma di lavoro e
l’attività principale di molti monaci sacerdoti.
Art.
27. L’educazione della gioventù nelle scuole ha lontane e
forti radici nella tradizione monastica antica e, sebbene i primi cistercensi
per le circostanze dei tempi, avessero rifiutato di dedicarsi a tale attività,
in seguito la accettarono sotto forme diverse. L’insegnamento nelle scuole
pubbliche fu assunto da molti monasteri, specialmente a partire dal secolo
XVIII, quando nacque il sistema di educazione moderno.
Art.
28. L’Ordine soffrì gravi danni nel secolo XVI a causa della
riforma protestante e delle sue conseguenze, ma nel secolo XVII, incominciò a
fiorire nuovamente in molte regioni. Le abbazie che in questo periodo per
l’introduzione della cura pastorale e dell’attività scolastica, partecipavano
ai doveri ed alle sollecitudini delle chiese locali, procuravano di adattare
gran parte della loro vita a questi nuovi compiti. Ma la rivoluzione francese ,
il Giuseppinismo e le secolarizzazioni che presto seguirono in altre regioni
non solo distrussero la maggior parte dei monasteri, ma annientarono radicalmente
anche l’organizzazione dell’Ordine. Con la soppressione di Cîteaux, siccome non
cerano Costituzioni dell’Ordine adatte a superare le difficoltà e senza la
possibilità di convocare il Capitolo Generale, l’antico diritto costituzionale
dell’Ordine si cambiò. Alla morte dell’Abate di Cîteaux, anche la stessa Santa
Sede si trovava in grandi difficoltà e solo in maniera provvisoria poté
provvedere all’Ordine. Però al rientro a Roma dalla prigione di Napoleone, Pio
VII stabilì capo dell’Ordine l’Abate Presidente della Congregazione di S.
Bernardo in Italia che lo fu fino al 1880. Senza impedimento la giurisdizione
di questo Abate Presidente Generale quasi unicamente si limitava sulla conferma
dei neoeletti Abati della Stretta Osservanza. Quando nell’anno 1834 fu eretta
la prima Congregazione della BMV della Trappa si diceva chiaramente che quella
Congregazione stava sotto la giurisdizione dell’Abate Generale. Lo sforzi per
convocare un Capitolo Generale di tutti gli Abati non ebbero un felice esito e
così il primo Capitolo Generale, dopo
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elle feste dei Santi e in tutte le solennità si proceda come abbiamo
stabilito per la domenica, ad eccezione dei salmi, delle antifone e delle
lezioni, che saranno proprie di quel giorno; si segua però l'ordine già
fissato.
Art. 29. Già nel secolo XIX, gli abati dei restanti
monasteri si radunarono più volte nel capitolo generale e per tre volte nel
secolo XX composero anche le Costituzioni del supremo regime dell’Ordine.
Contemporaneamente più monasteri sorti al di fuori dell’Ordine, e la congregazione
di Casamari, si unirono ad esso e sono state fatte molte fondazioni anche in
terra di missione. Dopo la seconda guerra mondiale i monasteri di monache della
Spagna e dell’Italia formarono Federazioni di diritto pontificio che anno
grandi meriti tanto nel campo spirituale che in quello materiale e è
conveniente che loro lavoro per il bene dei monasteri e dell’Ordine continui. Così è nato l’Ordine attuale che abbraccia una realtà
assai complessa. e questo è sommamente necessario che nel lavoro di
aggiornamento, le singole comunità conoscano prima di tutto i loro compiti e li
determinino con chiarezza e sincerità. Tale chiarificazione avrà il potere di
infondere vitalità e comprensione reciproca anche nell’Ordine.
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'Alleluia si dica
sempre dalla santa Pasqua fino a Pentecoste, tanto nei salmi che nei
responsori; da Pentecoste poi sino al principio della Quaresima lo si dica
soltanto negli ultimi sei salmi dell'Ufficio notturno. Ma in tutte le domeniche
che cadano fuori del tempo quaresimale i cantici, le Lodi, Prima, Terza, Sesta
e Nona si dicano con l'Alleluia, mentre il Vespro avrà le antifone proprie. I
responsori, invece, non si dicano mai con l'Alleluia, se non da Pasqua a
Pentecoste.
Art.
59. Il monaco che nella imitazione di Cristo cerca Dio e
brama servirlo, prega spesso. La mente e il cuore si elevano alla considerazione
delle cose divine, ora con la meditazione della Parola di Dio che si rivela in
noi, ora con la preghiera comune o con quella privata conforme al Verbo di Dio.
In questo modo possiamo trovare la fonte di ispirazione di tutte le nostre
azioni e nello stesso tempo possiamo conoscere meglio e rettificare con più
frequenza l’indirizzo della nostra vita.
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ette volte al giorno
ti ho lodato, dice il profeta. Questo sacro numero di sette sarà adempiuto da
noi, se assolveremo i doveri del nostro servizio alle Lodi, a Prima, a Terza, a
Sesta, a Nona, a Vespro e Compieta, perché proprio di queste ore diurne il
profeta ha detto: “Sette volte al giorno ti ho lodato”. Infatti nelle Vigilie
notturne lo stesso profeta dice: “Nel mezzo della notte mi alzavo per lodarti”.
Dunque in queste ore innalziamo lodi al nostro Creatore “per le opere della sua
giustizia” e cioè alle lodi, a Prima, a Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro e a
Compieta e di notte alziamoci per celebrare la sua grandezza.
Art.
60. Come la vocazione religiosa è una grazia di Dio, allo
stesso modo il nostro potere di pregare non deriva da noi, ma dallo Spirito
Santo, nel quale esclamiamo: “Abba - Padre”. Nell’accostarsi ai sacramenti e
specialmente nella celebrazione quotidiana, dell’Eucaristia, si alimenta con
assiduità in noi la vita della grazia e la nostra preghiera si unisce
sacramentalmente agli atti salvifici di Cristo. I monaci poi, come appare
chiaramente dalla tradizione monastica e dalle disposizioni ecclesiastiche,
sono chiamati in modo tutto particolare, a continuare la preghiera di Cristo
nella Chiesa, sia nella celebrazione della messa e dell’ufficio divino, che
devono avere il primato nella loro vita, sia nelle altre forme della preghiera
che deve permeare nella maniera sua propria tutta la vita.
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bbiamo già stabilito
l'ordine della salmodia per l'Ufficio notturno e per le Lodi; adesso
provvediamo per le altre Ore. All'ora di Prima si dicano tre salmi separatamente,
ciascuno con il proprio Gloria e l'inno della stessa Ora segua il versetto Deus
in adiutorium prima di iniziare i salmi. Finiti i tre salmi, si reciti una sola
lezione, il versetto, il Kyrie eleison e le preci finali. A Terza, a sesta e a
Nona si celebri l'Ufficio secondo lo stesso ordine e cioè il versetto iniziale,
gli inni delle rispettive Ore, tre salmi, la lezione, il versetto, il Kyrie eleison
e le preci finali. Se la comunità fosse numerosa, si salmeggi con le antifone,
altrimenti si recitino i salmi tutti di seguito. L'Ufficio del Vespro comprenda
quattro salmi con le antifone, dopo i quali si reciti la lezione, quindi il
responsorio, l'inno, il versetto, il cantico del Vangelo, il Kyrie e il Pater,
a cui segue il congedo. Compieta, infine, consista in tre salmi di seguito,
senza antifona, ai quali segua l'inno della medesima ora, una sola lezione, il
versetto, il Kyrie eleison e la benedizione con cui si conclude.
Art.
61. Nella celebrazione eucaristica si fa presente il
sacrificio di Cristo offerto una volta per sempre sulla croce, offerto ogni
giorno per noi e le azioni umane che
venerano Dio, diventano segno efficace delle azioni di Lui, così che il dono e
la parola di Dio e la risposta degli uomini mediante la lode e il rendimento di
grazie, si uniscono strettamente per dar gloria a Dio e per santificare l’uomo.
Tutti i ministeri ecclesiastici infatti, sono ordinati alla celebrazione
dell’Eucaristia, vero centro di tutta la liturgia, anzi della vita cristiana.
Perciò è necessario che essa occupi il primo posto anche nella nostra vita
monastica nel sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convivio
pascale, sul quale si riceve Cristo, l’anima è ricolma di grazia e ci è donato
il pegno della gloria futura. L’adorazione di Cristo presente nell’Eucaristia è
un aiuto perchè l’attiva partecipazione al sacrificio di Cristo continui
efficacemente tutto il giorno.
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rima di tutto si
dica il versetto: “O Dio, vieni in mio soccorso; Signore, affrettati ad
aiutarmi”, il Gloria e poi l'inno di ciascuna Ora. A Prima della domenica si
dicano quattro strofe del salmo 118; alle altre Ore, cioè a Terza, Sesta e
Nona, si dicano tre strofe per volta dello stesso salmo. A Prima del lunedì si
recitino tre salmi e cioè il salmo 1, il 2 e il 6; e così nei giorni successivi
fino alla domenica si dicano di seguito tre salmi fino al
Art.
62. Nella riforma dell’ufficio divino, che deve essere
continuata e completata, è necessario prima di tutto avere cura dell’unità e
dell’armonia tra la liturgia e le altre attività della vita religiosa, perché
sebbene la liturgia sia “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e
insieme, la fonte da cui scaturisce tutta la sua virtù”, tuttavia non esaurisce
completamente l’opera della Chiesa e del monastero. Perciò lo svolgimento della
giornata sia ordinato a celebrare fruttuosamente la liturgia e la struttura
della liturgia e i modi di celebrarla siano tali che possano alimentare e
animare la vita quotidiana.
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appiamo per fede che
Dio è presente dappertutto e che “gli occhi del Signore guardano in ogni luogo
i buoni e i cattivi”, ma dobbiamo crederlo con assoluta certezza e senza la
minima esitazione, quando prendiamo parte all'Ufficio divino. Perciò
ricordiamoci sempre di quello che dice il profeta: “Servite il Signore nel
timore” e ancora: “Lodatelo degnamente” e ancora: “Ti canterò alla presenza
degli angeli”. Consideriamo dunque come bisogna comportarsi alla presenza di
Dio e dei suoi Angeli e partecipiamo alla salmodia in modo tale che l'intima
disposizione dell'animo si armonizzi con la nostra voce.
Art.
63. Alla vita di preghiera appartiene necessariamente anche
la “lectio divina” che richiede una preparazione idonea e alcune condizioni, in
virtù delle quali essa possa essere una vera lettura orante, tranquilla e costante.
Ornata di tali doti, la “lectio divina” aiuta efficacemente il monaco a diventare
sempre di più “uomo dì Dio” e a percepire chiaramente la presenza e la volontà
di Dio. L’osservanza del silenzio ci aiuti molto a favorire lo spirito di
preghiera. Rispettando fedelmente il tempo del silenzio, i nostri cuori si
dispongono ad ascoltare meglio
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e quando dobbiamo
chiedere un favore a qualche personaggio, osiamo farlo solo con soggezione e
rispetto, quanto più dobbiamo rivolgere la nostra supplica a Dio, Signore di
tutte le cose, con profonda umiltà e sincera devozione. Bisogna inoltre sapere
che non saremo esauditi per le nostre parole, ma per la purezza del cuore e la
compunzione che strappa le lacrime. Perciò la preghiera dev'essere breve e
pura, a meno che non venga prolungata dall'ardore e dall'ispirazione della
grazia divina. Ma quella che si fa in comune sia brevissima e quando il
superiore dà il segno, si alzino tutti insieme.
Art.
64. L’unità di vita si manifesta nell’armonica fusione dei
suoi elementi. Anzitutto l’azione liturgica dei monasteri sia lucerna ardente e
luminosa che vivifica tutta la chiesa locale. Le celebrazioni liturgiche
attirino i cristiani vicini alla partecipazione attiva e offrano ad essi una
sorgente abbondantissima per la loro vita spirituale.
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e la comunità è
abbastanza numerosa, si scelgano in essa alcuni monaci di buon esempio e di
santa vita per costituirli decani; essi vigileranno premurosamente, secondo le
leggi di Dio e gli ordini dell'abate sui gruppi di dieci fratelli affidati alle
loro rispettive cure. Come decani devono essere eletti quei monaci con i quali
l'abate possa tranquillamente condividere i suoi pesi e in tale scelta non
bisogna tener conto dell'ordine di anzianità, ma regolarsi solo in
considerazione della condotta esemplare e della scienza delle cose di Dio. Se
poi fra questi decani ce ne fosse qualcuno che, montato un po' in superbia,
dovesse essere ripreso, sia rimproverato una prima, una seconda e una terza volta
e, se non vorrà correggersi, venga sostituito con un altro veramente degno. La
stessa cosa stabiliamo per il priore.
Art.
77. Dopo aver delineato la figura del nostro Ordine nella
sua esistenza concreta e dopo aver brevemente esposti i valori fondamentali
della vita cistercense, ci resta ora da considerare l’ordinamento pratico della
vita e la conveniente struttura giuridica delle singole comunità, di ciascuna
congregazione e dell’Ordine intero. Non è per nulla sufficiente infatti,
esporre la dottrina intorno ai valori e ai fini nostri, ma dobbiamo anche
ricercare i principi pratici e giuridici, mediante i quali, la vita delle
comunità viene ordinata e mossa a raggiungere quei fini. Riteniamo di dover trattare
soltanto gli elementi e i principi che ci sembrano necessari per risolvere
adeguatamente i problemi odierni, rimandando l’ordinamento più preciso della
vita alle costituzioni dell’Ordine, delle congregazioni e agli statuti locali.
E precisamente, prima esporremo i caratteri fondamenti di qualsiasi organizzazione
giuridica e dell’esercizio dell’autorità, poi tratteremo dei principi riguardanti
il governo del monastero, della congregazione e dell’Ordine. In ultimo
aggiungeremo qualche parola sui rapporti del nostro Ordine con gli altri Ordini
monastici e con gli organi della Chiesa.
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iascun monaco dorma
in un letto proprio e ne riceva la fornitura conforme alle consuetudini
monastiche e secondo quanto disporrà l'abate. Se è possibile dormano tutti
nello stesso locale, ma se il numero rilevante non lo permette, riposino a
dieci o venti per ambiente insieme con gli anziani incaricati della
sorveglianza. Nel dormitorio rimanga sempre accesa una lampada fino al mattino.
Dormano vestiti, con ai fianchi semplici cinture o corde, senza portare
coltelli appesi al lato mentre riposano, per non ferirsi nel sonno. Così i
monaci siano sempre pronti e, appena dato il segnale, alzandosi senza indugio
si affrettino a prevenirsi vicendevolmente per l'Ufficio divino, ma sempre con
la massima gravità e modestia. I più giovani non abbiano i letti vicini, ma
alternati con quelli dei più anziani. Quando poi si alzano per l'Ufficio
divino, si esortino garbatamente a vicenda per prevenire le scuse degli
assonnati.
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e qualche fratello
si dimostrerà ribelle o disobbediente o superbo o mormoratore, o assumerà un
atteggiamento di ostilità e di disprezzo nei confronti di qualche punto della
santa Regola o degli ordini dei superiori, questi lo rimproverino una prima e
una seconda volta in segreto, secondo il precetto del Signore. Se non si
migliorerà, venga ripreso pubblicamente di fronte a tutti. Ma nel caso che
anche questo provvedimento si dimostri inefficace, sia scomunicato, purché sia
in grado di valutare la portata di una tale punizione. Se invece difetta di una
sufficiente sensibilità, sia sottoposto al castigo corporale.
Art.
78. Quanto segue vale in tutto anche per i monasteri delle
nostre monache salvo che non risulti diversamente dalla natura stessa delle
cose. Infatti le monache cistercensi non costituiscono un «secondo ordine» posto
accanto al «primo», quello dei monaci ma fanno completamente parte dello stesso
Ordine Cistercense. I monasteri femminili sono realmente sui juris, anche se
per quanto riguarda la giurisdizione, dipendono in qualche cosa dal padre
immediato o dal vescovo. Inoltre non pochi di essi sono membri di nostre
congregazioni e seguono le stesse leggi dei monaci. Perciò non v’è dubbio che
debba essere promossa, sia pur cautamente ma costantemente ed efficacemente, la
partecipazione delle monache alle decisioni che riguardano non solo la loro vita,
bensì anche la loro congregazione o tutto l’Ordine.
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a scomunica e, in
genere, la punizione disciplinare dev'essere proporzionata alla gravità della
colpa e ciò è di competenza dell'abate. Però il monaco che avrà commesso
mancanze meno gravi sia escluso dalla mensa comune. Il trattamento inflitto a
chi viene escluso dalla mensa è il seguente: in coro non intoni salmo, né antifona,
né reciti lezioni fino a quando non avrà riparato alle sue mancanze; mangi da
solo dopo la comunità, sicché se, per esempio, i monaci pranzano all'ora di
Sesta, egli mangi a Nona; se pranzano a Nona, egli a Vespro, fino a quando avrà
ottenuto il perdono con una conveniente riparazione.
Art.
81. Pur restando necessario che la comunità monastica sia
anzitutto basata sulla carità di Cristo e dei fratelli, come anche sulla
volontaria accettazione dei fini e dei compiti del proprio monastero, tuttavia
in quanto stabile associazione di uomini tendente al raggiungimento di un fine
determinato, postula una struttura stabile, cioè un retto ordinamento per mezzo
delle leggi e delle prescrizioni dei superiori. Così infatti viene rafforzata
la stabilità e la continuità di vita, le risorse dei singoli sono dirette con
maggiore efficacia al raggiungimento del fine comune e l’operosità dei membri è
regolata all’insegna della pace. Oltre alle leggi ed altri statuti scritti, che
servono a regolare gli aspetti piuttosto permanenti della vita, è necessaria
anche l’autorità personale dell’abate e degli ufficiali, affinché possa essere
stabilito responsabilmente e nel momento opportuno come agire concretamente,
ciò che è impossibile determinare con leggi minuziose, date le situazioni tanto
varie e mutevoli della vita moderna. Nell’emanare leggi o norme, hanno grande
importanza i capitoli, i consigli e gli altri organi che rappresentano la
comunità e che in molti casi, determinati dal diritto, hanno anche voce
deliberativa. Questi stessi organi debbono aiutare i superiori e gli altri ufficiali
a prendere decisioni concrete che per legge spettano soltanto ad essi, senza
però sopprimere o sminuire la loro responsabilità e il loro diritto a decidere.
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l monaco colpevole
di mancanze più gravi sia invece sospeso oltre che dalla mensa anche dal coro.
Nessuno lo avvicini per fargli compagnia o parlare di qualsiasi cosa. Attenda
da solo al lavoro che gli sarà assegnato e rimanga nel lutto della penitenza,
consapevole della terribile sentenza dell'apostolo che dice: “Costui è stato
consegnato alla morte della carne, perché la sua anima sia salva nel giorno del
Signore”. Prenda il suo cibo da solo nella quantità e nell'ora che l'abate
giudicherà più conveniente per lui; non sia benedetto da chi lo incontra e non
si benedica neppure il cibo che gli viene dato.
Art.
82. L’autorità delle leggi e dei superiori nell’ambito del
monastero e la legittima autorità civile hanno molti aspetti in comune, ma non
possono essere considerate equivalenti in tutti i sensi. Infatti in primo luogo
l’autorità che viene esercitata nel monastero ha sempre carattere ecclesiale
derivante sia dalla approvazione della Regola e delle costituzioni da parte
della Santa Sede, sia dall’accettazione della nostra professione da parte della
Chiesa. Pertanto l’amore al monastero scaturisce dall’amore alla Chiesa alla
quale ci uniamo più intimamente mediante la professione, e tanto più esso
cresce quanto più amiamo
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e qualche monaco
oserà avvicinare in qualche modo un fratello scomunicato, o parlare con lui, o
inviargli un messaggio, senza l'autorizzazione dell'abate, incorra nella
medesima punizione.
Art.
83. Nella organizzazione e nella legislazione riguardanti la
vita monastica, come anche nell’esercizio dell’autorità personale, vanno
diligentemente presi in considerazione quei principi sociologici fondati sul
diritto naturale, che, compresi più chiaramente in questi ultimi tempi, sono
inculcati con molta insistenza dal magistero ecclesiastico. Tra di essi sono
per noi della massima importanza i principi correlativi della dignità della persona
e della solidarietà, della sussidiarietà e del pluralismo legittimo nell’ambito
della necessaria unità.
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'abate deve
prendersi cura dei colpevoli con la massima sollecitudine, perché “non sono i
sani che hanno bisogno del medico, ma i malati”. Perciò deve agire come un
medico sapiente, inviando in qualità di amici fidati dei monaci anziani e
prudenti che quasi inavvertitamente confortino il fratello vacillante e lo spingano
a un'umile riparazione, incoraggiandolo perché “non sia sommerso da eccessiva
tristezza”, in altre parole “gli usi maggiore carità”, come dice l'Apostolo “e
tutti preghino per lui”. Bisogna che l'abate sia molto vigilante e si impegni
premurosamente con tutta l'accortezza e la diligenza di cui è capace per non
perdere nessuna delle pecorelle a lui affidate. Sia pienamente cosciente di
essersi assunto il compito di curare anime inferme e non di dover esercitare il
dominio sulle sane e consideri con timore il severo oracolo del profeta per
bocca del quale il Signore dice: “Ciò che vedevate pingue lo prendevate; ciò
invece che era debole lo gettavate via”. Imiti piuttosto la misericordia del
buon Pastore che, lasciate sui monti le novantanove pecore, andò alla ricerca
dell'unica che si era smarrita ed ebbe tanta compassione della sua debolezza
che si degnò di caricarsela sulle sue sacre spalle e riportarla così all'ovile.
Art.
84. Il principio della
dignità della persona, fondamentale precetto della dottrina sociale
cattolica afferma che la persona umana è, e deve essere, soggetto e fine di
tutte le istituzioni sociali. Perciò tutte le nostre strutture giuridiche debbono,
prima d’ogni altra cosa, avere il fine di condurre i nostri confratelli a
conseguire più pienamente e più speditamente la loro propria perfezione e ad
adempiere più facilmente i doveri della loro vocazione. Anche nella
legislazione e nel governo del monastero o dell’Ordine deve essere considerata
e riconosciuta la dignità sacra della persona umana fondata sulla natura
dell’uomo e ancora di più sulla sua vocazione soprannaturale, e i diritti
inalienabili da essa derivanti. Da ciò consegue anche che le prescrizioni delle
leggi e gli ordini dei superiori non debbono ridurre i monaci ad una puerile
sottomissione ma debbono portarli a matura e cristiana libertà e alla
responsabile partecipazione al governo per il bene di tutta la comunità,
considerando la loro personale capacità e lasciando largo margine alle prudenti
iniziative dei singoli.
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e un monaco, già
ripreso più volte per una qualsiasi colpa, non si correggerà neppure dopo la
scomunica, si ricorra a una punizione ancor più severa e cioè al castigo
corporale. Ma se neppure così si emenderà o –non sia mai!– montato in superbia
pretenderà persino di difendere il suo operato, l'abate si regoli come un
medico provetto, ossia, dopo aver usato i linimenti e gli unguenti delle
esortazioni, i medicamenti delle Scritture divine e, infine, la cauterizzazione
della scomunica e le piaghe delle verghe, vedendo che la sua opera non serve a
nulla, si affidi al rimedio più efficace e cioè alla preghiera sua e di tutta
la comunità per ottenere dal Signore che tutto può la salvezza del fratello.
Se, però, nemmeno questo tentativo servirà a guarirlo, l'abate, metta mano al
ferro del chirurgo, secondo quanto dice l'apostolo: “Togliete di mezzo a voi
quel malvagio” e ancora: “Se l'infedele vuole andarsene, vada pure”, perché una
pecora infetta non debba contagiare tutto il gregge.
Art.
85. Dal principio della dignità della persona umana non
consegue tuttavia che noi possiamo indulgere al vizio dell’individualismo.
Difatti è correlativo a tale principio il
principio di solidarietà. La persona umana ha bisogno per sua natura della
vita sociale e, cosa più importante, la sua vocazione soprannaturale è
essenzialmente comunitaria. Infatti piacque a Dio di santificare e salvare gli
uomini non singolarmente, quasi escludendo ogni rapporto reciproco, ma costituendoli
in popolo, affinché uniti col vincolo dello Spirito fossero consociati nel
Corpo di Cristo. È tale natura comunitaria della salvezza e della vita cristiana
che la vita cenobitica deve esprimere e manifestare in modo speciale al mondo.
L’adeguata legislazione e il regime monastico, ricoprono un ruolo molto
rilevante nel costituire e nell’assicurare questa solidale unione di vita se,
al di sopra d’ogni altra cosa, promuovono il consenso di tutti intorno ai fini
ed ai valori, se coordinano efficacemente le forze al conseguimento dei fini
comuni e se si adoperano a creare adeguate e stimolanti forme di vita
familiare. Nello spirito di solidarietà, ciascun confratello accetti volentieri
e con sollecitudine, anche se a volte sono ingrati, gli uffici a lui assegnati
in servizio dei confratelli e del bene comune.
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l monaco, che, dopo
aver lasciato per propria colpa il monastero, volesse ritornarvi, prometta
anzitutto di correggersi definitivamente dalla colpa per la quale è uscito e a
questa condizione sia ricevuto all'ultimo posto per provare la sua umiltà. Se
poi uscisse di nuovo sia riammesso fino alla terza volta, ma sappia che in
seguito gli sarà negata ogni possibilità di ritorno.
Art.
86. Il principio di
sussidiarietà regola i rapporti tra i singoli e la comunità, come anche tra
le comunità più piccole e le più grandi. Infatti esso afferma che l’autorità
superiore della comunità più ampia deve lasciar fare alle autorità inferiori
ciò che esse possono compiere bene, anzi molto spesso meglio; qualora però gli
inferiori non fossero autosufficienti o trascurassero il loro dovere, l’autorità
più alta deve offrire aiuto e collaborazione. In questo modo è salva la
vitalità e la responsabilità degli inferiori, mentre l’autorità superiore può
adempiere più speditamente, quando è necessario, il compito che le è proprio,
di coordinamento e di decisione dall’alto. Nel nostro caso ciò vale tanto per
le singole comunità locali, quanto per le congregazioni e per l’Ordine. Nel monastero
infatti spetta al superiore promuovere e indirizzare al bene comune le prudenti
iniziative e le responsabilità personali dei confratelli e dei singoli
ufficiali. A loro volta le autorità delle congregazioni e dell’Ordine compiono
ottimamente il loro dovere se, rispettando la legittima libertà e le funzioni
proprie dei monasteri e delle congregazioni, porgono ad essi l’aiuto pratico
per raggiungere i loro fini con maggior facilità e sicurezza, e se
contribuiscono alla elaborazione e alla realizzazione di iniziative e di
progetti a largo respiro che sono utili a tutti ma superano le forze dei
singoli.
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gni età e
intelligenza dev'essere trattata in modo adeguato. Perciò i bambini e gli
adolescenti e quelli che non sono in grado di comprendere la gravità della
scomunica, quando commettono qualche colpa siano puniti con gravi digiuni o
repressi con castighi corporali, perché si correggano.
Art.
87. Il principio del
legittimo pluralismo nell’ambito della necessaria unità, è chiara
conseguenza di quanto abbiamo detto innanzi. Il pluralismo legittimo, cioè la diversità
dei membri riuniti in un organismo, va riconosciuto e non è lecito di
sopprimere in nome dell’unità la varietà delle capacità e dei talenti. Anche
nei monasteri ci sono carismi differenti, ciascuno ha doni particolari e a
ciascuno lo Spirito si manifesta per qualche utilità. La diversità delle membra
è a vantaggio dell’intero organismo e i singoli possono essere fatti partecipi
della pienezza dello Spirito soltanto attraverso lo scambio dei diversi doni.
La stessa cosa vale per i monasteri e per le congregazioni, che differiscono
non poco tra loro in rapporto all’evoluzione storica, al carattere di diversa
estrazione dei confratelli, alle circostanze sociali e culturali, e agli
incarichi ed impegni che hanno secondo le varie necessità delle chiese locali.
Tuttavia le differenze non impediscono affatto che i membri formino una unità
viva, anzi la varietà dei doni può dare a tutto l’Ordine maggior forza e
vitalità se c’è il senso della comunione e la volontà di collaborazione. La
possibilità di equilibrio tra pluralismo e unità, dipende molto da una adeguata
legislazione e dal retto esercizio dell’autorità. Infatti la sicurezza di
raggiungere i propri fini mediante leggi stabili, la distinta assegnazione
delle competenze, la chiara esposizione dei fini e delle intenzioni comuni, la
creazione di forme pratiche di mutuo aiuto, sono mezzi che con altri simili,
stimoleranno tutti ad abbracciare e favorire più alacremente la causa
dell’unione. Similmente giova molto che le autorità delle congregazioni e dell’Ordine
non guardino con sospetto e diffidenza le caratteristiche e le attività proprie
delle comunità, ma cerchino di coltivare e di volgere a vantaggio di tutti, ciò
che in esse c’è di buono e di valido. A loro volta le singole comunità
dell’Ordine prendano coscienza delle esigenze dell’unità e siano pronte a promuoverla
collaborando sinceramente le con fiducia, con le altre comunità dell’Ordine e
con gli organi dell’autorità superiore.
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ome cellerario del
monastero si scelga un fratello saggio, maturo, sobrio, che non ecceda nel
mangiare e non abbia un carattere superbo, turbolento, facile alle male parole,
indolente e prodigo, ma sia timorato di Dio e un vero padre per la comunità. Si
prenda cura di tutto e di tutti. Non faccia nulla senza il permesso dell'abate
ed esegua fedelmente gli ordini ricevuti. Non dia ai fratelli motivo di irritarsi
e, se qualcuno di loro avanzasse pretese assurde, non lo mortifichi
sprezzantemente, ma sappia respingere la richiesta inopportuna con ragionevolezza
e umiltà. Custodisca l'anima sua, ricordandosi sempre di quella sentenza
dell'apostolo che dice: “Chi avrà esercitato bene il proprio ministero, si
acquisterà un grado onorevole”. Si interessi dei malati, dei ragazzi, degli
ospiti e dei poveri con la massima diligenza, ben sapendo che nel giorno del
giudizio dovrà rendere conto di tutte queste persone affidate alle sue cure.
Tratti gli oggetti e i beni del monastero con la reverenza dovuta ai vasi sacri
dell'altare e non tenga nulla in poco conto. Non si lasci prendere
dall'avarizia né si abbandoni alla prodigalità, ma agisca sempre con criterio e
secondo le direttive dell'abate. Soprattutto sia umile e se non può concedere
quanto gli è stato richiesto, dia almeno una risposta caritatevole, perché sta
scritto: “Una buona parola vale più del migliore dei doni”. Si interessi solo
delle incombenze che gli ha affidato l'abate, senza ingerirsi in quelle da cui
lo ha escluso. Distribuisca ai fratelli la porzione di vitto prestabilita senza
alterigia o ritardi, per non dare motivo di scandalo, ricordandosi di quello
che toccherà, secondo la divina promessa, a “chi avrà scandalizzato uno di
questi piccoli”. Se la comunità fosse numerosa, gli si concedano degli aiuti
con la cui collaborazione possa svolgere serenamente il compito che gli è stato
assegnato. Nelle ore fissate si distribuisca quanto si deve dare e si chieda
quello che si deve chiedere, in modo che nella casa di Dio non ci sia alcun
motivo di turbamento o di malcontento.
Art.
100. L’abate, dopo averne riservato a sé il controllo e la
suprema direzione, affida per quanto è possibile, ad esperti ufficiali e ad
altri fratelli degni, gli incarichi economici ed amministrativi, e la
quotidiana disposizione delle attività e degli affari –i piccoli permessi, la
distribuzione del lavoro, la corrispondenza epistolare, l’accoglienza degli
ospiti e le altre incombenze– affinché rimanga libero per adempiere i doveri
della sua carica.
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er la cura di tutto
quello che il monastero possiede di arnesi, vesti o qualsiasi altro oggetto
l'abate scelga dei monaci su cui possa contare a motivo della loro vita virtuosa
e affidi loro i singoli oggetti nel modo che gli sembrerà più opportuno, perché
li custodiscano e li raccolgano. Tenga l'inventario di tutto, in maniera che,
quando i vari monaci si succedono negli incarichi loro assegnati, egli sappia
che cosa dà e che cosa riceve. Se poi qualcuno trattasse con poca pulizia o
negligenza le cose del monastero, venga debitamente rimproverato; nel caso che
non si corregga, sia sottoposto alle punizioni previste dalla Regola.
Art.
38. Come abbiamo esposto sopra l’Ordine nella sua esistenza
concreta, rivela nel suo interno il pluralismo e una diversità abbastanza
grande, diversità però concorde e non priva di unità. Questa unità consiste non
solo nel fine comune ai membri dell’Ordine, ma anche nella comunanza dei mezzi
che devono essere adottati per raggiungerlo che non devono casere considerati
come clementi separati, ma è necessario che si integrino in una sintesi vitale.
È evidente che con la nostra dichiarazione non vogliamo elaborare una specie di
trattato sulla vita monastica che promettemmo di vivere nell’Ordine
Cistercense. Perciò esporremo solamente alcuni punti che oggi possono e devono
dare ispirazione e direttiva ai nostri atti e alle nostre istituzioni.
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el monastero questo
vizio dev'essere assolutamente stroncato fin dalle radici, sicché nessuna si
azzardi a dare o ricevere qualche cosa senza il permesso dell'abate, né pensi
di avere nulla di proprio, assolutamente nulla, né un libro, né un quaderno o
un foglio di carta e neppure una matita, dal momento che ai monaci non è più
concesso di disporre liberamente neanche del proprio corpo e della propria
volontà, ma bisogna sperare tutto il necessario dal padre del monastero e non
si può tenere presso di sé alcuna cosa che l'abate che l'abate non abbia dato o
permesso. “Tutto sia comune a tutti”, come dice
Art.
50. La povertà è da noi praticata, non come semplice
privazione o come disprezzo dei beni materiali, ma per conseguire la libertà
dei figli di Dio, affinché possiamo servirci di questo mondo, come chi non ne è
padrone, consapevoli che la sua bellezza è passeggera Perciò desideriamo essere
poveri con Cristo povero, rinunziando al possesso ed all’acquisto delle
ricchezze. In tal modo siamo anche veri discepoli della scuola della chiesa
primitiva, dove nessuno affermava di possedere qualche cosa, ma avevano tutto
in comune. Restiamo liberi dalle preoccupazioni materiali, perché il nostro cuore
possa essere là dove è il nostro tesoro: in Cristo con Cristo e con
Art.
51. Tuttavia mentre siamo in vita, e necessario servirci
delle cose di questo mondo. Però lo spirito di povertà derivante dal voto deve
ordinare l’uso dei beni all’utilità nostra e del prossimo. Osservando il debito
rispetto verso le creature disponiamo dunque ogni cosa affinché la nostra
rinunzia offra soccorso ai poveri. Per questo motivo impieghiamo i profitti per
l’utilità del prossimo e della Chiesa. Per la stessa ragione è assai conveniente
che ci dedichiamo a quei lavori con cui ci sia possibile provvedere a ciò che è
necessario per noi ed essere utili agli altri e a conservare la natura sana e
intatta.
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i distribuiva a
ciascuno proporzionatamente al bisogno, si legge nella Scrittura. Con questo
non intendiamo che si debbano fare preferenze –Dio ce ne liberi!– ma che si
tenga conto delle eventuali debolezze; quindi chi ha meno necessità, ringrazi
Dio senza amareggiarsi, mentre chi ha maggiori bisogni, si umili per la propria
debolezza, invece di montarsi la testa per le attenzioni di cui è fatto oggetto
e così tutti i membri della comunità staranno in pace. Soprattutto bisogna
evitare che per qualsiasi motivo faccia la sua comparsa il male della mormorazione,
sia pure attraverso una parola o un gesto. E, nel caso che se ne trovi colpevole
qualcuno, sia punito con maggior rigore.
Art.
15. Anzitutto il nostro Ordine è una ben determinata realtà
sociale. Infatti è costituito da più congregazioni, da monasteri e infine, da
individui singoli, stretti tra loro da molteplici relazioni. Ognuno di noi deve
formarsi una idea chiara di questa realtà concreta, non soltanto della sua
consistenza numerica, ma anzitutto deve tendere all’esatta conoscenza dei
doveri, delle aspirazioni dei membri, della loro vocazione e delle circostanze
concrete nelle quali essa è vissuta. Oggi esistono monasteri cistercensi in Europa,
in Asia, in Africa, nell’America del Nord e nell’America del Sud, in condizioni
economiche e culturali assai diverse. Alcuni di essi si trovano in terra di missione,
ma la maggior parte è situata in territori che fino ai nostri giorni erano imbevuti
di tradizione cristiana e per lo più lo sono ancora. Alcuni nostri monaci fanno
parte di una delle chiese orientali –i monaci etiopi– ma anche gli altri differiscono
moltissimo per la lingua, per la mentalità e per la cultura caratteristica di
ciascuna regione. Poiché quindi il nostro Ordine con tale diversità geografica,
culturale, sociale ed ecclesiale, determina uno stato idi cose assai complesso.
In molti punti quasi ogni comunità ha i suoi problemi e le sue aspirazioni, derivanti
dalle sue particolari condizioni. L’Ordine Cistercense mantiene relazioni di
amicizia con le Comunità degli Amici dei nostri attuali monasteri, con quelle
dei monasteri soppressi e con le Comunità Cistercensi della Confessione
Augustana.
Art.
16. Una grande varietà si manifesta anche riguardo al genere
di vita a cui i singoli monasteri si sentono chiamati. Alcuni monasteri
intendono coltivare la vita cosiddetta contemplativa, mentre in altri si
attende anche a varie attività di apostolato, quali la cura pastorale nelle
parrocchie, l’educazione dei giovani nelle scuole, le altre opere di ministero
sacerdotale, il lavoro scientifico e culturale, e cose simili. Nei nostri
monasteri maschili la stragrande maggioranza dei componenti non solo è
insignita del sacerdozio ma considera l’esercizio del ministero sacerdotale
come elemento integrante della sua vocazione. L’equilibrio tra la preghiera e
il lavoro, la frequenza e il genere dei contatti col mondo extramonasteriale,
l’importanza dell’attività esercitata al di fuori delle mura claustrali, la natura
e gli aspetti della vita comune, sono concepiti tanto diversamente che appare
prima la varietà, mentre l’uniformità si può scoprire più nelle aspirazioni e
nei valori comuni della vita monastica, che nell’uniforme ordinamento di vita.
Art.
17. Tuttavia la diversità esistente nell’Ordine anche in
alcuni punti fondamentali, non è tanta dia rendere impossibile o in certo qual
modo superfluo il comune lavoro di aggiornamento. Senza dubbio in molte questioni,
come abbiamo già detto, i singoli monasteri le congregazioni devono prendere le
loro decisioni concrete. Ma siccome possediamo molti valori derivanti dalla
tradizione comune, e ovunque cerchiamo di risolvere pressappoco gli stessi
problemi nei quali è impegnata
a.
circa le questioni sui mezzi
fondamentali della vita religiosa, come i voti emessi secondo i consigli
evangelici, la vita comunitaria, il lavoro e l’apostolato, la vita liturgica,
ecc.
b.
circa i valori fondamentali
della vita monastica, basati sulla spiritualità tradizionale dell’Ordine e
nella vita spirituale della Chiesa odierna.
c.
circa i problemi generali della
struttura giuridica dei monasteri, delle congregazioni e dell’Ordine; circa la
questione dei compiti dei superiori, della partecipazione responsabile di tutti
i religiosi negli affari del monastero.
d.
circa le forme, di
collaborazione e di aiuto reciproco tra le comunità, vale a dire in ciò che
riguarda le decisioni e i progetti comuni.
Quanto
viene stabilito in base a questa visione generale esige ulteriore riflessione
per ciò che spetta alle congregazioni e ai monasteri.
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|
fratelli si servano a vicenda e nessuno sia
dispensato dal servizio della cucina, se non per malattia o per un impegno di
maggiore importanza, perché così si acquista un merito più grande e si accresce
la carità. Ma i più deboli siano provveduti di un aiuto, in modo da non dover
compiere questo servizio di malumore; anzi, è bene che, in generale, tutti
abbiano degli aiuti in corrispondenza alla grandezza della comunità e alle
condizioni locali. In una comunità numerosa il cellerario sia dispensato dal
servizio della cucina, come anche i fratelli che, secondo quanto abbiamo già
detto, sono occupati in compiti di maggiore utilità, ma tutti gli altri si
servano a vicenda con carità. Al sabato il monaco che termina il suo turno
settimanale, faccia le pulizie. Si lavino gli asciugatoi usati dai fratelli per
le mani e i piedi. Tanto il monaco che finisce il servizio, quanto quello che
lo comincia, lavino i piedi a tutti. Il primo consegni puliti e intatti al
cellerario tutti gli utensili di cui si è servito nel proprio turno. A sua
volta il cellerario li affidi al fratello che entra in servizio, in modo da sapere
quello che dà e quello che riceve. Un'ora prima del pranzo, ciascuno dei monaci
di turno in cucina riceva, oltre la quantità di cibo stabilita per tutti, un
po' di pane e di vino, per poter poi all'ora del pranzo servire i propri
fratelli senza lamentele né grave disagio; ma nei giorni festivi aspettino fino
al termine della celebrazione eucaristica. Alla domenica, subito dopo le Lodi,
quelli che iniziano e quelli che terminano il servizio della cucina si
inginocchino in coro davanti a tutti, chiedendo che preghino per loro. Chi ha finito
il proprio turno reciti il versetto: “Sii benedetto, Signore Dio, che mi hai
aiutato e mi hai consolato”. E quando lo avrà ripetuto tre volte e avrà ricevuto
la benedizione, continui il fratello che gli succede nel servizio, dicendo: “O
Dio, vieni in mio soccorso; Signore, affrettati ad aiutarmi”; anche questo
versetto sarà ripetuto tre volte da tutti, dopo di che il fratello riceverà la
benedizione e inizierà il suo turno.
Art.
108. Nella Regola san Benedetto parla soltanto
dell’ordinamento interno del monastero, senza prevederne l’unione con altri.
Tuttavia nel corso dei secoli, i monasteri si unirono tra loro in vari modi
allo scopo di garantire meglio lo svolgimento della vita monastica nei
monasteri; in alcune di dette unioni fu ovviato ai pericoli dell’isolamento
mediante l’organizzazione in congregazione, ma si mantenne la legittima autonomia
dei monasteri; in altre invece, si adottò una struttura centralizzata in cui i
singoli monasteri dipendevano da una sola abbazia, come avvenne presso i Cluniacensi
e nelle fondazioni fatte da Molesme.
Art.
109. I fondatori di Cistercio, attenendosi ai principi della
Carta della Carità, cercarono sia di assicurare la legittima autonomia dei
monasteri, sia di stabilire tra essi l’indispensabile unione e la reciproca assistenza
per mezzo dei capitoli generali e delle visite annuali. Poiché tuttavia,
l’Ordine si era grandemente diffuso e non poche condizioni di vita erano
cambiate nel corso dei secoli, sorsero le congregazioni, come abbiamo già
esposto brevemente. Pertanto l’Ordine Cistercense è costituito attualmente
dalle seguenti congregazioni monastiche a norma del diritto, come questo Capitolo
Generale ha esplicitamente definito:
1)
Congregazione della Osservanza
Regolare di San Bernardo o di Castiglia;
2)
Congregazione di S. Bernardo in
Italia;
3)
Congregazione della Corona di
Aragona in Spagna;
4)
Congregazione Augiense;
5)
Congregazione di Maria Mediatrice
di Tutte le Grazie;
6)
Congregazione Austriaca;
7)
Congregazione della Immacolata
Concezione;
8)
Congregazione di Zirc;
9)
Congregazione del Purissimo
Cuore di Maria;
10)
Congregazione di Casamari;
11)
Congregazione della B.M.V.
Regina della Terra o Polacca;
12)
Congregazione Brasiliana;
13)
Congregazione della Sacra
Famiglia.
Inoltre
fanno parte dell’Ordine anche alcuni monasteri maschili e femminili che non
sono incorporati in nessuna congregazione.
Le
Federazioni dei Monasteri delle monache che sono di diritto pontificio, anno grandi meriti e è conveniente che loro
lavoro per il bene dei monasteri e dell’Ordine continui.
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|
'assistenza agli
infermi deve avere la precedenza e la superiorità su tutto, in modo che essi
siano serviti veramente come Cristo in persona, il quale ha detto di sé: “Sono
stato malato e mi avete visitato”, e: “Quello che avete fatto a uno di questi
piccoli, lo avete fatto a me”. I malati però riflettano, a loro volta, che sono
serviti per amore di Dio e non opprimano con eccessive pretese i fratelli che
li assistono, ma comunque bisogna sopportarli con grande pazienza, poiché per
mezzo loro si acquista un merito più grande. Quindi l'abate vigili con la massima
attenzione perché non siano trascurati sotto alcun riguardo. Per i monaci
ammalati ci sia un locale apposito e un infermiere timorato di Dio, diligente e
premuroso. Si conceda loro l'uso dei bagni, tutte le volte che ciò si renderà
necessario a scopo terapeutico; ai sani, invece, e specialmente ai più giovani
venga consentito più raramente. I malati più deboli avranno anche il permesso
di mangiare carne per potersi rimettere in forze; però, appena ristabiliti, si
astengano tutti dalla carne come al solito. Ma la più grande preoccupazione
dell'abate deve essere che gli infermi non siano trascurati dal cellerario e
dai fratelli che li assistono, perché tutte le negligenze commesse dai suoi
discepoli ricadono su di lui.
Art.
56. II monaco seguendo la vocazione, considera la riunione
dei confratelli nel monastero come famiglia di Dio, famiglia che è anche sua.
Egli sa infatti che Cristo, il quale si trova sempre dove due o tre persone si
riuniscono nel nome suo, è presente in modo speciale nel monastero. Perciò
vogliamo ordinare la nostra vita in modo da mettere in pratica l’esempio della
chiesa primitiva, esempio che esige unità di cuori e di animi non solo nella
preghiera nella dottrina degli
Apostoli, nella comunione della frazione del pane e nel comune possesso
dei beni, ma anche nella comunanza dei fini, degli impegni, delle
responsabilità e delle azioni. Come l’Apostolo volle godere con coloro che
godevano e piangere con coloro che piangevano, così è necessario che il
successo e l’insuccesso, la tristezza e il gaudio, le difficoltà e i vantaggi
dei singoli si riflettano su tutti gli altri. Ma prima di ogni cosa
l’attenzione dei confratelli deve essere rivolta a ciò che riguarda la vita
spirituale del monastero e tutti devono sentirsi responsabili della salvezza
eterna e dell’attuazione della vocazione di ciascuno. In questo modo la stessa
vita comune esercita, in senso largo, il ruolo di direzione spirituale, in
quanto rende forti i deboli, rianima i timidi, eccita lo zelo nei tiepidi e
ogni giorno ricorda a tutti i valori del proprio servizio.
|
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enché la stessa
natura umana sia portata alla compassione per queste due età, dei vecchi, cioè,
e dei ragazzi, bisogna che se ne interessi anche l'autorità della Regola. Si
tenga sempre conto della loro fragilità e, per quanto riguarda i cibi, non
siano affatto obbligati all'austerità della Regola, ma, con amorevole indulgenza,
si conceda loro un anticipo sulle ore fissate per i pasti.
Art.
32. Oggi più che mai siamo consapevoli della dignità e della
libertà della persona umana. Sappiamo che Dio ci attrae a sé non con la forza,
ma attraverso la nostra personale adesione. Giustamente l’uomo del nostro tempo
respinge le imposizioni che opprimono la personalità, perché nessuno porta a
termine un’opera gradita a Dio se è costretto dalla forza o dal timore. La
scienza psicologica ha inoltre abbondantemente dimostrato quanta importanza abbia
per la vita lo sviluppo della personalità che deve essere tenuta in grande
considerazione anche nel nostro ambiente.
|
|
lla mensa dei monaci
non deve mai mancare la lettura, né è permesso di leggere a chiunque abbia
preso a caso un libro qualsiasi, ma bisogna che ci sia un monaco incaricato
della lettura, che inizi il suo compito alla domenica. Dopo
Art.
110. Il principio di sussidiarietà e quello del legittimo
pluralismo hanno grande importanza nella struttura delle congregazioni. Infatti
deve essere lasciato all’iniziativa dei singoli monasteri ciò che essi, da
parte loro, possono realizzare con efficace competenza, e con una più accurata
conoscenza delle situazioni locali. Gli organi centrali della congregazione a
loro volta, hanno il compito di andare incontro alle iniziative delle singole comunità
con i consigli e gli aiuti fraterni, di coordinare il loro apporto ai programmi
comuni e di eliminare gli abusi che potrebbero nascere; nonché di
rappresentarle presso le autorità ecclesiastiche e civili. Secondo poi il
principio del pluralismo si deve far sì che, senza porre in pericolo l’unità
della congregazione, siano riconosciute le caratteristiche specifiche con i
compiti particolari dei monasteri e che la varietà dei doni venga coordinata ai
fini comuni.
Art.
111. Tra i monasteri, nonostante il principio del pluralismo,
c’è per lo più non soltanto il legame di una organizzazione giuridica, ma anche
un ideale comune. Codesto ideale e i mezzi adatti più importanti per realizzarlo
siano esposti nelle costituzioni di ciascuna congregazione, redatte dal
capitolo della congregazione, previa consultazione delle singole comunità, e
approvate dalla Santa Sede.
Art.
112. Il fine principale dell’unione tra i nostri monasteri
sotto il capitolo della rispettiva congregazione e sotto l’abate preside, è di
far fiorire più rigogliosamente in essi la vita cistercense; di conservare
l’osservanza regolare, con maggior garanzia di stabilità e sicurezza, e di
potersi scambiare con più sollecitudine, nelle circostanze difficile, gli aiuti
che la carità suggerisce. Rientra ugualmente nei fini primari della suddetta
unione che le risorse delle singole comunità siano, se necessario riunite
insieme per realizzare in collaborazione anche progetti più vasti, che sia
rigettato più efficacemente tutto ciò che nuoce alla vitalità dei monasteri, e
che venga adempiuto più facilmente e sia meglio tutelato il servizio richiesto
dalla Chiesa e dalla società contemporanea ai monasteri.
Oltre
a questi fini comuni a tutte, le congregazioni possono avere qualche fine
speciale. In tal caso spetta alle costituzioni particolari enunciare chiaramente
quel fine.
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olendo tenere il
debito conto delle necessità individuali, riteniamo che per il pranzo
quotidiano fissato –a seconda delle stagioni– dopo Sesta o dopo Nona, siano
sufficienti due pietanze cotte, in modo che chi eventualmente non fosse in
condizioni di prenderne una, possa servirsi dell'altra. Dunque a tutti i
fratelli devono bastare due pietanze cotte e se ci sarà la possibilità di
procurarsi della frutta o dei legumi freschi, se ne aggiunga una terza. Quanto
al pane penso che basti un chilo abbondante al giorno, sia quando c'è un solo pasto,
che quando c'è pranzo e cena. In quest'ultimo caso il cellerario ne metta da
parte un terzo per distribuirlo a cena. Nel caso che il lavoro quotidiano sia
stato più gravoso del solito, se l'abate lo riterrà opportuno, avrà piena
facoltà di aggiungere un piccolo supplemento, purché si eviti assolutamente
ogni abuso e il monaco si guardi dall'ingordigia. Perché nulla è tanto
sconveniente per un cristiano, quanto gli eccessi della tavola, come dice lo
stesso nostro Signore: “State attenti che il vostro cuore non sia appesantito
dal troppo cibo”. Quanto poi ai ragazzi più piccoli, non si serva loro la
medesima porzione, ma una quantità minore, salvaguardando in tutto la sobrietà.
Tutti infine si astengano assolutamente dalla carne di quadrupedi, a eccezione
dei malati molto deboli.
Art.
113. Fermi restando i principi su esposti, il capitolo della
congregazione è l’autorità suprema nell’ambito della congregazione stessa. Ad
esso oltre ai superiori maggiori prendono parte con diritto di voto deliberativo
anche i delegati eletti a questo incarico da tutti i religiosi della congregazione
a norma delle proprie costituzioni.
Art.
114. Compito primario del capitolo della congregazione, è di
essere un foro legislativo e di deliberazione fraterna, affinché:
a.
elabori costituzioni adatte ai
nostri tempi, con la chiara definizione dei fini, degli ideali e dei compiti
comuni a tutti gli appartenenti alla congregazione;
b.
rediga e pubblichi le
consuetudini, le dichiarazioni e le altre istruzioni con le quali sono
applicati i principi delle costituzioni alle circostanze di tempo e di luogo;
c.
ricerchi nuove possibilità di
vita e di lavoro, e comunichi a tutti i risultati delle esperienze dei singoli
monasteri e li coordini;
d.
elabori progetti e piani da
realizzare con la collaborazione di tutti. e ricerchi nello sforzo comune la
soluzione delle difficoltà;
e.
promuova l’uso più appropriato
e razionale delle risorse materiali e individuali.
Per
provvedere nel modo migliore al bene comune, il capitolo della congregazione
sia convocato spesso e qualora l’utilità lo richiedesse, siano tenuti più
spesso dai membri del capitolo anche convegni d’altro genere.
Art.
118. Le congregazioni hanno nel nostro Ordine importanza
vitale. Infatti mentre da un lato i singoli monasteri sono troppo piccoli e
deboli per poter vivere e lavorare in piena e assoluta indipendenza ed autosufficienza
dall’altro, l’Ordine raggruppa tanto varie e differenti osservanze, forme di
vita e compiti, che molto spesso non può essere governato con leggi e metodi
uniformi. Pertanto
|
|
iascuno ha da Dio il
proprio dono, chi in un modo, chi in un altro ed è questo il motivo per cui
fissiamo la quantità del vitto altrui con una certa perplessità. Tuttavia,
tenendo conto della cagionevole costituzione dei più gracili, crediamo che a
tutti possa bastare un quarto di vino a testa. Quanto ai fratelli che hanno
ricevuto da Dio la forza di astenersene completamente, sappiano che ne
riceveranno una particolare ricompensa. Se però le esigenze locali o il lavoro
o la calura estiva richiedessero una maggiore quantità, sia in facoltà del superiore
concederla, badando sempre a evitare la sazietà e ancor più l'ubriachezza. Per
quanto si legga che il vino non è fatto per i monaci, siccome oggi non è facile
convincerli di questo, mettiamoci almeno d'accordo sulla necessità di non bere
fino alla sazietà, ma più moderatamente, perché “il vino fa apostatare i
saggi”. I monaci poi che risiedono in località nelle quali è impossibile
procurarsi la suddetta misura, ma se ne trova solo una quantità molto minore o
addirittura nulla, benedicano Dio e non mormorino: è questo soprattutto che mi
preme di raccomandare, che si guardino dalla mormorazione.
Art.
119. Le nostre congregazioni si uniscono nell’Ordine, sia in
forza di un fine e di un ideale comuni, sia mediante comuni strutture e organi
giuridici. Il fine primario di questa unione è il reciproco incoraggiamento e
il vicendevole aiuto pratico a coltivare e perfezionare la vita monastica. Le
congregazioni cistercensi, per la diversa evoluzione storica e per la varietà
delle condizioni culturali e sociali, presentano differenze non trascurabili
tanto nelle forme e nelle tradizioni monastiche, quanto nella realizzazione
delle diverse attività. Tali differenze tuttavia, non annullano l’unita superiore
dell’Ordine, ché anzi sono indirizzate allo sviluppo e al rigoglio della sua
vita se i doni multiformi della grazia vengono amministrati e scambiati reciprocamente.
Perciò è di grande importanza che in rapporto a noi questo pluralismo sia
inteso nel suo positivo significato spirituale e sociale e che energie, pur
diverse, ma completantisi a vicenda, siano unite insieme per una cooperazione
pratica ed efficace.
Art.
120. I1 capitolo generale dell’Ordine è l’organo centrale
legislativo, giudiziale e di deliberazione fraterna, nel rispetto della legittima
autonomia dovuta alle congregazioni e ai monasteri secondo il diritto comune e
quello particolare. Compito del capitolo generale è di promuovere lo sforzo per
realizzare l’ideale comune dell’Ordine, e precisamente:
a.
di dichiarare ed esporre i
valori fondamentali che costituiscono la nostra comune vocazione cristiana,
religiosa, monastica, cistercense, anche se questi valori non possono essere
concretamente realizzati da tutti nello stesso modo;
b.
di promuovere efficacemente i
rapporti tra le congregazioni, l’aiuto vicendevole e la cooperazione nei
compiti comuni.
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alla santa Pasqua
fino a Pentecoste i fratelli pranzino all'ora di Sesta, cioè a mezzogiorno, e
cenino la sera. Invece da Pentecoste in poi, per tutta l'estate, se non sono
impegnati nei lavori agricoli o sfibrati dalla calura estiva, al mercoledì e al
venerdì digiunino sino all'ora di Nona, cioè fin dopo le 14 e negli altri
giorni pranzino all'ora di Sesta. Ma nel caso che abbiano da lavorare nei campi
o che il caldo sia eccessivo, potranno pranzare tutti i giorni alle 12, secondo
quanto stabilirà paternamente l'abate. Così questi regoli e disponga tutto in
modo che le anime si salvino e i monaci possano compiere il proprio dovere
senza un motivo fondato di mormorazione. Dal 14 settembre fino all'inizio della
Quaresima pranzino sempre all'ora di Nona. Durante
Art.
121. La funzione strettamente legislativa del capitolo
generale, pur avendo grande importanza, tuttavia non costituisce oggi la sua
prerogativa dominante. Infatti la regolamentazione attraverso le leggi
strettamente dette, e molto spesso impossibile o inutile a causa della
diversità della vita e degli impegni delle nostre comunità; come anche per
l’incalzante evoluzione della vita moderna. Il capitolo generale dunque,
formulerà raramente leggi obbliganti per tutto l’Ordine, e qualora lo facesse,
si limiterà in linea di massima, soltanto a determinare norme generali che però
potranno essere adattate a particolari necessità delle varie regioni o delle congregazioni.
Mentre quindi la funzione legislativa del capitolo generale sarà parzialmente
ridotta in futuro, avranno importanza molto maggiore le altre sue attribuzioni,
come l’interpretazione dei fini e dei valori della nostra vita e la fraterna
determinazione degli aiuti da scambiarsi nelle difficoltà comuni.
Art.
122. Nei primi secoli dell’Ordine, i capitoli generali si
celebravano ogni anno secondo le prescrizioni della Carta della Carità e dei
romani pontefici. Oggi essi si tengono ad una distanza di tempo maggiore: ogni
cinque anni, e ciò sia per la frequenza dei capitoli delle congregazioni, come
anche a causa delle spese di viaggio, che sono troppo alte per non pochi
capitolari. Più frequenti tuttavia saranno le sessioni del sinodo dell’Ordine.
Il sinodo dell’Ordine è un collegio che viene convocato per discutere, confrontando
i diversi pareri, problemi riguardanti tutto l’Ordine che saranno poi
sottoposti alla decisione del capitolo generale. In caso di affari urgenti, il
sinodo giudichi preventivamente il da farsi, ma i suoi atti avranno valore
soltanto fino a che non deciderà il capitolo generale seguente, a norma delle
costituzioni dell’Ordine. È inoltre dovere del sinodo sollecitare l’esecuzione
delle disposizioni della Santa Sede e del capitolo generale in quanto è
necessario raccogliere informazioni sicure sulla situazione dell’Ordine per
provvedere al suo maggior bene. Infine il sinodo ascolterà la relazione
dell’abate generale sullo stato dell’Ordine e le relazioni degli abati presidi
sullo stato delle rispettive congregazioni.
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monaci devono custodire sempre il silenzio con
amore, ma soprattutto durante la notte. Perciò in ogni periodo dell'anno, sia
di digiuno oppure no, si procederà nel modo seguente: se non si digiuna, appena
alzati da cena, i monaci si riuniscano tutti insieme e uno di loro legga le
Conferenze o le Vite dei Padri o qualche altra opera di edificazione, ma non i
primi sette libri della Bibbia e neppure quelli dei Re, perché ai temperamenti
impressionabili non fa bene ascoltare a quell'ora i suddetti testi
scritturistici, che però si dovranno leggere in altri momenti; se invece fosse
giorno di digiuno, dopo la celebrazione dei Vespri e un breve intervallo,
vadano direttamente alla lettura di cui abbiamo parlato e leggano quattro o
cinque pagine o quanto è consentito dal tempo a disposizione, perché durante
questo intervallo della lettura possano radunarsi tutti, compresi quelli che
fossero eventualmente stati occupati in qualche incombenza. Quando saranno
tutti riuniti, dicano insieme Compieta, all'uscita dalla quale non sia più permesso
ad alcuno di pronunciare una parola. Chiunque sia colto a trasgredire questa
regola del silenzio venga severamente punito, eccetto il caso in cui
sopraggiungano degli ospiti o l'abate abbia dato un ordine a un monaco; ma
anche in questa eventualità bisogna procedere con la massima gravità e il
debito riserbo.
Art.
124. È evidente che l’Ordine Cistercense ha molte cose in
comune con altre istituzioni ecclesiastiche, e anzitutto ne ha con gli altri
ordini monastici. Perciò è utilissimo collaborare con essi in tutti; i campi di
interesse comune, quali lo studio del patrimonio monastico e cistercense, le
questioni liturgiche, le materie giuridiche, la formazione e l’istruzione dei
giovani e dei novizi, e le forme idonee di vita comunitaria, di orario
giornaliero e di governo pratico. Inoltre, siamo assidui nella preghiera
vicendevole, offriamoci volentieri l’aiuto della carità, facciamo parte agli
altri –nel modo migliore possibile– delle realizzazioni dell’Ordine, delle
congregazioni e delle comunità.
Art.
125. I romani pontefici grazie al loro primato su tutta
|
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ll'ora dell'Ufficio
divino, appena si sente il segnale, lasciato tutto quello che si ha tra le
mani, si accorra con la massima sollecitudine, ma nello stesso tempo con
gravità, per non dare adito alla leggerezza. In altre parole non si anteponga
nulla all'opera di Dio”. Se qualcuno arriva all'Ufficio notturno dopo il Gloria
del salmo 94, che proprio per questo motivo vogliamo sia cantato molto
lentamente e con pause, non occupi il proprio posto nel coro, ma si metta all'ultimo
o in quella parte che l'abate avrà destinato per questi negligenti, perché siano
veduti da lui e da tutti, e vi rimanga fino a quando, al termine del l'Ufficio
divino, avrà riparato dinanzi a tutta la comunità con una penitenza. Abbiamo
ritenuto opportuno far rimanere questi ritardatari all'ultimo posto o in un
canto, perché si correggano almeno per la vergogna di essere visti da tutti.
Se, infatti, rimanessero fuori del coro, ci potrebbe essere qualcuno che
ritorna a dormire o si siede fuori o si mette a chiacchierare, dando così occasione
al demonio; è bene invece che entrino, in modo da non perdere tutto l'Ufficio e
correggersi per l'avvenire. Nelle Ore del giorno, invece, il monaco che arriva
all'Ufficio divino dopo il versetto o il Gloria del primo salmo, che segue lo
stesso versetto, si metta all'ultimo posto, secondo la norma precedente, e non
si permetta di unirsi al coro dei fratelli che salmeggiano, fino a che non avrà
riparato, a meno che l'abate gliene dia il permesso con il suo perdono; ma anche
in questo caso il ritardatario dovrà riparare la sua mancanza. Per quanto
riguarda il refettorio, chi non arriva prima del versetto in modo che tutti
uniti dicano il versetto stesso, preghino e poi siedano insieme a mensa, se la
mancanza è dovuta a negligenza o cattiva volontà, sia rimproverato fino a due
volte. Ma se ancora non si corregge, sia escluso dalla mensa comune e mangi da
solo, separato dalla comunità e senza la sua razione di vino, fino a che non abbia
riparato e si sia corretto. Lo stesso castigo sia inflitto al monaco che non si
trovi presente al versetto che si recita dopo il pranzo. Nessuno poi si
permetta di mangiare o di bere qualcosa prima dell'ora stabilita. Ma il monaco
che non avesse accettato ciò che gli era stato offerto dal superiore, quando
desidererà quello che ha rifiutato in precedenza o altro, non ottenga assolutamente
nulla fino a che non dimostri di essersi debitamente corretto.
Art.
88. Come abbiamo visto, la comunità monastica non può fare
assolutamente a meno di una qualche struttura giuridica e di un ordinamento della
vita mediante delle leggi che però, non sono quasi fine a sé, ma soltanto mezzi
di grande importanza che servono ai fini della vita religiosa. La legge è per
la vita, e non viceversa. Le istituzioni e le disposizioni di legge devono
promuovere e favorire la vita dei singoli e delle comunità, come pure il
conseguimento dei loro fini senza pertanto impedirli o soffocarli. La causa
dell’inquietudine e la crisi di autorità che oggi si manifestano qua e là non
soltanto nella società civile, ma anche nella Chiesa e nelle comunità religiose,
risiede in gran parte nel fatto che spesso le leggi e le forme istituzionali
non sono sufficientemente adeguate allo stato attuale delle cose o alle giuste
esigenze di vita, e non di rado appaiono ai sudditi come disposizioni superate,
non sentite e irragionevoli. Spetta agli organi competenti provvedere affinché
le leggi e le istituzioni promuovano realmente e aiutino la vita odierna della
comunità e non siano invece di impedimento al progresso in quanto superate ed
incongruenti. Tanto ci chiede anche il Concilio Vaticano II disponendo che le
costituzioni e le norme di governo dei monasteri, delle congregazioni e
dell’Ordine vengano da noi sottoposte ad esame e convenientemente rivedute,
sopprimendo le prescrizioni superate.
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l monaco che per
colpe gravi è stato escluso dal coro e della mensa comune, al termine
dell'Ufficio divino si prostri in silenzio davanti alla porta del coro,
rimanendo lì disteso con la faccia a terra dinanzi a tutti quelli che escono e
continui a fare in questo modo fino a quando l'abate non giudichi che ha sufficientemente
riparato. Quando poi sarà chiamato dall'abate, si getti ai piedi di lui e di
tutti i fratelli per chiedere le loro preghiere. Allora, se l'abate vorrà,
potrà essere riammesso in coro al suo posto o a quello designato dallo stesso
abate, senza permettersi, però, di recitare un salmo, una lezione o altro, a
meno che l'abate glielo ordini. Inoltre al termine di tutte le Ore dell'Ufficio
divino, si prostri a terra lì dove si trova e faccia così la sua riparazione,
finché l'abate non metterà fine a questa penitenza. Quelli, invece, che per
colpe più leggere sono stati esclusi solo dalla mensa, facciano penitenza in
coro per il tempo stabilito dall'abate e la ripetano fin tanto che questi li
benedica e dica: Basta!
Art.
89. Affinché le strutture di governo e la legislazione possano
rendere servizio alla vita nel modo giusto dobbiamo tener presente quanto
segue:
a) Le leggi non debbono essere eccessivamente numerose. La
libertà di azione e le diverse iniziative non devono essere rese troppo poco
operanti da norme minuziose. Sono da sottoporsi a legislazione solamente quelle
materie che richiedono o una certa uniformità di azione o il coordinamento
delle forze per raggiungere fini comuni. Bisogna lasciare le altre scelte alla
responsabilità dei superiori e degli ufficiali, oppure alla libera e responsabile
decisione dei confratelli.
b) Le leggi devono essere continuamente adattate alle
condizioni della vita. Poiché le condizioni, le esigenze e gli impegni
della vita mutano di continuo e nella nostra epoca i mutamenti sono
particolarmente profondi e celeri, anche i mezzi che devono servire a
regolamentare la vita –leggi e istituzioni giuridiche– devono essere
continuamente riesaminate e sottoposte a riforma. Anche mezzi ed istituzioni
che in una certa epoca apparivano non solo utili, ma anche come i migliori,
possono perdere forza e vitalità se non addirittura diventare nocive al
progresso a causa delle mutate circostanze dei tempi. Le intenzioni e le
prescrizioni degli stessi fondatori circa l’organizzazione della vita monastica
e le strutture giuridiche, pur dovendo essere tenute in grande stima, non sono
tuttavia per sé immutabili, perché anch’esse sono connesse alle condizioni
mutevoli del loro tempo. È dunque con cautela che bisogna considerare se, e
fino a che punto, esse rispondano alle nuove esigenze della vita. Tale riesame
delle norme e delle leggi non deve essere ulteriormente differito fino al punto
che finisca per perire la vitalità della comunità e nascano pericolosi
malcontenti tra i confratelli a motivo di norme troppo rigide e superate. Le
stesse costituzioni e gli statuti locali, debbono stabilire la possibilità e i
motivi legittimi, per cui la comunità possa chiedere ed operare la revisione e
la modifica delle leggi.
c) Tradizione e continuità della legge. La
vita, sebbene sia varia e mutevole, ha tuttavia una mirabile continuità e una
costante tenacia. Anche noi perciò, nell’ordinamento della nostra vita,
dobbiamo fare attenzione a non rigettare tutta la tradizione cistercense di cui
abbiano parlato, per non interrompere bruscamente la continuità della vita
monastica. Come è dannoso conservare forme di organizzazione superate e leggi
inadeguate, così sarebbe anche pericoloso staccare noi stessi dai valori della
nostra tradizione e, in nome dell’aggiornamento, scardinare gli elementi
fondamentali della nostra vita. Perciò anche nella revisione della struttura
giuridica o nella nuova legislazione, è necessario avere presenti le esperienze
dei secoli passati e conservare l’armonia e la naturale continuità con la
tradizione. Tuttavia bisogna evitare che la fedeltà verso di essa conduca
all’immobilismo o alla falsa sicurezza e ci renda insensibili alle nuove esigenze
della vita, sia nella Chiesa che nella società contemporanea.
d) La legge prescriva ciò che è possibile osservare. Le
leggi e gli altri statuti sono utili alla vita solo se prescrivono prudentemente una norma di azione possibile
a mettersi in pratica. Infatti se comandano cose eccessivamente ardue ed
estranee all’uomo moderno, o inducono a trascurare le leggi oppure impongono
pesi insopportabili, amareggiano anche gli animi generosi.
La
legge sia dunque semplice e chiara, affinché non turbi il normale corso della
vita con l’ambiguità o con l’eccessiva complessità; badi sempre alla realtà dei
nostri monasteri e dei loro membri, e non ingiunga cose che sono del tutto
estranee o lontane dalle loro forme di vita, senza pertanto approvare le
imperfezioni o i vizi esistenti. La legge sia moderata e mostri positivamente
la via del bene piuttosto che dissuadere in modo negativo, così che possa
essere osservata volentieri dai monaci di buona volontà. Queste stesse
considerazioni ci insegnano che alle volte la maniera di agire non può essere
determinata con leggi o prescrizioni assolutamente precise, ma molto più
opportunamente mediante direttive piuttosto flessibili che lasciano liberi di
scegliere tra diversi possibili modi di agire.
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e un monaco commette
un errore mentre recita un salmo, un responsorio, un'antifona o una lezione e
non si umilia davanti a tutti con una penitenza, sia sottoposto ad una
punizione più severa, perché non ha voluto correggersi umilmente dell'errore
commesso per negligenza. Nel caso dei ragazzi, invece, per una colpa di questo
genere si ricorra al castigo corporale.
Art.
90. Le condizioni della vita moderna esigono, e anche il
Concilio Vaticano II lo richiede, che nel preparare le leggi o nel prendere
decisioni riguardanti le comunità, vi partecipino in qualche modo tutti i
membri. Questi infatti, non senza ragione, sentirebbero come estranee a se
stessi le norme di vita e le decisioni prese, se tutto fosse stabilito a
giudizio dei superiori e di pochi consiglieri. La partecipazione di tutti può
essere attuata in gradi e in modi diversi: previa consultazione dei singoli e
delle comunità; voto del capitolo conventuale; elezione degli ufficiali e dei
delegati al capitolo, diritto di fare proposte; ecc. Comunque è assolutamente necessario
che dovunque e a tutti i livelli della struttura dell’Ordine, siano istituite
forme adatte di partecipazione reale ed attiva.
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e, mentre è
impegnato in un qualsiasi lavoro in cucina, in dispensa, nel proprio servizio,
nel forno, nell'orto, in qualche attività o si trova in un altro luogo
qualunque, un monaco commette uno sbaglio, rompe o perde un oggetto o incorre
comunque in una mancanza e non si presenta subito all'abate e alla comunità per
riparare spontaneamente e confessare la propria colpa, sarà sottoposto a una
punizione più severa, quando il fatto verrà reso noto da altri. Ma se il
movente segreto del peccato fosse nascosto nell'intimo della coscienza, lo
manifesti solo all'abate o a qualche monaco anziano, che sappia curare le
miserie proprie e altrui senza svelarle e renderle di pubblico dominio.
Art.
91. Mentre le leggi e le altre norme scritte servono a
regolare gli aspetti generali e permanenti della vita monastica, l’ordinamento
della vita quotidiana concreta e le decisioni particolari spettano in molti casi,
all’autorità personale dei superiori e degli ufficiali. L’esercizio di tale
autorità è certamente più difficile e complicato che in passato e ciò sia per
le nuove circostanze di tempo, sia per il mutato atteggiamento dell’uomo
moderno verso l’autorità. Da una parte infatti, è impossibile governare con
leggi generali a causa della rapidissima ed imprevedibile evoluzione del mondo
contemporaneo, mentre molte questioni richiedono la personale e immediata decisione
dei superiori e, per di più, in materie molto complesse che spesso esigono una
capacita tecnica specifica. Dall’altra parte, gli uomini d’oggi rispettano di
meno l’ufficio dei superiori, ma esigono spesso da essi qualità e perfezioni
umane troppo elevate e giudicano apertamente e con acredine i loro errori e
deficienze. Inoltre essi vogliono vedere chiaramente le ragioni degli ordini
che ricevono e non obbediscono con facilità se il comando contrasta con il loro
modo di vedere o con la loro utilità. Il compito di coloro che esercitano
l’autorità nella comunità, pur essendo certamente arduo, non è tuttavia un
lavoro accettato inutilmente, che anzi può essere fatto più efficacemente che
in qualsiasi altra epoca, se saranno introdotti metodi e forme di governo
adatti. Infatti i religiosi, attualmente, sono più disposti alla attiva e sincera
cooperazione, e condividono volentieri con i superiori l’interesse e la
sollecitudine per il bene comune a cui sono anche meglio preparati a cooperare.
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isogna che l'abate
si assuma personalmente il compito di dare il segnale per l'Ufficio divino,
oppure lo affidi a un monaco diligente in modo che tutto avvenga regolarmente
nelle ore fissate. L'intonazione dei salmi e delle antifone, secondo l'ordine
prestabilito, spetta, dopo l'abate, ai monaci appositamente designati. E
nessuno si permetta di cantare o di leggere all'infuori di chi è capace di
farlo in maniera da edificare i suoi ascoltatori; inoltre questo compito
dev'essere svolto con umiltà, gravità e reverenza e solo dietro incarico
dell'abate.
Art. 92. Questo
nuovo modo di esercitare l'autorità richiede che i superiori:
a.
mettano al corrente i
confratelli circa le cose del monastero e dell’Ordine; manifestino loro con
franchezza e sincerità, le difficoltà e i problemi; richiedano e tengano in
considerazione i loro pareri e proposte.
b.
non temano la critica prudente
o la disapprovazione e non disdegnino di operare i necessari emendamenti.
c.
conoscendo la molteplicità e la
complessità dei loro compiti e non presumendo di poter far tutto da soli,
affidino parte delle loro funzioni a confratelli capaci e richiedano
spontaneamente ad essi l’aiuto della loro esperienza.
d.
concedano ampia libertà di
azione ai singoli confratelli, specialmente agli ufficiali e a coloro che sono
incaricati di specifiche mansioni, e tengano conto della loro competenza
nell’ufficio al quale sono destinati, ma nello stesso tempo i superiori non
trascurino di esigere la relazione accurata degli affari affidati alla cura e
alla esecuzione dei medesimi.
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'ozio è nemico
dell'anima, perciò i monaci devono dedicarsi al lavoro in determinate ore e in
altre, pure prestabilite, allo studio della parola di Dio. Quindi pensiamo di
regolare gli orari di queste due attività fondamentali nel modo seguente: da
Pasqua fino al 14 settembre, al mattino verso le 5 quando escono da Prima,
lavorino secondo le varie necessità fino alle 9; dalle 9 fino all'ora di Sesta
si dedichino allo studio della parola di Dio. Dopo l'Ufficio di Sesta e il pranzo,
quando si alzano da tavola, riposino nei rispettivi letti in assoluto silenzio
e, se eventualmente qualcuno volesse leggere per proprio conto, lo faccia in
modo da non disturbare gli altri. Si celebri Nona con un po' di anticipo, verso
le 14, e poi tutti riprendano il lavoro assegnato dall'obbedienza fino all'ora
di Vespro. Ma se le esigenze locali o la povertà richiedono che essi si
occupino personalmente della raccolta dei prodotti agricoli, non se ne
lamentino, perché i monaci sono veramente tali, quando vivono del lavoro delle
proprie mani come i nostri padri e gli Apostoli. Tutto però si svolga con discrezione,
in considerazione dei più deboli.
Art.
34. Nel nostro tempo, anche nella teologia viene riconosciuto
il valore positivo che le cose create, il lavoro e il progresso umano hanno per
l’intera vita dell’uomo e così anche la loro importanza nell’economia della
salvezza. Perciò deve crescere in noi il senso di responsabilità affinché assieme
a tutta la comunità umana, ci preoccupiamo anche dei valori terreni.
Riconosciamo infatti che anche noi dobbiamo partecipare al lavoro destinato a
promuovere il progresso mediante il quale il creato viene assoggettato sempre
di più al potere dell’uomo e tutta la società, ragionevolmente e giustamente,
gode i frutti del suo lavoro. Soltanto con tale serio lavoro, si compie la
santificazione di tutte le cose in Cristo e il ritorno di ogni creatura al
Creatore.
Art.
69. Come tutti gli uomini, siamo soggetti alla legge universale
del duro lavoro, affinché, anche per mezzo del nostro lavoro collaboriamo a
perfezionare sempre di più il mondo e a mettere in pratica i disegni di Dio su
di esso realizzando così anche la nostra vocazione. Infatti è erroneo affermare
che il perfezionamento dell’animo di ognuno e gli interessi della vita
presente, siano in contrasto tra loro, mentre invece è possibile renderli perfettamente
compatibili. Per tendere alla perfezione cristiana non è assolutamente
necessario estraniarsi dagli affari della vita del mondo, poiché le attività
temporali se debitamente espletate, non solo non mettono in pericolo la dignità
dell’uomo e del cristiano, ma la perfezionano. Per questa ragione il lavoro non
è soltanto un rimedio contro l’oziosità, ossia un’occupazione qualunque voluta
unicamente per riempire il tempo, ma è parte costitutiva del nostro impegno a
raggiungere la perfezione cristiana. Contemporaneamente il lavoro è anche
servizio fraterno per la comunità monastica e per il resto degli uomini, purché
sia eseguito con competenza e con senso di responsabilità.
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al 14 settembre,
poi, fino al principio della Quaresima, si applichino allo studio fino alle 9,
quando celebreranno l'ora di Terza, dopo la quale tutti saranno impegnati nei
rispettivi lavori fino a Nona, e cioè alle 14. Al primo segnale di Nona,
ciascuno interrompa il proprio lavoro per essere pronto al suono del secondo
segnale. Dopo il pranzo si dedichino alla lettura personale o allo studio dei
salmi.
Art. 70. Dal momento che il valore del lavoro
dipende anche dalla sua retta funzionalità, è dovere irrinunciabile dei
superiori far sì che i loro collaboratori, chierici o laici, siano provvisti di
preparazione accurata, se necessario anche di quella tecnica, affinché possano
eseguire il lavoro nel miglior modo possibile, tenendo presente che nella
nostra epoca di specializzazione e nelle circostanze attuali, non sono per
nulla sufficienti il solo impegno personale e la buona volontà. I lavori
principali così come sono praticati nelle congregazioni e nei monasteri, sono i
seguenti, (l’ordine di numerazione non significa affatto ordine di perfezione o
di importanza): educazione della gioventù, ministero pastorale, lavoro manuale,
lavoro scientifico e culturale, ospitalità.
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urante
Art. 73. Il lavoro
manuale deve essere da noi considerato non solo come un elemento molto utile e
frequentemente necessario per la vita comune ma anche come segno di solidarietà
con tutti gli uomini, principalmente con i poveri, che con il lavoro quotidiano
e umile, procurano il necessario per la vita loro e per quella dei loro
famigliari. È anche uno strumento efficace di abnegazione di sé e di partecipazione
alla croce di Cristo, di servizio al prossimo, specialmente ai fratelli del
monastero. Per questo non sia mai considerato come una pura occupazione indifferente
per la vita spirituale ma sia realizzato in maniera competente e efficace come
uno strumento di carità.